Donne: luce o riflesso della società?

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Dove vivono le donne più felici? Questa è una delle domande che Oriana Fallaci si pose trattando della condizione della donna. Ma se per donna felice intendiamo una donna emancipata cioè libera di poter pensare autonomamente, di avere la possibilità di esporre le proprie idee, allora ci rendiamo conto di come essa non sia riuscita del tutto ad ottenere questa condizione.

Ci si riferisce indifferentemente all’Oriente come all’Occidente, perché nonostante i falsi abbagli ed escludendo alcune situazioni, la donna appare ancora come un essere che sta un gradino sotto l’universo maschile e che da quest’ultimo viene “manipolata”.

Basti pensare alle innumerevoli immagini che la televisione ci mostra: donne che pur di acquistare notorietà diventano vere e proprie bambole, spogliate non solo dal punto di vista fisico, ma soprattutto spoglie di una propria dignità, di un proprio Io pensante che possa far loro prendere coscienza di questa disdicevole realtà.

Da qualche anno ormai si sente parlare del fenomeno del velinismo che apre le porte al mondo dello spettacolo a ragazze pronte a mettersi in mostra sgambettando, ma che spesso non hanno un briciolo di cultura.

Non va meglio in Oriente, dove al contrario la donna è perennemente celata sotto un burka, che non lascia che neanche un minimo della propria personalità venga fuori. In paesi come Afghanistan e Iraq (ma anche in tanti altri) la donna quasi non è un essere umano, ma uno dei tanti oggetti in possesso prima del padre e poi del marito-padrone.
Uno dei libri di Khaled Hosseini, Mille splendidi soli, mette in luce proprio questa drammatica realtà, fatta di donne accomunate da uno stesso sentimento di sopportazione del dolore, un dolore cieco ma impossibile da esplicitare.

Da sempre e in qualunque cultura quindi la donna ha avuto una posizione di inferiorità e da sempre si è parlato di questa. Floubert nella sua “Madame Bovary” volle mettere in luce una donna dalla psicologia complessa che viveva come una costrizione insopportabile la condizione sociale comune alle donne del XIX secolo: dipendenza economica dal marito, assenza di identità sociale al di fuori del matrimonio, nessuna possibilità di emancipazione personale, che portarono questa donna ad una fine tragica.
Ibsen invece descrisse una donna, Nora, che alla fine decide di lasciare marito e figli per “riflettere con la propria mente e rendersi conto di tutte le cose” così da non essere più una bambola ma una donna.

È pur vero che la situazione femminile non è del tutto negativa; infatti soprattutto in Europa vi sono delle situazioni di donne indipendenti che fanno sentire la propria voce all’interno della società. È il caso di Emma Marcegaglia, prima donna designata presidente di Confindustria o di Susanna Camusso eletta dal comitato direttivo segretario generale della Cgil. Ma questi sono solo degli esempi sporadici di donne con una propria autonomia e con una posizione ben definita nel mondo del lavoro, se si pensa che molte in quest’ambito vengono strumentalizzate da decisioni politiche maschiliste: è ciò che accadde, per esempio, alla giornalista Tiziana Ferrario, allontanata dalla conduzione del tg1; la motivazione del direttore fu che erano troppi anni che la Ferrario conduceva il Tg, una considerazione per altro illogica; infatti la realtà era che questa giornalista si era rifiutata di firmare una lettera di sostegno al direttore.

E pensare che la stessa giornalista non esitò a partire come corrispondente estera nonostante avesse un figlio piccolo. Spesso si dimentica che le donne sono anche e soprattutto madri e in quanto tali fondamentali all’interno della famiglia ma si sbaglia se si persiste nel credere che la donna madre non possa realizzarsi anche nel lavoro: la realtà molte volte smentisce questa falsa idea.

È dunque inconcepibile l’idea di una donna che nonostante i mille sacrifici e le lunghe battaglie nel corso degli anni, non sia riuscita a rendersi totalmente libera dalla figura maschile; questa infatti, in modo più evidente in alcuni casi e in modo più nascosto in altri, continua a porre dei limiti alla donna e alla sua piena autonomia.

Persiste nell’idea di una donna inferiore perché pensarla così fa sicuramente comodo al mantenimento della propria visibilità. È questo un grande limite della mente maschile: la donna non vorrà mai prevaricare sull’uomo. La donna vuole essere considerata alla pari per essere, insieme all’uomo, protagonista della storia, storia scritta troppo a lungo da soli uomini che hanno lasciato le donne nell’ombra.

Articolo scritto da Elisa Vitale

Cogitoetvolo