Educazione, cosa di cuore

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Per un prof. è troppo credere e affermare che «l’educazione è cosa di cuore»? C’è chi dice che sia persino eccessivo definire l’insegnamento “cosa di cuore” e che l’educazione spetti ad altri, poiché a scuola è meglio lasciare tutto nella sfera semplice e sicura della comunicazione asettica dei saperi: niente coinvolgimento personale, solo parole rivestite da guanti in lattice e classi sterili come sale operatorie. Quando frequentavo il liceo, al terzo anno, all’esterno della scuola durante la ricreazione ci fu un omicidio; gli spari li sentimmo tutti e dalla finestre vedemmo il corpo insanguinato, senza vita e solo in mezzo alla strada. Finita la pausa, tutti in classe per la quarta ora di Filosofia: il prof., come se nulla fosse accaduto e quasi fosse normale vedere tali scene, fece lezione tranquillamente, sì, almeno per lui tutto era pacifico! Del resto nelle mura protette di una scuola, tra le pagine intense dei grandi pensatori, quale adolescente poteva essere turbato da quanto accaduto prima? L’ora successiva fu quella di Greco e fu pure tutta un’altra storia. Stroncati dalla Filosofia, eravamo lì pronti e con i libri aperti, ma il prof. ci stupì con parole che ricordo ancora: «Che fate? Pensate sia normale che un uomo muoia così? Volete davvero che io faccia lezione lasciando la vita e la morte fuori dalla porta dell’aula? Coraggio, chiudete i libri e aprite i cuori!». Imparai allora una tra le lezioni più importanti, di quelle che non si trovano sui libri e non insegnano all’università; porto con me quell’insegnamento dell’ora di Greco e da prof, dopo vent’anni, mi è ancora utile, mentre dell’argomento di Filosofia non ricordo proprio nulla. Oggi posso dire con certezza che non c’è insegnamento vero ed efficace se non ci si mette il cuore, che non è solo la passione per la materia insegnata, ma è soprattutto il creare una significativa relazione educativa alunno-docente. Non c’è educazione senza cuore e senza mettere in gioco se stessi, e questo vale anche per gli studenti, i quali però possono solo impararlo dalla testimonianza quotidiana dei docenti. Ciò non vuol dire mettere da parte la lezione e il programma, né raccontare la propria vita o i problemi agli alunni. Si tratta di «amare ciò che amano i giovani, così essi ameranno ciò che amiamo noi». Infatti studieranno di più e meglio la nostra materia, forse si appassioneranno pure, se «sapranno di essere voluti bene», se ci vedranno «maestri in cattedra e fratelli in cortile» o nei corridoi. Saranno forse queste le parole folli di un prof. visionario e fuori dalla realtà, come l’autore delle frasi fra virgolette (non quelle del prof di Greco): il mio “maestro” che, chi non ha girato pagina o saltato volutamente quel capitolo, lo ha studiato sicuramente nei migliori libri di Pedagogia, perché, potrà piacere o no, ha fatto storia e prodigi nel mondo dell’educazione e della scuola in contesti difficili.

Ufficialmente Prof. di Lettere in un liceo di Catania, quando mi tolgo gli occhiali, entro in una cabina telefonica e indosso una tuta col mantello sono anche giornalista, scrittore e educatore...o forse è il contrario?! Sicuramente mi piace vivere con i piedi per terra, lo sguardo in cielo e le maniche rimboccate per agire.