E li chiamano disabili

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“E li chiamano disabili”, probabilmente sarebbe stata questa la risposta di Candido Cannavò (storico direttore della “Gazzetta dello Sport”) se avesse assistito ad una puntata de “La vita in diretta”. Protagonista è Max Tresoldi che, pur non essendo presente negli studi della trasmissione in onda il pomeriggio su Raiuno, aveva commosso tutti raccontando la sua vita.

Max è il protagonista indiscusso di umiltà, un “disabile” che redarguisce l’espressione poco felice di Alda d’Eusanio. Infatti la conduttrice e opinionista aveva commentato in questo modo una domanda sui risvegli e sul coma: “La sua non è vita”. A Max quella risposta non era andata giù, il perché lui lo sapeva benissimo. Lo sapeva benissimo la mamma e lo avevano capito perfettamente i terapisti che seguivano ogni giorno il ragazzo e che, nei momenti successivi alla trasmissione, avevano visto Max molto agitato. Quella risposta a bruciapelo data in diretta e davanti a milioni di telespettatori, davanti, soprattutto, alla sua mamma, lo avevo inorridito; la sua agitazione era solo la spia di una sensibilità ferita, di un orgoglio violato, di una vita brutalmente offesa.

Poi, però, la Rai, con una seconda puntata, ha rimediato all’ingiuria subita offrendo un quarto d’ora di tv informata che ha fatto parlare i fatti senza mistificarli. Franco Di Mare, il conduttore, si era sin da subito dissociato dalle parole della D’Eusanio ed ha preso in mano il filo della vicenda: ha fatto chiarezza, ha dato atto alla storia facendo parlare le immagini di Max prima dell’incidente e dato voce agli esperti, quelli veri. La dottoressa Leonardi libera il campo dagli equivoci e ribadisce il concetto del risveglio dal coma: «Bisogna distinguere tra coma, successivo stato vegetativo e infine stato di minima coscienza. Max non era in nessuno di questi tre. Dieci anni fa si è svegliato». Un medico in ospedale lo descrisse come un tronco morto, così la madre decise subito di portarlo a casa diventando la sua infermiera, sostituendo in tutto e per tutto i medici. «Non sono mancati i momenti difficili. Era il 28 dicembre del 2000 – racconta la signora – quando morì mio padre. Ero distrutta  e stavo per crollare. Dissi a Max: stasera lo fai da solo il segno della croce, io sono stanca. Lui alzò il braccio e si segnò. Poi mi abbracciò forte».

La storia di Max e della sua mamma ci ricorda quanto noi altri, al loro cospetto, possiamo essere meri osservatori, giudici fuori luogo di una vita che non conosciamo e di cui, probabilmente, non rammentiamo l’importanza. Max ci spiega che la disabilità è un concetto del tutto relativo in grado di capovolgersi in un attimo: siamo noi, disabili, a dover chiedere scusa a Max per un pregiudizio ricurvo e ricorrente che continua a non darci tregua. Un’idea martellante, come quella espressa dalla conduttrice, e che si annida nell’animo di molti, scalfisce una vita di sacrifici, mortifica la verità, mina la sensibilità di chi vive la disabilità come una normalissima quotidianità.

In fondo Alda D’Eusanio, o chiunque di noi abbia pensato la medesima cosa, aveva ragione: quella di Max non è vita. No. È un miracolo!

http://www.youtube.com/watch?v=8z8Luuzj3RY

Sono Domenico, ho 29 anni e una passione smodata per la scrittura. Il mio sogno nel cassetto è scrivere un libro, l’altro è un viaggio per il mondo in sella alla mia bici. “Strappare la bellezza ovunque sia e regalarla a chi mi sta accanto” è quel che tento di fare attraverso i miei articoli. Spero che un pizzico di quella bellezza arrivi dritta dritta ai vostri cuori! Buona lettura!!!