E il silenzio prese voce

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Gli spettatori prendono posto e in breve il teatro si riempie. Cerco una poltroncina libera nelle prime file. Un vivace chiacchiericcio accompagna l’entrata dei ritardatari che velocemente si apprestano a sedersi. Nella sala c’è grande attesa.

Le luci si spengono. Il mormorio di sottofondo si attenua cedendo il posto a una musica incalzante. Si apre il sipario. Il tendone di velluto si dischiude svelando sul fondale lo scorcio di una piazzetta incastonata tra antichi palazzi. Esplode un fragoroso applauso.

Alexia fa il suo ingresso sul palcoscenico. I riflettori ne illuminano l’esile figura avvolta in un abito rosso cardinale. Avanza con passo aggraziato facendo ondeggiare i morbidi drappeggi del vestito. Raggiunge il centro della scena poi si ferma, lo sguardo rivolto al pubblico. Osservo i lineamenti del viso cercando di cogliere le sue emozioni. Nella sala cala il silenzio. Trattengo il fiato: con il mio respiro si ferma anche il tempo.

Conobbi Alexia alla scuola materna. Si trasferì in Italia dall’Albania quando aveva quattro anni, lasciandosi alle spalle un passato troppo pesante da ricordare. La mamma era arrivata a Torino per sottrarsi alle prepotenze di un marito violento, per offrire alle sue bambine un futuro senza insulti e senza botte. Ma le brutture sono difficili da dimenticare, anche se hai solo quattro anni e hai messo tra te e il passato centinaia di chilometri.

Alexia a scuola non parlava. I medici diagnosticarono una forma di mutismo emotivo. Appena arrivava all’asilo andava allo scaffale dei giochi a recuperare quella che per tutti era diventata la sua bambola: una pigotta con lunghe trecce ramate e un vestitino a fiori dall’orlo sgualcito. Alexia giocava sempre da sola, in un angolo dell’aula o del cortile, accudendo la sua piccola amica. Ogni pomeriggio, prima di tornare a casa, riponeva la bambola con cura, sempre nello stesso angolo, sul medesimo ripiano. Lì la ritrovava il mattino successivo.

Anche alle elementari eravamo nella stessa classe. Alexia continuava a non parlare, a non intervenire nelle discussioni. Ascoltava attentamente la maestra, eseguiva con impegno i compiti assegnati ottenendo buoni risultati, ma con noi manteneva sempre un atteggiamento apatico e distaccato. Non rideva, non ci rivolgeva mai la parola. Guardava il mondo con una pacata indifferenza, come se quell’aula e quella vita non le appartenessero. Quando cercavamo di coinvolgerla, ci rispondeva a monosillabi, tenendo gli occhi bassi per non incrociare i nostri sguardi. La mamma sosteneva che a casa Alexia era una bambina vivace e chiacchierona. Stentavamo a crederci. Di lei, quasi non conoscevamo il timbro della voce.

Solo in quarta cominciò a relazionarsi con i compagni: a volte si avvicinava timidamente per osservare cosa stessimo facendo e, quando disegnavamo, si sedeva accanto a noi. Alexia tracciava sui fogli linee morbide e sinuose. Disegnava meravigliosi volti femminili, tanto belli ed espressivi che parevano animarsi ad ogni movimento della sua mano. Noi rimanevamo incantati ad ammirare quei visi delicati ed eterei, così simili a lei. I suoi disegni sembravano racchiudere le parole che non aveva mai pronunciato, i sorrisi mai abbozzati.

Poi la scuola media. Finalmente la svolta, il giro di boa tanto atteso. Alexia venne coinvolta in un progetto pomeridiano di teatro. Inaspettatamente quella diventò la sua passione, il suo rifugio.

Ora Alexia è là, sul palco, stretta nel lungo vestito rosso, con la sua storia fatta di conquiste e di fragilità. Fa un passo avanti e appoggia la mano sulla finta balaustra. Dalla sua bocca non escono parole.

Mi muovo nervosamente sulla poltrona. Il mio pensiero torna a quei lontani, interminabili silenzi. E ho paura. Paura di non sentire la sua voce. Ma, come acqua che vince l’arsura,  le parole cominciano a fluire, argentine e sicure. Tiro un sospiro di sollievo. Alexia si muove con disinvoltura, padrona della scena. Le sue battute riempiono la sala e il mio cuore. Si susseguono nitide e vibranti, non tradiscono incertezze o imbarazzo. Così sul palcoscenico Alexia diventa finalmente chi vuole essere.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.