Eluana, ecco come è andata

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Tre anni da allora, eppure il 9 febbraio 2009, quando morì Eluana Englaro, sembra destinato a rimanere un giorno anomalo, fuori dalla storia. Per qualcuno una vittoria dell’autodeterminazione individuale, per altri l’epilogo di un dramma, per tutti, comunque, una data storica. Sulla quale, a mio avviso, c’è ancora molto su cui riflettere. Sì, perché anche tre anni dopo di quella vicenda restano tante, troppe ambiguità. Cerchiamo qui di ricordarle brevemente e di chiarirle, in modo che ciascuno possa farsi l’idea che crede sulla fine della povera Eluana, ma che le menzogne, almeno le più esagerate, vengano smascherate una volta per tutte.

 

Come stava Eluana?

Cominciamo dalle condizioni di salute nelle quali versava Eluana Englaro. E’ opinione comune che la donna, dopo essere stata visitata da molti medici, fosse stata concordemente riconosciuta – rispetto allo stato vegetativo in cui si trovava – impossibilitata ad una anche minima ripresa. Ecco, già in questa frase- verosimilmente riassuntiva del pensiero di molti – si condensano delle falsità. Infatti non solo non è vero che la donna fosse stata visitata da molti medici (basta leggersi le sentenze per accorgersi della presenza, ripetuta, di una sola perizia: quella del professor Carlo Alberto Defanti, incaricato dal padre di Eluana), ma non è vero neppure che coloro che la visitarono concordarono nelle conclusioni.

La riprova ci viene dalla divergenza tra il parere espresso dal già citato Defanti rispetto a quello, per esempio, del dottor Giuliano Dolce, il quale – anch’egli per mandato del padre – aveva seguito Eluana per qualche tempo registrando come lei, oltre ad aver ripreso, negli ultimi tempi, un regolare ciclo mestruale, fosse in grado di deglutire autonomamente, di variare il ritmo respiratorio a seconda degli argomenti trattati vicino a lei. Tutti elementi puntualmente trascurati dai pronunciamenti giudiziari, nei quali, come detto, compare invece la sola (e datata) perizia di Defanti, presa sempre come oro colato.

Un capitolo a parte meritano le effettive condizioni di Eluana prima della morte. Ricordiamo che si fecero, a tal proposito, i resoconti più scabrosi. Roberto Saviano, per dire, arrivò a scrivere sulle colonne di El Pais che Eluana aveva il «viso deformato, le orecchie divenute callose e la bava che cola, un corpo senza espressione e senza capelli» [1]. Descrizione senza dubbio impressionante, epperò frutto di pura fantasia dal momento che lo scrittore partenopeo non vide mai la donna.

La vide invece – per due volte – Lucia Bellaspiga, l’ultima giornalista a farle visita prima della morte. La descrisse così: «Eluana è invecchiata poco, è rimasta ragazza davvero, anche nella realtà, non solo in quella congelata dalle foto […] i lineamenti sono poco diversi da prima, non peggiori o migliori, diversi […] dal suo sguardo capisci che è una disabile, a occhi chiusi potrebbe essere la persona più sana del mondo […] il volto è rilassato, pieno, normale, non abbruttito» [2]. Altro che orecchie callose, bava che cola e tutto il resto. Nota bene: né Saviano, né altri si sono a tutt’oggi scusati per le loro gratuite e vergognose opera di fantasia.

 

La (non) vittoria del diritto

Particolarmente curioso, di quella vicenda, fu anche il dato giuridico. Si è detto che nessuno, una volta avviata la sospensione del nutrimento che avrebbe cagionato la morte di Eluana, avrebbe potuto fare nulla dal momento che, sulla vicenda, da parte della Corte d’Appello di Milano, era stata pronunciata una «sentenza passata in giudicato». Sbagliato: nessuna sentenza passò «in giudicato»; fu invece emesso un decreto di tribunale che, come tale, non era suscettibile di «passare in giudicato» ex dell’art. 2909 c.c., perché provvedimento di «volontaria giurisdizione». Non solo: c’erano sentenze, anche precedenti, che avevano già ribadito come i decreti dei tribunali «non sono idonei ad acquisire autorità di giudicato, nemmeno “rebus sic stantibus”, in quanto sono modificabili e revocabili non solo “ex nunc”, per nuovi elementi sopravvenuti, ma anche “ex tunc”, per un riesame (di merito o di legittimità) delle ordinarie risultanze» [3].

A ben vedere anche chi ha affermato che si è trattato di una battaglia vinta sul piano del diritto non la conta giusta visto che è stato proprio il diritto, in più occasioni, a dare torto alle tesi del padre ricorrente[4]. Per bene sei volte, infatti, i magistrati – antecedentemente alla sentenza della Cassazione del 16/10/2006 – negarono al tutore di Eluana il permesso di anticiparne la morte. Forse erano tutti magistrati all’oscuro della Costituzione e del citatissimo articolo 32 sul rifiuto delle terapie? Senza considerare che molti sono i punti poco convincenti di quella sentenza della Cassazione del 2006. La quale, da un lato, diede per certi elementi che certi erano affatto – per esempio l’irreversibilità dello stato vegetativo, concetto ampiamente superato dalla letteratura scientifica[5] e sconfessato dall’esperienza di numerosi “risvegli”[6] – e, d’altro lato, dando valore ad una ricostruzione “indiretta” della volontà terapeutiche di Eluana attraverso il suo «stile di vita», si collocò in netto contrasto con altri pronunciamenti coevi della Suprema Corte. Che, quanto alla manifestazione del “non consenso” a un trattamento sanitario, in ben due sentenze – la 4211/2007 [7] e la 23676/2008 [8] – sottolineò la necessità di «una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà».

 

E’ stata Eluana a chiedere di morire?

Alla luce di quanto ha detto e ribadito la Suprema Corte ci si può legittimamente chiedere: ci fu, da parte di Eluana, una «una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa» sulla sua volontà di non vivere a certe condizioni? Se sì, quando e in che luogo esattamente? Non è chiaro. L’unico dato certo – anche se, guarda caso, poco ricordato – è che la stessa Corte d’Appello di Milano ha messo nero su bianco come sia stato il Beppino Englaro, e non Eluana, a richiedere la sua morte: «La. S.C. non ha ritenuto che fosse indispensabile la diretta ricostruzione di una sorta di testamento biologico effettuale di Eluana, contenente le sue precise dichiarazioni di trattamento […] ma che fosse necessario e sufficiente accertare che la richiesta di interruzione di trattamento formulata dal padre in veste di tutore riflettesse gli orientamenti di vita della figlia». Parole che demoliscono un’altra leggenda metropolitana: quella secondo cui sarebbe stata lei, Eluana, a chiedere di non essere tenuta in vita a certe condizioni. Falso. Quella richiesta non è mai stata formulata. Non da lei, almeno: e scusate se è poco.

 

La morte di una donna

Queste poche righe non hanno, naturalmente, la pretesa – né potrebbero averla – di dissipare tutte le ambiguità su quello che, secondo una fredda formula giornalistica, è divenuto il “caso Englaro”. E’ bene però che d’ora in poi tutti, quanto meno, tengano presenti i tre elementi – ce ne sarebbero molti altri, ma lo spazio, si sa, è tiranno – che abbiamo qui voluto mettere a fuoco:

a) Eluana Englaro è morta, ma sarebbe potuta tranquillamente vivere, perché, pur versando in condizioni di gravissima disabilità, la sua salute non era affatto in pericolo;

b) si poteva anche giuridicamente impedire la sua morte dal momento che il decreto della Corte d’Appello di Milano a cui sono seguiti il ricovero ad Udine ed il decesso della donna era revocabile in qualsiasi momento alla luce, se non altro, delle decine di esposti fioccati tanto alla Procura di Milano, tanto a quella di Udine da parte di associazioni e privati cittadini e mai, di fatto, esaminati nel merito;

c) Eluana Englaro non ha mai è espresso la volontà di morire, qualora si fosse trovata a vivere in condizione di stato vegetativo. E se lo ha fatto, la giustizia italiana non è stata – nonostante i numerosi dibattimenti e le numerose sentenze emesse sulla vicenda – in grado di accertarlo.

Riepilogando, tre anni fa una donna innocente e gravemente disabile, in Italia, è deceduta in solitudine [9] in seguito a disposizioni per le quali non aveva mai reso «una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa», morendo – secondo quanto paventato in un appello sottoscritto da 25 tra docenti universitari e direttori di reparti di neurologia – «attraverso una lenta devastazione di tutto l’organismo» [10].

Ora ognuno si faccia pure l’idea che crede.

 

Note:

[1] http://elpais.com/diario/2009/02/11/sociedad/1234306804_850215.html

[2] L. Bellaspiga – P. Ciociola, Eluana. I fatti. Ancora, Milano 2009, p. 8.

[3] Cass. civ., sez. Unite 17-12-2003, n.19391; Cass. civ., sez. II 29-12-2004, n. 24140; Cass. civ., sez. II 21-02-2001, n. 2517; Cass. civ., sez. II 23-02-1999, n. 1493; Cass. civ., sez. I 29-07-1993, n. 8455

[4] Particolarmente interessanti sono le motivazioni con le quali il 16 dicembre 2006 la Corte d’Appello di Milano, pur ritenendo ammissibile il ricorso di Beppino Englaro, non lo accolse perché «Eluana è viva» e sottrarle (come poi è stato fatto) alimentazione ed idratazione avrebbe configurato – hanno scritto i giudici – una pratica di «eutanasia omissiva, nonostante gli sforzi argomentativi dei reclamanti di scindere l’ipotesi in esame da quella dell’eutanasia»

[5] In tal senso, all’indomani della sentenza n. 21748 ( Relatore A. Giusti) della Corte di Cassazione, Vincenzo Carpino, presidente dell’A.a.r.o.i. – acronimo che sta per Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani -, si trovò costretto a precisare che in realtà «non esistono criteri precisi per accertare con sicurezza uno stato vegetativo permanente. Mancano parametri scientifici e quindi protocolli di riferimento» (“Corriere della Sera”, 17/10/07, p.3).

[6] Amy Pickard, Christa Lily Smith, Patricia White Bull, Donald Herbert, Jan Grzebsky, Jesse Ramirez, Sarah Scantlin, Terry Wallis. Otto nomi che non dicono nulla, che non abbiamo sentito prima d’ora e che, verosimilmente, non sentiremo più. Ma sono otto nomi importanti, perché si tratta di persone che, per anni – qualcuno addirittura per due decenni – sono vissute ferme, inchiodate ad un letto o ad una carrozzella; fino a che, come per miracolo, si son “risvegliate”.

[7] http://www.diritto-in-rete.com/sentenza.asp?id=380

[8] http://www.aosp.bo.it/rad2/Rad/Leggi/23676_15092008.pdf

[9] «Quando Eluana è morta, era sola. Non c’era nessuno in quella stanza: il padre Beppino Englaro era a Lecco, come pure la madre. Non c’era un infermiere, un medico, nessuno di quelli che avrebbero dovuto “accompagnarla al riposo con presenza costante ed attenta”, com’è stato scritto da qualcuno» (http://www.comitatoveritaevita.it/pub/editoriale_read.php?read=176)

[10] «Procuratore, blocchi la condanna a morte», “Avvenire” 17/7/2008, p. 11

 

Articolo pubblicato su Libertà e persona

 

Classe '84, sociologo. Sono veneto, ma lavoro a Trento. Appassionato di bioetica, scrivo per alcuni siti e riviste e per tutti quelli che amano e odiano le mie opinioni. Soffro di grafomania ma non ho alcuna intenzione di farmi curare.