Donne, oltre le gambe c’è di più

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Così cantavano Sabrina Salerno e Jo Squillo al Festival di Sanremo del 1991 e già allora il brano non ottenne un grande successo. Denunciava infatti un problema che è tuttora molto attuale, cioè la cultura del maschio dominante che c’è specialmente in Italia, in cui viviamo fin dalla nascita. Ebbene sì, l’Italia è uno Stato fortemente maschilista e la cosa peggiore è anche che le donne italiane parteggiano per il maschilismo, magari semplicemente stando in silenzio.

Ciò che è più vicino alla nostra quotidianità e che colpisce maggiormente è l’immagine della donna che i mass media fanno passare. Prendiamo, per esempio, il mezzo di comunicazione di massa per eccellenza: la pubblicità stradale. Perché se ci pensate, la televisione e la radio si possono spegnere, il giornale si può non comprare, il computer si può non accendere. Ma come si fa a non vedere un cartellone grande coma la facciata di un edificio? Non si può, e il problema è proprio questo. Non riusciamo a non vedere però siamo invece capacissimi di non guardare, di dire “tanto ormai sono tutte così, che ci vuoi fare”. Intanto però quelle donne ci guardano, in posizioni e atteggiamenti impossibili da fraintendere, spesso nude oppure con dei completini intimi che tutto sono fuorché comodi. Ci guardano, ci invitano a comprare il prodotto che pubblicizzano perché così anche noi possiamo essere come loro. Detta così fa pena, molta pena, però sono migliaia le donne che ci cascano, che anziché ribellarsi, comprano. Spesso poi il prodotto non c’è neanche, oppure non c’entra assolutamente nulla con la donna, che in quel caso funge da sfondo, da porta-oggetto.

Tutti questi piccoli messaggi, messi insieme, compongono il ritratto della donna. Disponibile, bambola, decorativa come un soprammobile, sensuale, provocante. Sulla bellezza c’è poi da aprire una parentesi che è assolutamente d’obbligo. Io la chiamo la filosofia del tondo, secondo la quale per essere belle bisogna avere più curve di un circuito di Formula Uno. Così le nostre scoiattoline da palcoscenico vanno a farsi tirare e impastare dai chirurghi plastici, uscendone ovviamente peggio di come sono entrate. Basta che accendiate la televisione su un programma qualsiasi per vedere quanta espressività viene prodotta dai loro volti. Sono maschere (a me ricordano V per Vendetta) e quello che mi chiedo è: perché si deve modificare il proprio corpo in questo modo sconsiderato? Non sono forse le piccole imperfezioni, i dettagli a renderci tutti diversi e perciò unici?
Magari l’unico motivo per cui si trasformano in modelle da quadri di Picasso è che hanno paura di mostrarsi per come sono. Ma allora sono questi i modelli che dovremmo prendere come esempio? Dobbiamo avere così paura di noi stessi, della nostra vulnerabilità, da preferire di costruirci un nuovo corpo piuttosto che combattere per eliminare queste paure?

Ovviamente in Italia le donne non sono tutte così (e ci mancherebbe altro!). Ci sono donne intelligenti, donne che combattono per avere un posto nel mondo senza dover passare attraverso vie illecite, donne che sono eroine per il semplice fatto di essere mamme, di portare avanti una famiglia senza soccombere alla monotonia della routine. Eppure di queste donne non si parla o se ne parla ben poco. I giornali preferiscono raccontare della ragazza che salta dal letto di un politico all’altro e che tutto a un tratto è pentita di averlo fatto e va a piangere in televisione, a farsi coccolare dalle maschere senza volto che popolano quegli ambienti. In televisione dopotutto ci vanno solo donne che sanno dimenarsi, che riescono a riempire la scena rendendosi oltremodo ridicole con l’unico obiettivo di ottenere sempre più ascolti. E gli ascolti salgono, in modo vertiginoso. I programmi di questo tipo prolificano come il più pericoloso dei batteri, e allora la domanda nasce spontanea. Non sarà che la televisione è uno specchio che riflette semplicemente la realtà in cui viviamo?
Io non credo, ma penso che in un futuro non così tanto lontano potrebbe diventarlo. E se ci lasciamo stordire da tutto questo senza lamentarci, se non combattiamo contro questa cultura, non vinceremo mai. Certo, non siamo certo la Rai, non possiamo abolire da soli un programma o una campagna pubblicitaria. Ma possiamo dire di no. Possiamo e dobbiamo farlo: non si può limitarsi a scuotere la testa, il nostro NO deve risuonare chiaro e forte, deve farsi sentire anche da chi cerca di tapparsi le orecchie per non sentire. E può essere detto in molti modi, anche con i nostri mezzi, con le nostre piccole azioni quotidiane. Basta cambiare canale, leggere riviste che siano davvero culturali, cercare di boicottare una determinata ditta a favore di un’altra che fa pubblicità un pochino migliori.

Voglio chiudere questo articolo con un piccolo aneddoto e un video, che sono sicura vi darà molto da riflettere. Cercavo un’immagine che rappresentasse il mio articolo e ho digitato la parola “donne” su Google. La prima immagine che mi veniva proposta era quella di una donna picchiata, appoggiata ad una forca. Gli occhi non guardavano me, che mi trovavo di fronte alla foto, ma l’infinito, in un punto che neanche io avrei saputo definire. Vicino a lei c’era un’altra donna: nuda, completamente, e sorrideva in modo provocatorio. Ero disgustata, ma la mia curiosità ha avuto la meglio e così ho digitato la parola “uomini”. Nessun segno di sottomissione stavolta, la prima immagine che mi si presenta è quella di un ragazzo particolarmente muscoloso. Ancora una volta è l’uomo ad essere forte. Allora sulla mia tastiera ho picchiettato “violenza”, perché io credo che anche classificare un genere umano al rango di debole sia una violenza, per quanto possa non sembrarlo. La figura impaurita, che si copre il volto con le braccia, è sempre quella di una donna. Poi lo sguardo mi è caduto sulla foto di una bimba che si tappa le orecchie con le manine e chiude gli occhi e ho deciso che era quella l’immagine che meglio rappresentava il mio articolo. Una bimba che non vuole guardare il mondo in cui, una volta cresciuta, dovrà lottare contro tutti per ottenere un diritto che dovrebbe essere inviolabile e invece non lo è: il rispetto.

Federica La Terza

Ogni riccio è un capriccio, un'idea e una curiosità. Il bisogno di andare oltre la superficie, oltre ciò che appare, mi ha spinto a coltivare a livello accademico il mio interesse per la scienza. Di fronte a tutto ciò che passa sotto la lente di ingrandimento della mia curiosità, cerco sempre di ricordarmi che per trovare risposte bisogna fare le giuste domande.