Dunkirk

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Un film di guerra dalla struttura narrativa complessa, che rende Nolan uno dei favoriti alla corsa per gli Oscar e lo riconferma come un genio del cinema contemporaneo.

Il cinema d’oltreoceano ci ha abituato, quasi assuefatto, alla narrazione collettiva delle grandi guerre, studiate in ogni minimo dettaglio e messe sullo schermo in modo quasi frenetico. Se pensiamo al monumentale Salvate il soldato Ryan, o al sentimentale Pearl Harbour, potremmo essere portati a credere che la cifra stilistica bellica si sia ormai inesorabilmente esaurita.

Se così fosse, non avevamo fatto i conti con il genio di Christopher Nolan. Il regista britannico attinge a piene mani dalla materia grigia formata dai canoni classici del racconto bellico, stravolgendone le direttive di tempo e di spazio, restituendoci uno dei più limpidi e meglio riusciti prodotti cinematografici del panorama contemporaneo.

La vicenda è una quasi pietra miliare della storia dell’Inghilterra durante la seconda guerra mondiale, un episodio, quello che si svolse nella spiaggia francese di Dunkirk, che valse quasi come una vittoria ante tempore, dimostrando la straordinaria coesione del popolo inglese: più di trecento mila soldati, attorniati dall’esercito tedesco e ammassati nella spiaggia della Normandia, furono gli inermi protagonisti di una imponente operazione di evacuazione che vide impegnate centinaia di imbarcazioni militari e civili che, indomite, attraversarono le fredde acque della Manica per riportare a casa i propri “ragazzi”.

La retorica sembra essere quasi una scelta obbligata, avallata dalla circostanza per cui il nome della cittadina francese in cui avvenne l’operazione di salvataggio, Dunkerque, viene utilizzato nel titolo in inglese. Nolan, però, riesce a evitare il tranello della retorica patriottica mettendo in scena un linguaggio narrativo scevro da formalismi. La guerra viene raccontata semplicemente così come essa è. In guerra, infatti, c’è poco spazio per l’eroismo, molto più per il fisiologico istinto di sopravvivenza. La guerra, più che azione, è attesa. È un sibilo, un fruscio d’aria, un mare in tempesta che ti separa dalla salvezza, è un aereo che spara alla cieca, un nemico che si nasconde nella nebbia, le spalle curve sotto il peso della stessa attesa e della stessa paura.

Ed è proprio l’attesa, a tratti carica di tensione, a tratti sonnacchiosa e snervante, a diventare un elemento centrale della scelta stilistica di Nolan, che prende il tempo, lo forza e lo manipola a suo piacimento, facendo letteralmente entrare lo spettatore dentro al film, inglobandolo quasi nella narrazione, rapendolo dentro la bolla temporale che lo restituisce alla sua dimensione solo dopo la fine dei titoli di coda.

Un’operazione, quella di Nolan, decisamente ben riuscita, esattamente come quella di Dunkerque.

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.