Django, il genio

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“Rom -4” recitava una vergognosa scritta apparsa qualche settimana fa sui muri di Roma. Il riferimento era ai quattro bambini rom morti carbonizzati nel loro campo per circostanze ancora da chiarire. E’ facile ipotizzare che l’incendio sia stato causato da una candela accesa o magari da una piccola stufa. E’ così che si muore nei campi rom, non ci meravigliamo più e soprattutto non ce ne importa nulla, presi come siamo dal nostro infaticabile desiderio di giudicare le abitudini, i costumi e la mentalità di questo popolo, da sempre vittima del qualunquismo e della frenetica corsa alla ricerca di un capro espiatorio.

Chi è fortunato però, non muore negli incendi, ma deve fare i conti con delle gambe inutilizzabili o magari con dita morte, tristemente ferme nella loro inutilità.

Django nel 1928 aveva solo diciotto anni. Era un ragazzo talentuoso e si esibiva nei locali con il suo fedele banjo. La carovana della sua povera famiglia di etnia Sinti (zingari imparentati con i rom, che da più di un millennio si spostano con le loro roulotte in giro per il mondo), si era improvvisamente fermata qualche tempo prima, scegliendo come meta la periferia di Parigi, dopo un continuo girovagare in diverse nazioni europee e nordafricane. Una sera come tante, dopo un concerto, la casa ambulante del giovane fu devastata da un incendio terribile, senza possibilità di scampo. Fu l’addio di Django all’uso della gamba destra e a due dita della mano sinistra, l’anulare e il mignolo, quasi completamente interdette dal rogo. Diciotto mesi di convalescenza, diciotto mesi di inferno su un letto improvvisato, ad escogitare qualche modo per suonare il suo nuovo strumento: una chitarra. Django infatti dovette dire addio al suo banjo, decisamente scomodo per chi può fare affidamento su due sole dita.

Qui inizia la storia di Django, qui comincia la storia del jazz. Un intervento per salvare la mano (operazione fortemente sconsigliata dai medici dato l’uso obbligato della terribile e dolorosissima anestesia al cloroformio), la cicatrizzazione e la semiatrofizzazione delle due dita, hanno reso possibile la grande impresa di questo giovane zingaro, Jean Baptiste Reinhardt. Nessuno zingaro l’ha mai chiamato così, lui era semplicemente “Django” (“dj” si legge “gi”), nomignolo che in lingua romanì significa letteralmente “mi sveglio”.

Django, nella sua breve ma intensa esistenza, ha reinventato la chitarra jazz, mettendo a punto durante la convalescenza un sistema che gli permettesse di suonare con scioltezza. Nessun trucco, nessuna plastica, nessun supporto meccanico, ma solo la tenacia nel provare a spostare le due dita atrofizzate sulla tastiera in modo da usarle come completamento della straordinaria azione ritmica e solista dell’indice e del medio. Non esagera chi afferma che sia stato il chitarrista più grande e più inventivo di tutti i tempi, un vero genio della musica, reso ancora più grande dalla sua grave menomazione. La sua grandezza infatti non sta solo nella tecnica impressionante, nel tocco, nell’ispirazione e nella straordinaria inventiva (caratteristiche che lo hanno reso celebre con pezzi come Minor Swing o Nuages), ma anche nella sua immensa forza di volontà. Django infatti non è solo un punto di riferimento tecnico costante per chiunque suoni la chitarra, ma anche un grande esempio umano da emulare e da amare. Non a caso Toni Iommi, celebre chitarrista dei Black Sabbath (senz’altro la prima e più rivoluzionaria band heavy metal della storia), deve tutto a Django e alla sua magnifica storia. Cosa lega due chitarristi così diversi? Il giovanissimo Iommi, proprio nel periodo in cui maturava la scelta di dedicarsi completamente alla musica, ebbe un grave incidente nella fabbrica in cui lavorava. Una pressa gli distrusse le falangi di due dita della mano sinistra (medio e anulare, si tratta però di un chitarrista mancino), impedendogli di realizzare i suoi sogni di gloria e costringendolo ad abbandonare il suo amato strumento. Solo dopo aver letto la storia di Reinhardt decise che non tutto era perduto e inventò lo stile che lo rese grande, avvalendosi di piccole protesi applicate alle dita, da lui stesso create. Il resto è storia del rock, così come Django è storia della musica, non solo jazz. Il fortunato sodalizio musicale con Stephane Grappelli, celebre violinista, con cui fondò Le Quintette du Hot Club de France, lo rese presto famoso agli occhi del grande pubblico francese ed europeo, prima che la sua fama attraversasse l’Atlantico, grazie anche alla grande stima di Duke Ellington.

Django resta ancora oggi un enigma da risolvere, perché conoscendo la sua storia e il suo profilo umano non si può rimanere indifferenti. Un chitarrista che, oltre ad essere completamente analfabeta, non conosceva nulla di teoria musicale, né sapeva leggere alcuno spartito. Famoso il racconto del suo amico Grappelli: durante una giocata a carte tra i membri del quintetto (di cui faceva parte anche il fratello di Reinhardt), in cui era presente anche Django, si parlava tanto di scale musicali, com’è ovvio che fosse in quel contesto. “Cos’è una scala?”, si sentì chiedere Stephane da questo singolare chitarrista belga di etnia sinti, capace di smontare e rimontare qualsiasi pezzo musicale improvvisando con il suo tipico stile Manuche.

Una domanda difficile da accettare, la testimonianza di quanto possano essere sconosciuti i meandri della mente umana, e piacevolmente spiazzanti le espressioni del suo genio.

Django si spense nel 1953, a 43 anni, dopo una grave emorragia cerebrale. L’unico dottore reperibile arrivò dopo quasi ventiquattro ore, quando per lui non c’era più nulla da fare. Aveva trascurato le sue già precarie condizioni di salute, perché aveva paura delle iniezioni e dei dottori. Un personaggio singolare e testardo, geniale e innovativo. Di sicuro indimenticabile.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.