Eluana? Per la Cassazione è Lebensunwertes Leben

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L’ultima speranza di fermare il boia per Eluana Englaro si è spenta giovedì 13 novembre 2008. La Corte di Cassazione ha emesso l’inesorabile verdetto: quella di Eluana non è una vita degna di essere vissuta e pertanto può essere soppressa. L’esecuzione della sentenza avverrà interrompendo la nutrizione e l’alimentazione che consentono alla ragazza lecchese di vivere. Come tutte le altre precedenti pronunce, anche quest’ultima decisione non riesce assolutamente a convince. Per quattro ragioni. 1) Nel caso di Eluana non siamo di fronte (come ad esempio nelle tristi vicende di Welby, Nuvoli e altri) ad una persona tenuta in vita artificialmente attraverso speciali e costose macchine, ma ad una ragazza in stato vegetativo persistente che viene semplicemente alimentata. Interrompere tale alimentazione significa di fatto farla morire di fame e di sete, anche se con l’aggiunta di un po’ di morfina per lenirne il dolore. L’errore commesso dalla Corte di Cassazione nelle sentenze sul caso Englaro è quello di aver parificato l’atto di nutrizione di un paziente all’accanimento terapeutico. Nel caso di Eluana, in realtà, non si sta insistendo con cure tecnologiche sproporzionate, estreme, costose, invasive, inutili o sperimentali, si sta semplicemente adempiendo a quegli atti umanissimi ? quali nutrire e dissetare ? in cui si condensa simbolicamente, come qualcuno ha ricordato, la solidarietà umana nei suoi valori più profondi. Su questo punto, peraltro, la Cassazione ha totalmente ignorato le considerazioni che emergono da un passaggio fondamentale contenuto nel parere formulato dal Comitato Nazionale di Bioetica il 30 settembre 2005, dal titolo «L’alimentazione e l’idratazione di pazienti in stato vegetativo persistente». Passaggio che merita di essere riportato integralmente: «Per giustificare bioeticamente il fondamento e i limiti del diritto alla cura e all’accudimento nei confronti delle persone in SVP (stato vegetativo persistente), va quindi ricordato che ciò che va loro garantito è il sostentamento ordinario di base: la nutrizione e l’idratazione, sia che siano fornite per vie naturali che per vie non naturali o artificiali. Nutrizione e idratazione vanno considerati atti dovuti eticamente (oltre che deontologicamente e giuridicamente) in quanto indispensabili per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere (garantendo la sopravvivenza, togliendo i sintomi di fame e sete, riducendo i rischi di infezioni dovute a deficit nutrizionale e ad immobilità). (?) Il fatto che il nutrimento sia fornito attraverso un tubo o uno stoma non rende l’acqua o il cibo un preparato artificiale (analogamente alla deambulazione, che non diventa artificiale quando il paziente deve servirsi di una protesi). Né d’altronde si può ritenere che l’acqua ed il cibo diventino una terapia medica o sanitaria solo perché a fornirli è un’altra persona. Il problema non è la modalità dell’atto che si compie rispetto alla persona malata, non è come si nutre o idrata: alimentazione e idratazione sono atti dovuti in quanto supporti vitali di base, nella misura in cui consentono ad un individuo di restare in vita. Anche se si trattasse di trattamento medico, il giudizio sull’appropriatezza ed idoneità di tale trattamento dovrebbe dipendere solo dall’oggettiva condizione del paziente (cioè dalle sue effettive esigenze cliniche misurate sui rischi e benefici) e non da un giudizio di altri sulla sua qualità di vita, attuale e/o futura». 2) Il coma irreversibile in realtà non esiste. Esso può essere persistente, può durare anni, ma nessun neurologo onesto potrebbe diagnosticarne l’irreversibilità. Non esistono standard scientifici, non esistono criteri precisi per accertare con sicurezza quando si verifica una situazione di stato vegetativo irreversibile. Né esistono esami strumentali sicuri per dare un verdetto definitivo, giacché lo stato vegetativo rimane sempre una prognosi che si basa su principi probabilistici. La scienza medica sul punto è unanime nel dichiarare la pressoché impossibilità per un neurologo di negare con assoluta certezza la probabilità di un recupero della coscienza da parte di un paziente in coma: non basta nemmeno l’elettroencefalogramma. Anche qui, la Cassazione ha voluto ignorare un altro passaggio fondamentale contenuto nel citato parere del Comitato Nazionale di Bioetica del 30 settembre 2005, passaggio che merita anch’esso di essere riportato integralmente: «Non è corretto nemmeno associare la condizione dello SVP (stato vegetativo persistente) al coma: lo stato comatoso è infatti privo di veglia, mentre le persone in SVP, pur senza offrire chiari segni esteriori di coscienza, alternano fasi di sonno e fasi di veglia. Il problema bioetico centrale è costituito dallo stato di dipendenza dagli altri: si tratta di persone che per sopravvivere necessitano delle stesse cose di cui necessita ogni essere umano (acqua, cibo, riscaldamento, pulizia e movimento), ma che non sono in grado di provvedervi autonomamente, avendo bisogno di essere aiutate, sostenute ed accudite in tutte le loro funzioni, anche le più elementari. Ciò che va rimarcato con forza è che le persone in SVP non necessitano di norma di tecnologie sofisticate, costose e di difficile accesso; ciò di cui hanno bisogno, per vivere, è la cura, intesa non solo nel senso di terapia, ma anche e soprattutto di “care”: esse hanno il diritto di essere accudite. In questo senso si può dire che le persone in SVP richiedono un’assistenza ad alto e a volte altissimo contenuto umano, ma a modesto contenuto tecnologico». La letteratura medica, del resto, è piena di casi di risveglio dal coma. Esistono strutture che assistono e seguono tali processi ed un mondo di solidarietà fatto di volontariato, come l’Associazione Risveglio Onlus. Aprono inquietanti interrogativi sul punto alcuni casi clamorosi come quello di Jan Grzebsky risvegliatosi il 3 giugno 2007 dopo 19 anni di coma, o come quello di Salvatore Crisafulli, 38 anni, in coma per due anni in seguito ad un incidente stradale, avvenuto l’11 settembre 2003, al quale volevano staccare il sondino che lo nutriva. Dopo il risveglio, peraltro, Crisafulli ha raccontato che durante il coma era in condizione di vedere e sentire tutto. Il secondo errore in cui è incorsa la Suprema Corte nelle sue discutibili sentenze sul caso si radica, in realtà, nel presupposto ? scientificamente indimostrabile ? dell’impossibilità di un recupero di coscienza da parte di Eluana. Nessuno, oltretutto, si è posto il dilemma di cosa succederebbe se ci trovassimo di fronte ad un secondo drammatico caso Crisafulli, e se, in caso di risveglio, la stessa Eluana dovesse riferirci che durante il coma, allo stesso modo del trentottenne catanese, era in condizione di sentire e di soffrire. 3) Il delicato tema relativo al testamento biologico ? il quale, peraltro, non è previsto dal nostro ordinamento giuridico ? viene aggravato da un opinabile ragionamento della Corte di Cassazione. Già appare discutibile il presupposto logico sul quale viene fondato il cosiddetto testamento biologico, perché le disposizioni relative alla propria vita sono suscettibili di modifiche a seconda che vengano rese in condizioni di salute o di malattia. Come dimostra il caso recentemente emerso dell’oncologa Sylvie Menard, accanita sostenitrice dell’eutanasia che ha poi cambiato idea dopo essersi ammalata lei stessa. Nel caso di Eluana la Corte di Cassazione, con un ragionamento che suscita forti perplessità sotto il profilo giuridico, arriva addirittura ad ammettere la possibilità di prove testimoniali sulle disposizioni in tema di testamento biologico. Appare in tutta la stridente disparità il rigore che la legge esige per una disposizione testamentaria in materia patrimoniale, che com’è noto deve essere garantita da un notaio o almeno da un inequivocabile atto scritto, e quella in tema di disposizione della propria vita. Posto che il nostro ordinamento esclude la figura del «testamento orale», la domanda che sorge spontanea è sulla base di quale principio giuridico la Cassazione sia pervenuta alla conclusione che le disposizioni attinenti a beni patrimoniali siano suscettibili di una tutela maggiore di quelle attinenti alla vita degli individui. 4) Introdurre un chiaro riferimento alla qualità della vita nel processo decisionale in ordine alla sospensione dell’alimentazione di chi si trova in stato vegetativo persistente, appare di una gravità inaudita. Riporta alla memoria la tetra espressione «lebensunwertes Leben» (vita non degna di essere vissuta) coniata nelle lugubri aule accademiche del Terzo Reich, ed il cui solo suono è capace di evocare brividi. Il rischio è che la mancanza di coscienza di un soggetto potrebbe essere presa in considerazione anche per altri pazienti terminali, pensiamo ai malati di Alzheimer, Parkinson, eccetera. E una volta stabilito un criterio di questo genere, potrebbe allargarsi ad altre condizioni. Si rischierebbe di scivolare lungo un piano inclinato molto pericoloso. L’ordine di Adolf Hitler, che diede avvio al programma di eutanasia, datato 1 settembre 1939, recitava testualmente: «ll Reichsleiter Bouhler e il dottor Brandt sono incaricati, sotto la propria responsabilità, di estendere le competenze di alcuni medici da loro nominati, autorizzandoli a concedere la morte per grazia (Gnadentod) ai malati considerati incurabili secondo l’umano giudizio, previa valutazione critica del loro stato di malattia». Tale provvedimento acquisiva effetti giuridici attraverso la nota in calce per “presa visione” del Ministro della Giustizia Gürtner. Spesso le aberrazioni possiedono i crismi della formalità. Ma noi non possiamo accettare che nel XXI secolo, nella repubblica italiana qualcuno possa ritenere umano concedere la Gnadentod a tutti coloro che versano in stato vegetativo. Né la Suprema Corte di Cassazione, né alcuna altra magistratura italiana possono aprire il varco ad una pericolosa deriva eutanasica. La posta in gioco è drammaticamente alta. E noi non vorremo vivere in un Paese nelle cui aule di giustizia si disquisisca ancora, anche se per apparenti motivi pietistici e umanitari, di «lebensunwertes Leben».   Avv. Gianfranco Amato, Vice Presidente di Scienza e Vita di Grosseto, membro del CORE Comment on Reproductive Ethics ? London, avvocato membro dell’ADF Alliance Defense Fund ? U.S.A e rappresentante per l’Italia di ADVOCATES INTERNATIONAL ? U.S.A.  

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