E’ sempre la giornata dell’arte

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Perché non è necessario un volto pitturato. È sufficiente quel sorriso immenso di chi sa tornare bambino e… se ne frega se non sa ballare: balla.

9 Giugno 2015, ore 12:22. Mentre cammino verso il motorino, mi guardo le mani. Sono dipinte di rosso e verde. Sorrido di un sorriso indelebile. Con le labbra, con gli occhi, con la pancia.
Indosso il casco e salgo sul motorino. Indugio qualche secondo. No, non voglio ancora guardarmi allo specchietto. Parto. Il tragitto è sole, è vento, è pensieri. Sole, vento e pensieri che restano anche quando entro a casa. Immediatamente corro allo specchio.
Guardo la mia maglietta. Impiego meno di un secondo a decidere che, sì, la adoro. Qualcuno ci ha dipinto sopra il simbolo della pace. Poi c’è un fiore, tanti cuori, e infinite scritte. Anche la mia faccia è dipinta. E anche le braccia. Blu, verde, rosso, bianco, giallo… ogni colore racconta questa giornata straordinaria. Risate, pallavolo, ritratti, batteria, mani in aria, chitarra, occhi lucidi, abbracci, gavettoni, euforia. Infiniti scatti, impressi nelle Reflex di qualcuno. E negli occhi di tutti. Perché non è stato semplicemente l’ultimo giorno di scuola. È stato “the Art Day 2k15”.

Capisci che è la Giornata dell’Arte quando non cantano solo i cantanti, non dipingono solo i pittori e non ballano solo i ballerini. Capisci che è la Giornata dell’Arte quando tutti gli studenti si concedono di essere artisti, lo ammettono, lo urlano, con i loro volti pitturati. E con quei sorrisi immensi, di chi se ne frega se non sa ballare: balla.
Picasso disse che “tutti i bambini sono degli artisti nati. Il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi”. Oggi siamo tornati bambini, siamo tornati artisti. Tutti. Ed è stato meraviglioso.

Eppure, c’è un problema. Da un bel po’ di tempo ormai mi chiedo cosa davvero voglia dire essere pittore. O scrittore.
Una mattina di Aprile, mentre ci pensavo, il professore di Storia dell’Arte mi è passato davanti, in corridoio. Quando ormai mi aveva superata, mi sono decisa a chiamarlo. “Prof?”. Si è fermato per un secondo con la gamba sospesa in aria. Poi si è girato. “Sì?”. A lui certe domande un po’ strane si possono fare. “Quando, secondo lei, uno che dipinge può definire se stesso pittore?”. Solo per un attimo ha guardato la finestra dietro di me. Poi ha risposto: “Subito”. Pausa. “La qualità di ciò che dipinge è un altro discorso. Ma immediatamente, chiunque inizi a dipingere, deve definirsi pittore, secondo me”.
Non mi aspettavo per niente una risposta simile. Però mi è piaciuta.

Io continuo a non avere un’opinione precisa. Scrittore è solo colui che pubblica libri e che viene riconosciuto come tale dalla società? Penso di no. Ma allora chi altro è scrittore?

9 Giugno 2015, ore 20:30. Ogni due minuti entro in camerino per controllare i capelli, il trucco e i vestiti. Manca poco. Ho imparato a riconoscere l’ordine delle tracce musicali. La prossima è la nostra. Afferro la mia funicella rossa, salgo il primo scalino e aspetto. Respiro.
Ecco, tocca a noi. Secondo scalino, terzo, arrivo sul palco, cammino rapida, mi posiziono. Luci puntate addosso. Ancora per un istante, mi risuona in mente l’ultimo sussurro della mia insegnante: “Respirate!”. I suoi occhi, invece, ci avevano raccomandato di ballare con tutta l’energia del mondo.

10 Giugno 2015, ore 2:03.  Finalmente mi distendo sul letto. Ripenso allo spettacolo. La funicella mi si è impigliata due volte. Ma è stato comunque uno spettacolo. Il ritmo scandito dalle corde sulle assi di legno era il nostro ritmo. Un ritmo nel sangue, nei polmoni, nel cuore.

Non so ancora cosa voglia dire essere scrittore. Ma forse ho capito cos’è l’arte.
È arte quando non si preoccupa della logica o del buon senso. È arte quando esplode in fondo allo stomaco, senza spiegazioni. È arte quando il tempo scorre e l’emozione non invecchia.
E ho come la sensazione che molto spesso… è arte quando chi l’ha fatta non si accorge che la sua è arte. Chissà, forse è arte proprio perché non si accorge che lo è. Allora probabilmente aveva ragione il mio professore. Subito colui che dipinge deve dirsi pittore: prima di poter intuire che la sua è arte.

Qualcuno una volta disse che l’artista dopo che ha lavorato deve sentirsi pienamente stanco, eccitato, qualche volta felice e quasi sempre insoddisfatto.
E adesso, con un sorriso ancora indelebile, ormai intriso di un lieve retrogusto di nostalgia, vado a letto. Un po’ stanca, un po’ eccitata, un po’ felice, un po’ insoddisfatta.
Chiudo gli occhi con un pensiero in testa: in fondo, se lo vogliamo, è sempre la Giornata dell’Arte. Perché non è necessario un volto pitturato. È sufficiente quel sorriso immenso di chi sa tornare bambino e… se ne frega se non sa ballare: balla.

Silvia Occhipinti

Onde. Scarpette di stoffa, rosa, consumate. Greco. Libri. Notte. Inchiostro. Queste sono le mattonelle del mio nome. Riempite a modo vostro ognuna di queste piccole parole, ma tenete sempre i vostri pensieri accanto a una diciassettenne con un pizzico di follia negli occhi, pellicine rovinate ai pollici e un paio di Superga rosse ai piedi. Forse vi sarà utile sapere che… non so trattenere i sorrisi, mi piace la musica senza parole, e sono perdutamente innamorata degli occhi che brillano.