Donare il tempo

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2009. Christophe Germain lavora nello stabilimento Badoit di Saint-Galmier, in Francia, ed è un padre disperato. Ha paura di non fare in tempo. Ha paura di non riuscire a vivere ogni istante che gli rimane, prima di perdere chi ama. Il tempo scorre senza indugi e non c’è modo di fermarlo. Scivola via come sabbia tra le dita, con una leggerezza che sfiora la caducità di un istante: una stretta di mano, un abbraccio, un sorriso. Ogni attimo ha il valore di una vita intera, perché potrebbe essere l’ultimo. Da un momento all’altro, quel tempo che sembra essere già scaduto sarà sostituito dai ricordi. E allora sarà troppo tardi. Non si potrà più tornare indietro. Perché la vita è un viaggio di sola andata. E ciò che sarebbe potuto essere, non sarà più.

Suo figlio, Mathys, ha 10 anni e troppo poco tempo per vivere quell’infanzia che la malattia gli nega: un tumore al fegato lo sta portando via dalla sua famiglia. Le sue condizioni si aggravano di giorno in giorno. Christophe vorrebbe stargli accanto, senza lasciarsi sfuggire neppure un secondo del tempo che rimane, ma ha ormai esaurito tutti i permessi e i giorni di ferie. Un suo amico, Antony, gli domanda in che modo possa aiutarlo, offrendogli del denaro per pagare le terapie. Di fronte a un destino che appare ormai tragicamente segnato, la volontà umana si trova costretta a combattere una battaglia ad armi impari, senza possibilità di successo. Eppure c’è qualcosa che può aiutare padre e figlio ad affrontare il decorso della malattia: “Ho bisogno di tempo da passare con il mio bambino.” risponde Christophe. Antony, allora, propone ai colleghi dello stabilimento di regalare le loro ferie a Christophe, realizzando così una colletta di tutti i giorni arretrati. L’iniziativa riscuote successo e vengono messi a disposizione 170 giorni. Quasi sei mesi per assistere Mathys in una costante lotta contro il tempo, che costituisce per Christophe il nemico più temibile e il dono più prezioso.

Anche per noi il tempo rappresenta una scommessa quotidiana con la vita. Perché è difficile apprezzarne il valore, fino a quando la sabbia nella clessidra si riduce a un filo sottile, quasi impalpabile. Inseguiamo ogni giorno qualcosa che appare improrogabile, e spesso ci troviamo a procrastinare la nostra felicità. Ma il tempo non è un valore assoluto. È una ricchezza incommensurabile, un dono che va vissuto nella pienezza di ogni gesto quotidiano. Non si misura in ore di lavoro, in scadenze, in impegni giornalieri. Si misura in emozioni. Ciò che è importante non è la quantità, ma la qualità. Il poeta e filosofo indiano Tagore scriveva che “la farfalla non conta i mesi, ma i momenti, e ha tempo a sufficienza”. Il tempo, se dedicato alla condivisione e agli affetti autentici, assume un valore aggiunto. Per poterlo assaporare, è necessario smettere di correre e fermarsi a riflettere, riscoprire la bellezza di ogni istante, meravigliarsi per gli episodi più banali, saper cogliere ciò che la vita ci può offrire. Brevi soste che rendono migliore il nostro cammino. Il tempo non va vissuto con urgenza, ma con intensità. E anche nella semplicità di ogni giorno, se ne può realizzare la compiutezza. Don Pino Puglisi, quando parlava con le persone, non guardava mai l’orologio perché il suo tempo era quello di cui “l’altro aveva bisogno”.

Christophe, grazie alla solidarietà dei colleghi, ha potuto accudire Mathys fino all’ultimo battito del suo cuore, fino al suo ultimo respiro, il 31 dicembre di quello stesso anno. “Non mi basterà una vita per ringraziarli” afferma con gratitudine “ma la migliore ricompensa è la legge”. La sua triste vicenda e il gesto esemplare degli operai dello stabilimento hanno ispirato infatti l’approvazione da parte del Senato francese di una normativa, la legge Mathys, che consente a un dipendente di concedere i propri giorni di riposo arretrati a un collega con un figlio malato, portatore di handicap o vittima di un grave incidente.

E il tempo finalmente acquista la sua dimensione più autentica, non un traguardo da raggiungere, ma una ricchezza da vivere.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.