Elogio dello straniero: diverso da chi?

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E’ recente la commemorazione della caduta del muro di Berlino, eretto, negli anni Sessanta , per separare Berlino est da Berlino ovest: una separazione fisica e metaforica della città, che, in realtà, separava due mondi. Sembrava, allora, che tutti i muri fossero caduti e potessero cadere: non c’era più l’Occidente e il mondo sovietico: c’era il Mondo.

Ma davvero tutti i muri sono stati abbattuti? Forse esistono ancora muri invalicabili che separano noi dagli altri. “Gli Italiani e gli Stranieri”, si sente dire in TV, si legge sui giornali, diciamo noi stessi, che siamo figli di coloro che hanno gioito per la caduta del muro di Berlino e che dovrebbero averci trasmesso che non esiste razza, o colore, religione, cultura inferiore o superiore: siamo tutti parte di una stessa “umana gente”, viviamo sulla stessa Terra e respiriamo la stessa aria.

Nelle scuole ci sono alunni stranieri, passeggiando in città si incontrano donne con il sari, uomini con gli occhi a mandorla, persone con la pelle più scura. A tratti somatici diversi corrispondono culture diverse: la donna con il sari crede nella reincarnazione e non beve vino, l’uomo con gli occhi a mandorla venera Buddha e mangia pollo tandoo’ori (fritto con spezie), il ragazzino dalla pelle nera adora gli spiriti della natura e si intreccia i capelli per allontanare il malocchio. Ognuno di loro è il nostro vicino di casa, il nostro compagno di scuola, chi ci siede accanto al cinema e non è un nemico.

Gli stranieri? Perché non dovremmo considerarli come noi, visto che facciamo la spesa negli stessi supermercati, compriamo le stesse verdure, guardiamo gli stessi film? Da chi sono diversi? Chi ci dà il diritto di sentirci superiori a loro?

Eppure, nonostante ovunque si predichi la tolleranza e l’integrazione, ci sono ancora episodi di razzismo: ancora i neri vengono picchiati all’uscita dei bar, ancora dei romeni si sospetta, ancora dai cinesi si sta lontano dicendo ai bambini che se non mangiano la verdura, non sarà il lupo cattivo a divorarli, ma il cinese che ha il negozio di abbigliamento sotto casa!

Sono gli stranieri che si macchiano di reati, o siamo noi ad essere rei di colpe più gravi? Noi isoliamo gli altri, li aborriamo, li emarginiamo come diversi, li prendiamo in giro e poi, in classe, al lavoro, a casa, in TV, ai convegni, difendiamo a spada tratta i diritti umani, la dignità e il rispetto.

Non è forse questa ipocrisia? Non è forse questa paura? Già, paura. Altrimenti come spiegheremmo la tendenza ad allontanarci da chi non ha la pelle bianca e gli occhi grandi?

Dovremmo, invece, imparare molto dagli altri. Non in quanto stranieri, ma in quanto persone possono insegnarci modi di vivere diversi e aprirci a nuovi mondi. Ogni “altro” ci arricchisce, ci dà qualcosa che prima ci mancava. Dovremmo favorire lo scambio interculturale, che non è solo imparare a dire qualche parola in cinese, in romeno o in lingua swahili, ma anche provare la ricetta del pollo tandoo’ori, o del sushi, o della carne speziata indiana, o del kebab. Bisognerebbe capire le motivazioni culturali, storiche e sociali che portano la donna islamica a indossare il burqa, la donna indiana a vestirsi con i sei metri di stoffa del sari, i neri a intrecciarsi i capelli in quella miriade di nodi e treccine (che, sotto sotto, tanto ci affascinano), o gli arabi a inginocchiarsi, ovunque si trovino, cinque volte al giorno volgendosi alla Mecca per pregare Allah.

La vera integrazione avviene quando le persone e i popoli riescono a convivere rispettandosi ed accettando, l’un l’altro, la diversità.

Forse, in questo, i nostri antenati erano più “progrediti”, rispetto a noi: quasi duemila anni fa, Seneca sentenziava “Patria mea totus est mundus”. E noi, giovani che viviamo la globalizzazione e il mondo digitale, dovremmo forse fare tesoro di ciò che, a ragione, è stato detto.

 

Cogitoetvolo