Dove è finito lo spirito del Natale?

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Lo Spirito del Natale è uno dei personaggi più noti del racconto di Charles Dickens “Canto di Natale”.
Esso appare ad Ebenezer Scrooge, il vecchietto scorbutico e malvagio, protagonista della storia, nelle sembianze di tre fantasmi che dovranno attuare la sua redenzione, mostrandogli  il valore del Natale, periodo di pace e amore in terra per tutti gli uomini.
Scrooge ritrova lo spirito del Natale e la sua vita cambia per sempre.

Non così felice è invece il finale del racconto di Dino Buzzati. Il bue e l’asinello della grotta di Betlemme, approdati nell’era moderna trovano una città addobbata a festa ma frenetica e ansiosa dove le persone “per sentirsi felici hanno bisogno di rovinarsi i nervi.”
 Dappertutto lo stesso spettacolo. Andare e venire, comprare e impaccare spedire e ricevere imballare e sballare chiamare e rispondere e tutti correvano tutti ansimavano con il terrore di non fare in tempo e qualcuno crollava boccheggiando.
– Mi avevi detto – osservò il bue – che era la festa della serenità, della pace.
– Già – rispose l’asinello. – Una volta infatti era così. Ma, cosa vuoi, da qualche anno, sarà questione della società dei consumi.

La società dei consumi ha trasformato il Natale in un grosso business: la televisione ci investe con pubblicità di prodotti dai nomi impossibili senza i quali la nostra vita sembra non avere senso, le strade sono piene di luci e addobbi che ci attraggono come specchietti per le allodole.
Sebbene in regime di austerity, il Natale non sembra rinunciare alle sue lusinghe e,  già sappiamo quanto spenderemo delle nostre tredicesime in regali, pranzi e cenoni.

E in tutto questo dove è finito lo spirito del Natale?
Le strade e le case traboccano di simboli solo esteriori, privati dei loro significati, quasi a colmare quel  profondo vuoto che abbiamo dentro.
Allestiamo maestosi presepi e forse neppure sappiamo che il primo presepe vivente fu realizzato da San Francesco d’Assisi, che introdusse il bue e l’asinello proprio a significare l’estrema povertà in cui nacque il bambino Gesù!
Gli psichiatri ritengono che il Natale comporti rischi di nevrosi e depressioni perché le persone vivono drammi legati all’incomunicabilità e che i regali servano a colmare la nostra mancanza di rapporti autentici, la nostra difficoltà ad amare e donare agli altri noi stessi, il nostro tempo, la nostra comprensione.
Il Pontefice ci esorta a  vivere il Natale in maniera essenziale, senza lasciarsi sopraffare dal consumismo , come “la festa del Figlio di Dio che è venuto a portare agli uomini la pace, la vita e la gioia vera”. Egli ci invita a non cercare la felicità nelle cose esteriori e a ritrovare il significato del Natale lì, nella grotta di Betlemme, dove tutto ha avuto inizio.
E’ forse proprio in una povera mangiatoia che si nasconde lo spirito del Natale?

Sono troppo giovane per essere un nostalgico dei natali di una volta e poi, anche io sono “figlio del consumismo”, ma continuo a credere nella magia del natale.
Mi piace vedere la famiglia riunita per addobbare l’albero cantando canzoni di natale, mi piace ritrovare ogni anno quel vecchio puntale che tutti disprezzano ma che nessuno vuole buttare via perché è un ricordo.  Andare alla messa del 25 dicembre e scambiarsi auguri i senza la solita premura. Trascorrere le giornate pigramente, a casa con le persone che ami, consumando gli avanzi del cenone davanti allo stesso film di natale che non ci stanchiamo mai di rivedere!
Mi piace fare regali che significano “ti voglio bene”,  mi piace anche, quel piccolo gesto di solidarietà che compiamo  con chi è meno fortunato di noi, o quell’ora trascorsa con la nonna anziana che ormai non ci sta più con la testa ma sorride tutta contenta!

E se fosse questo lo spirito del Natale?
Non è forse vero che ci sentiamo tutti più buoni?
Certo non si può essere buoni solo una volta l’anno ma alcune volte, è già abbastanza.
Buon Natale, a tutti, davvero!

Articolo scritto da Luca Di Lillo

Cogitoetvolo