Donna Tartt

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Donna Tartt è stata la mia compagna per l’estate. Sul lettino in riva al mare, nei pomeriggi afosi. Durante i viaggi, in autobus, lei c’era. A letto, la sera, prima di spegnere la luce mi intrattenevo con lei. A maggio scorso non la conoscevo ancora e nelle settimane successive ho letto, uno dietro l’altro, tutti i suoi romanzi. Sono tre, non meno di settecento pagine ciascuno: Dio di illusioni, Il piccolo amico, Il cardellino. Tre mondi, ognuno popolato da personaggi che sembrano venire fuori dalle pagine e camminare con le loro gambe, tanto sono ben caratterizzati.

Donna non è una donna facile. Quando era ragazza la convinsero a entrare nel gruppo delle cheerleader della squadra di football del suo liceo: «la più mesta (uncheerful) delle cheerleader che si possa immaginare», dice di sé. Le sembrava ridicolo agghindarsi come una bambolina per far divertire la gente e flirtare con il bullo di turno. Preferiva frequentare le biblioteche, leggere tutto Proust, scrivere poesie che poi le riviste letterarie del Mississippi pubblicavano.

Quando aveva ventotto anni, nel 1992, ha pubblicato un romanzo che è diventato subito negli Stati Uniti un caso letterario. Si intitolava Dio di illusioni. Era ambientato in un college nel Vermont (anche lei ha studiato nel Vermont, a Bennington) dove un gruppo di sei ragazzi si appassionavano allo studio delle lingue antiche e in particolare del greco grazie a un carismatico professore chiamato Julian. Erano molto affiatati, eppure tra loro si creavano strane dinamiche, violente anche. Il libro iniziava con la morte di uno loro ed erano proprio i suoi ‘amici’ a causarla. Milioni di copie vendute, libro tradotto in tutte le lingue. Successo di critica e pubblico. Donna trascorre un anno in giro per il mondo per promuovere il libro. Si compra una casa in Virginia e sparisce dalla circolazione.

Si fa un gran parlare di lei, dopo la fama che aveva raggiunto: ha il blocco dello scrittore, dicono alcuni. È un personaggio salingeriano, pensano altri. Lei, che non legge i giornali e tanto meno si interessa a quello che dicono di lei, era semplicemente tornata a fare quello che le piaceva di più: scrivere. «C’è un sistema pericoloso secondo il quale si da per scontato che se hai scritto un libro di successo allora devi subito scriverne un altro per tenere in vita la fama che hai ottenuto. Ma l’attenzione dei media va e viene, è intensissima quando c’è, ma è capace di scivolare via con grande rapidità. Guarda un po’: quando scrivevo Dio di illusioni la cosa non interessava a nessuno, nessuno chiamava. Adesso improvvisamente tutti chiedevano: hai un nome da mantenere davanti al tuo pubblico, sono passati anni. Oppure: a che punto è il nuovo libro? Io non avevo troppe aspettative quando scrissi il primo romanzo. Volevo che fosse pubblicato, e questo era avvenuto. Ottimo. E se questo non dovesse più accadere that’s fine. C’erano enormi aspettative per qualcosa che io non necessariamente desideravo. Volevo soltanto lavorare in pace, tutto qui».

Perché lei è così: ama la scrittura. Ed è una maniacale perfezionista. È disposta a perdere un giorno intero per scegliere l’aggettivo giusto o per trovare il posto giusto a una virgola. Ed è più contenta se uno le dice ‘Mi piace questa frase’ che se uno le dice ‘Mi è piaciuto il tuo libro’. A Donna piace prendersi tutto il tempo che è necessario per fare un buon lavoro: «C’è un livello di ricchezza che si può raggiungere solo se un intero decennio è impegnato in quel libro, e non è possibile se ci impieghi due o tre anni.  Ci sono libri che non si propongono questi standard qualitativi e lettori che non li cercano. Quel che è certo è che spendere tanto tempo su un libro gli dà profondità e spessore. Tu (lettore) puoi sentire il tempo che è stato investito in quel libro. È un lavoro frase dopo frase. Un sassolino, poi un altro e un altro ancora. Scrivo e riscrivo una frase finché non mi soddisfa e poi un’altra. Poi guardo l’intero paragrafo e se non mi piace lo riscrivo finché non mi soddisfa. E vado avanti così. Certo, è un lavoro lento. Diceva William Styron di avere capito che forse aveva solo quattro o cinque libri dentro di sé ma che andava bene così. Per me è lo stesso».

Con questo passo lento è cadenzato nel 2002 è uscito il suo secondo romanzo, Il piccolo amico. La protagonista è Harriet, una ragazzina di dodici anni appassionata di romanzi d’ avventura (anche Donna ama Verne, Stevenson e Kipling) che vive in una città del sud degli States. Il suo fratellino Robin è morto in circostanze misteriose quando lei aveva un anno e adesso ha deciso che è arrivato il momento di trovare l’assassino. Intorno a lei gira la città, una famiglia fatta di zie apprensive e l’amicizia con Hely, suo compagno di giochi e avventure. Ancora un omicidio ma a Donna non interessano gli intrighi e i colpi di scena. Quello che le piace, e che appassiona i suoi lettori, sono le ambientazioni e soprattutto i personaggi: «I personaggi diventano più chiari man mano che si va avanti, soprattutto se uno scrive storie incentrate sui personaggi (character-driven fiction) come faccio io. Lo sviluppo dei personaggi e l’interazione tra di loro è la cosa che più mi interessa nella scrittura. Si arricchiscono pian piano. Non devono necessariamente cambiare… è un po’ come quando conosci una persona nella vita reale: le prime impressioni sono importanti, ma poi, più tempo trascorri con lei e più si arricchisce quella impressione». È proprio quello che si prova immergendosi nei romanzi di Donna (per questo sono così lunghi), che sfuggono a qualsiasi definizione di genere. Sono romanzi di formazione e psicologici, ma hanno anche una venatura di giallo.

Sono passati altri dieci anni e nel 2013 esce Il cardellino. Novecento pagine. Vince il prestigioso premio Pulitzer per la narrativa. Durante una visita in un museo con la madre un giovane tredicenne perde la mamma ma sopravvive e ruba un prezioso quadro del Seicento, opera di Carel Fabritius, un allievo di Rembrandt: il cardellino, appunto. Le vite del protagonista e del quadro si intrecciano, in una storia piena di avventure e incontri importanti. Ancora una volta tante ambientazioni diverse, animi travagliati in cerca di pace, dove sembra che pace non ci sia.

La fama è tornata a bussare alla porta di Donna. Ma lei non sembra farci troppo caso. «Cicerone usa una bella espressione: aura popolaris, the popular breeze, (il vento della celebrità, si potrebbe tradurre). Dipende da come spira il vento. Penso sia un serio problema, terribile, per coloro che cercano la celebrità e vogliono attenzione continua; ma è invece piuttosto consolante per chi, come me, non cerca altro che andare a casa, chiudere la porta e tornare alla sua scrivania».

Colpisce l’assenza di trame amorose e passionali nelle tre opere di Donna. Sembra non se ne possa fare a meno, in letteratura, e invece… «non so. Jules Verne se ne è disinteressato. Melville, a quanto pare, anche. Flannery O’Connor, una scrittrice che ammiro moltissimo, sembra non essersi posta neanche la domanda». E in effetti non se ne sente la mancanza.

Davvero Donna sa come si raccontano le storie. Ci possono essere dei momenti di stanchezza, nella lettura di lunghi romanzi, ma alla fine si prova un senso di soddisfazione, l’impressione di avere avuto il tempo di pensare, di riflettere su quello che si è letto. Dietro le trame e i personaggi di Donna ci sono temi profondi: il senso di vuoto che può provare una gioventù ambiziosa e colta ma in modo disordinato, cattività e liberazione, la bellezza e l’arte come via di elevazione dell’anima. E poi animi travagliati che si interrogano sulla vita e, anche se non trovano le risposte a tutte le loro domande, cercano e cercano con una passione che è già vita.

Donna scrive un libro ogni dieci anni. Probabilmente arriverà a cinque, forse sei. Punta sulla qualità, più che sulla quantità. A volte mi piacerebbe essere una mosca e poter entrare nella ‘stanza del manoscritto’ (così lei chiama il luogo in cui si ritira, soprattutto nell’ultima fase della stesura dei suoi romanzi) per vederla al lavoro. Scrive a mano. Me la immagino circondata di carte e libri, immersa nelle vite dei suoi personaggi. Sono sicuro che in questo momento si è già rimessa al lavoro e chissà che tra una decina di anni non possiamo leggere il frutto di questa faticosa e meravigliosa avventura che è la creazione letteraria. Così ha risposto a chi le chiedeva come si sarebbe ritratta: «Fogli accartocciati, un taccuino aperto, una matita. Una tazza di te. La stessa poltrona che uso sin dai tempi del liceo, con un pullover sulle spalle. Libri aperti sul pavimento tutto intorno. I miei cani -mi stanno intorno tutto il giorno quando lavoro- che abbaiano furiosamente a qualsiasi cosa voglia tirarmi fuori da lì».

 

Le parole di Donna Tartt sono stralciate dalle interviste che ha rilasciato a Robert Birnbaum (Identity Theory, 11 dicembre 2002), a Mick Brown (The Telegraph, 19 ottobre 2002) e a Marco Drago (Vanity Fair, 14 marzo 2014)

Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.