Donne arabe al volante, uomo occidentale ignorante

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Condivido con il pubblico maschile il trionfo di questa vittoria umana. E che mi rispondono? Ridono.

Da giugno 2018 anche le donne potranno prendere la patente in Arabia Saudita. Questo emerge dal decreto emanato ieri dall’erede al trono Muhammad bin Salman, trentaduenne, la cui stessa età e posizione politica mostrano come la casa di Saud stia ampliando le sue vedute. Oppure, volendo pensar male, il buonismo del governo è una strategia economica per tener fronte al crollo del prezzo petrolio, che con le donne al volante aumenterebbe la sua richiesta interna.

La concessione di questo diritto è una vera e propria rottura col passato in un Paese nel quale fino all’altroieri (letteralmente) le donne sorprese alla guida erano condannate a 10 frustate, lo stesso Paese in cui lo sceicco Saad Al Hajry, figura religiosa le cui dispense sono considerate legge, aveva detto proprio una settimana fa:

Le autorità darebbero la patente a un uomo che dimostra di avere solo metà cervello? E perché mai dovrebbe darla alla donna che ne ha solo un quarto. Ovviamente non è colpa sua, ma è un aspetto fisiologico”.

Immagine correlataLa “fisiologia” del pensiero arabo si dirama in altri mille impedimenti per la donna, che doveva obbligatoriamente occupare il sedile di dietro ed essere accompagnata da un parente o un autista. Tutto ciò era giustificato dalle autorità maschili con un’altra scienza comoda, un’altra fandonia: guidare fa male alle ovaie, le preziosissime ovaie dalle quali origina l’unica faccenda di cui debba occuparsi la popolazione femminile: la prole.

Stanca e stufa del peso psicologico che questo soffocamento di diritti genera nell’interlocutore medio, condivido con il pubblico maschile il trionfo di questa vittoria umana. E che mi rispondono? Ridono. “Povera Arabia Saudita!“, “In una sola cosa erano più avanti di noi e se la sono giocata!”, “Ora t’immagini che casino per strada!”.

Io non rido affatto. Non perché l’umorismo sia un diritto che le donne nel mio Paese non si sono guadagnate. Non perché io sia moralista, musona, accanita. Non perché il femminismo sia il prosciutto dei miei occhi e delle mie orecchie. Niente di tutto ciò. Io non rido affatto e continuerò a non sollevare neanche mezza gota perché battute del genere sono le basi di quest’eterna sottomissione, quest’odiosissima disuguaglianza.
Io non rido perché le donne che hanno riso non hanno dimostrato tolleranza e buonumore, ma bassezza, hanno fomentato il cavernicolo che è in ognuno di noi togliendo spazio ad un futuro non dico migliore, ma almeno decente.

In Kobane Calling, graphic novel di Zerocalcare che racconta il suo doppio viaggio in Rojava (la terra libera dei curdi) la parola è lasciata alle donne del Pkk che combattono l’Isis tutti i giorni sulle montagne. Una di loro dice:

“Ognuno qui deve imparare prima di tutto ad uccidere il maschio dominante dentro sé e negli altri, uomini e donne. Interrogarsi sui generi, mettere in discussione i rapporti secolari tra maschi e femmine… è la base della rivoluzione. E’ un percorso lungo. Passa per molte cose, anche semplici, come la postura. Imparando a camminare con la testa alta e la schiena dritta.”

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.