Donne, dobbiamo salvarci da sole

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Statistiche e numeri, cronache e scarpe rosse lasciate sul selciato continueranno a non servire a nulla se noi donne non faremo nostra la consapevolezza che dalla violenza dobbiamo e possiamo salvarci da sole.

Una sottile lama di luce taglia in due l’aria polverosa, odorosa di vecchie carte, dell’aula di udienza del Tribunale Penale di Catania.
Il raggio di sole illumina fiocamente il viso gentile di una donna minuta che, curva su se stessa, siede timidamente nello spazio angusto tra l’alto scranno dei giudici e il frusto tavolo del Pubblico Ministero, la cui voce arriva da un punto imprecisato oltre la fitta barriera di fascicoli processuali che lo circondano.
“Signora, lei è sposata?”
La donna ha come un sussulto mentre invano cerca, tra le toghe che la circondano, un cenno di incoraggiamento, uno gesto rassicurante. Ed è proprio in quel momento che incontra lo sguardo del marito, sguardo che le rigide sbarre di ferro tra cui lui è rinchiuso non riescono in alcun modo ad ostacolare. L’uomo, che fino a pochi secondi prima camminava nervosamente nella stretta celletta che gli permette di assistere scomodamente al processo contro di lui, alla domanda del magistrato si era improvvisamente fermato, aveva annodato le braccia tra le sbarre grigie e si ritrovava a fissare la moglie con il viso pallido e smunto di chi non vede spesso la luce del sole.
La donna, alla vista del marito, sembra trovare improvvisamente forza e, dopo avergli rivolto un timido sorriso e un cenno di saluto, inizia a rispondere alle domande che le vengono poste.
Con voce ferma, racconta con naturalezza le tappe di quella che ella stessa definisce la sua “più grande storia d’amore”, dall’incanto iniziale ai primi litigi, dalla gioia del matrimonio alle scenate di gelosia. Le domande si fanno sempre più incalzanti e la donna, con una limpidezza nello sguardo fuori dal comune, riferisce di tutte le urla e gli insulti, degli schiaffi e degli strattoni, dei lividi e delle corse sanguinanti al Pronto Soccorso, dei pianti dei figli e delle loro domande spaventate.

I giudici ascoltano il racconto distrattamente, quasi annoiati, crogiolandosi nelle loro toghe nere ai raggi dell’ultimo sole di novembre che entra dalle finestre: in fondo, la storia di quella donna non è diversa di quella di centinaia di altre donne. È una storia che si perde nel mare magnum delle denunce che inondano i tribunali italiani, delle querele presentate e poi ritirate, degli insulti meticolosamente registrati dagli amanuensi della polizia, dei certificati di pronto soccorso che attestano lividi, ferite, fratture e contusioni.

È il mare della violenza per amore nel quale molti, più o meno consapevolmente, si ritrovano a nuotare. E se c’è chi, alla prima avvisaglia di pericolo, riesce trarsi in salvo e ad approdare al porto sicuro al quale spesso si può accedere con un semplice ma deciso “no”, altre preferiscono invece lasciarsi cullare dalle onde di quel non-amore, perché le fa sentire sicure e protette, perché convinte di potersi sempre mettersi in salvo qualora la tempesta dovesse farsi troppo burrascosa.

E nello sguardo sereno di quella donna, costretta a raccontare la propria vita ad un gruppo di persone sconosciute in un’aula di tribunale di fronte ad un marito che freme come un leone in gabbia, non c’è la rabbia nei confronti di uomo che l’aveva portata a tanto dopo averle riservato solo sofferenze, ma la placida consapevolezza di chi è convinta che la propria missione è quella di amare il compagno che la sorte le ha posto accanto, sopportando con pazienza i suoi malumori, nella convinzione di indurlo ad un improbabile cambiamento.
E nelle sue parole timide non c’è mai un accenno all’amarezza con cui si potrebbe dire “io meritavo di meglio”, ma la tenerezza nostalgica che la porta ad affermare “lui, comunque, è un ottimo padre per i miei figli”.

Statistiche e numeri, cronache e scarpe rosse lasciate sul selciato continueranno a non servire a nulla se noi donne non faremo finalmente nostra la consapevolezza che dobbiamo e possiamo salvarci da sole.
Che l’amore non è prevaricazione, ma uguaglianza.
Che la nostra pelle può accogliere solo baci, non lividi.
Che non possiamo trovare rifugio e sicurezza in chi ci ricopre di insulti.
Che non è un ottimo padre chi ci sminuisce davanti ai figli.
Che il nostro amore, per quanto puro, onesto e sincero, non può cambiare chi ha l’animo avvelenato dalla rabbia e accecato dall’egoismo.
Che può esistere un orizzonte libero dall’oppressione e dalla violenza, se solo prendessimo coscienza che una donna può essere completa e felice anche senza un uomo al suo fianco.
Che dalla violenza possiamo salvarci davvero. Basta solo volerlo.

 

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.