Dopo l’Unione, ci sarà la Comunità Europea?

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Dopo la Brexit: questa Europa merita ancora di essere salvata? Da chi?

Può una negazione diventare slancio propositivo per un nuovo inizio? Ripartiamo da due ‘no’, netti e indiscutibili. Il primo è il ‘no’ dei cittadini britannici all’Unione Europea, inaspettato e destabilizzante. Il secondo è il ‘no’ di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea. Quando una giornalista gli ha chiesto se il voto britannico possa rappresentare l’alba della fine per l’Europa, Juncker ha risposto con un ‘no’, secco e deciso. L’Europa c’è e non crollerà dall’oggi al domani. La domanda, semmai, è se questa Europa merita ancora di essere salvata.

Sono un giovane di diciannove anni, rientro appieno nella categoria dei Millenials, i nati a ridosso del nuovo secolo. Devo la prosperità della mia famiglia e del paese in cui vivo, i miei diritti e le prospettive future alla pace che l’Unione Europea è riuscita a creare, dopo anni di lotte fratricide. Quando l’Italia è entrata nell’eurozona ero troppo piccolo per capire, ma non abbastanza per non ricordare. Ho visitato sia il Parlamento europeo di Bruxelles, sia il Consiglio europeo di Strasburgo. A scuola mi hanno insegnato che l’Europa è la mia casa: ho imparato le lingue dell’Unione, gli usi e i costumi di ogni nazione, la storia di ogni stato membro. Ho visitato molti paesi europei e sempre mi sono sentito accolto, parte di una comunità. Ho votato per la prima volta in occasione delle elezioni europee del 2014. Sono un cittadino europeo e sono orgoglioso di esserlo.

Ma non sono cieco. C’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’Europa di oggi. Tutto ruota attorno ad una domanda: si tratta di una questione politico-economica oppure identitaria? Ovvero: su cosa si fonda la comunità europea? Partiamo da un assunto fondamentale: un paese non dovrebbe entrare a far parte dell’Unione se spinto solamente da interessi economici, commerciali o politici. Dovrebbe entrare in quanto partecipe di radici comuni, di un cammino comune, di un futuro comune. Dovrebbe entrare avendo come scopo il bene di una comunità più vasta, non esclusivamente il proprio immediato tornaconto. L’Unione Europea ha poco a che fare con l’economia, ancor meno con la politica: è una questione identitaria. È il sogno, forse romantico, che già animava il nostro risorgimento: un popolo che si riconosce unito, che si erge al di sopra di ogni istituzione. Un popolo capace di riconoscere che ciò che ci unisce supera ciò che ci divide. Un popolo che non riduce il bene ad una mera questione economica o politica perché sa che una comunità unita può più di ogni fluttuazione del mercato. Venerdì 23 giugno, in Gran Bretagna ha vinto la politica e con essa il populismo. L’identità europea è stata totalmente messa da parte.

Come cittadino europeo mi sono rattristato, perché i britannici hanno deciso per se stessi, senza considerarsi parte di una comunità e senza considerare le conseguenze delle proprie scelte su questa comunità. Questo vale più del risultato del voto: è il segnale di un’Europa che ancora fatica a nascere, di un sentimento di appartenenza che è ancora debole. Se non capiremo al più presto che Europa non significa economia o spread, ma semplicemente comunità, sarà inevitabile – e forse anche giusta – la fine di questo sogno. La verità è che questo sogno non è nato 66 anni fa, ma soltanto di recente.

Il 75% dei giovani britannici tra i 18 e i 24 anni ha votato per il remain. Sono Millenials come me. Gli unici ad aver sempre vissuto nell’Unione, gli unici, forse, ad averne comprese le potenzialità. Quando nacque nel 1950, la CECA era senza dubbio un accordo con finalità economiche e lo stesso si può dire della CEE. Purtroppo, lo stesso si può dire anche dell’odierna Unione Europea. Questa è la falla nel sistema. Ma nonostante ciò i giovani britannici e, mi sento di dire, europei ci stanno chiedendo di guardare oltre: dopo la CECA, la CEE e l’Unione è ora di far nascere la Comunità. Questo è il sogno, appena abbozzato, intravisto in questo mezzo secolo di storia, lasciato sempre in disparte dai potenti e dai politici, strumentalizzato ad arte e mai realizzato. Una comunità di cittadini, di fratelli. La Gran Bretagna, suo malgrado, ha dato la sveglia. Ora tocca a noi giovani.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.