Ero un bambino anch’io

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Chi non ricorda il personaggio del bambino, di nome Giosuè, nel film di Roberto Benigni “La vita è bella”, uscito nelle sale cinematografiche nel 1997, in cui l’esperienza dell’infanzia viene contrassegnata, in forma poetica e nel contempo drammatica, dal fenomeno dell’antisemitismo, che si manifestò nelle sue espressioni più bieche, attraverso la deportazione e lo sterminio nei lager nazisti e, in Italia, con l’emanazione delle leggi razziali da parte del regime fascista?
Ebbene, in queste pagine, riportiamo la testimonianza di Franco Debenedetti Teglio, un ebreo italiano oggi settantaduenne che, allora, a partire degli anni Trenta del Novecento, era un bimbo, il quale subì, insieme alla sua famiglia, in seguito alle leggi razziali del 1938, e alla conseguente persecuzione nazifascista, il dramma di dover sempre scappare alle prime avvisaglie del pericolo di essere riconosciuti come appartenenti alla razza ebraica, e di vivere nella più totale e assoluta clandestinità, come un hidden child, un bambino-nascosto (sopravvissuto alla Shoah, all’Olocausto), per non essere portato via e finire nei forni crematori di Auschiwitz o Treblinka. Riportiamo un intervista tratta da Dimensioni Nuove.

È stato un bambino felice?
«Sono nato a Genova nel dicembre 1937, sin da quando ero piccolo ho vissuto costantemente in un contesto familiare e sociale angosciosi, in cui si respirava un’atmosfera penosa, sconfortante; circolavano già, prima ancora che venissero promulgate le leggi razziali, stereotipi negativi e insultanti per chi era identificato come ebreo, una persona definita con epiteti proferiti in modo sprezzante e con odio, come maiale, capitalista, grassone… Per me, fino all’età di 8 anni, quella fu un’esperienza devastante, che violentò la mia infanzia. Le cui conseguenze si sono ripercosse in modo brutale nella mia vita personale e nella mia famiglia».

Quali sono i suoi ricordi?
«In verità avevo praticamente rimosso del tutto il mio passato, la memoria di quanto e che cosa avevo dovuto subire quando ero solo un bambino; non sapevo nulla della mia infanzia. Ero, però, tormentato da spaventosi incubi tutte le notti. Solo a sessantacinque anni compiuti, ho cominciato a fare delle indagini sulla mia vita passata per tentare di ricostruire la mia identità, la storia della mia famiglia, scartabellando documenti, lettere, articoli di giornali, fotografie, incontrando persone che mi avevano conosciuto e mi hanno raccontato di me, dei miei genitori, di mio fratello, delle nostre traversie, delle persecuzioni e discriminazioni subite, dei rischi e pericoli che correvamo ogni giorno, perché eravamo ebrei».

Come era la situazione in Italia per gli ebrei?
«In Italia, gli ebrei erano abbastanza integrati, si sentivano cittadini italiani a tutti gli effetti, e non mancavano anche gli ebrei fascisti. In proporzione, si può dire che la partecipazione in percentuale degli ebrei ai moti risorgimentali, alle guerre d’indipendenza per l’unità della nazione e alla prima guerra mondiale era maggiore rispetto a quella degli stessi italiani cattolici. Il regime fascista, agli inizi, sembrava ufficialmente non ostile agli ebrei, e faceva entrare senza problemi e accoglieva gli ebrei che fuggivano dalla Germania. Poi, con le leggi razziali, le cose mutarono radicalmente. Ogni giorno e ogni ora, con quelle norme che inneggiavano alla purezza e salvaguardia della razza ariana, si toglieva all’ebreo ogni minima possibilità di sopravvivenza. Lo stesso duce, che si vantava di non manifestare agli inizi alcun sentimento antisemita, in realtà fece tradurre e finanziare personalmente, nel 1924, quando il nazismo era ancora agli albori, l’edizione italiana del “Mein Kapf” di Hitler. Esiste un brano, in questo libro, in cui Hitler elogiava Mussolini perché combatteva l’Hydra ebraica. In una pagina del “Corriere della Sera” del 1938, era così riportato: “Evviva! Noi siamo stati i primi!”, nel senso che gli italiani avevano per primi inaugurato quelle deliranti argomentazioni razziste, che poi sfociarono in una campagna di persecuzione e sterminio sistematici contro gli ebrei».

Che cosa ci vuole raccontare riguardo ai suoi genitori?
«Mia madre, Emma Teglio, condivideva con mio padre, Bruno Debenedetti, una vita all’insegna di un tranquillo benessere, ma eravamo sempre in viaggio, sempre sballottati da una città all’altra, per via del particolare lavoro che svolgeva mio padre. Lui lavorava per incarico della Regia Marina italiana come chimico, ed era molto stimato, e rispettato, considerato uno tra gli esperti chimici più famosi d’Europa. Nel febbraio 1939 fu licenziato in tronco per la sua appartenenza alla razza ebraica. Fu lo stesso Benito Mussolini a siglare il documento che lo costringeva a lasciare il suo lavoro. Si trattò pertanto di un grave trauma per mio padre. La sua dirittura morale, la sua assoluta fedeltà alla patria gli impedirono di accettare altri posti di lavoro, che avrebbero sì aiutato la sua famiglia, composta di una moglie e due bambini piccolissimi, a vivere anche in modo egregio, ma avrebbero compromesso il giuramento fatto alla Marina di non rivelare mai a nessuno quanto lui avesse scoperto nelle sue ricerche tecnico-scientifiche nel campo chimico sottomarino»

Come reagì la sua famiglia all’indomani delle leggi razziali?
«Fummo costretti a trasferirci, emigrare, esiliare in Francia, dove campammo ai limiti della sopravvivenza, con ogni sorta di espedienti, ospiti di amici, o di persone pietose, e fatti oggetto delle più oltraggiose ingiurie e di maltrattamenti, specialmente noi bambini, io e mio fratello Sergio più grande di me di 1 anno, sempre per lo stesso ritornello: perché eravamo ebrei. Inoltre perché eravamo italiani, infatti nel 1940, l’Italia invase proditoriamente il Sud della Francia, sicura della vittoria, dopo che le armate naziste l’avevano completamente sconfitta e annientata».

La vita in Francia dunque non era il massimo?
«Nel 1942, la buona sorte sembrò sorriderci, dopo tante umiliazioni e privazioni. Mio padre trovò un buon posto in una fabbrica di cosmetici a Marsiglia, dove ristrutturò con successo i processi produttivi, grazie anche alla sua conoscenza della glicerina utile alla fabbricazione di saponi e prodotti cosmetici (la nitro-glicerina era una materia in cui era estremamente competente, provenendo dalla Marina, dunque anche negli usi della glicerina sapeva il fatto suo). Purtroppo nel 1943, i tedeschi invasero anche la nostra penisola e il consolato italiano c’ingiunse di tornare in patria per assicurare a noi ebrei una maggiore tutela e protezione».

Come salutaste il ritorno in patria?
«Io e mio fratello credevamo che tornare in Italia sarebbe stato bellissimo: era la nostra vera patria… Ma ben presto la mia famiglia si rese conto che il rischio di essere scovati dalle ss e portati via a lavorare nei campi di sterminio era diventato altissimo. La situazione per noi si era fatta disperata. I nostri genitori ci obbligarono a nascondere all’esterno la nostra vera identità. Dovevamo dimenticare il nostro cognome, fummo privati dello shadai, la medaglietta d’oro che portavamo al collo per tradizione (in essa era incisa la stella di Davide, il nome e la data di nascita), non dovevamo assolutamente mostrare il nostro piccolo pene ai coetanei: si sarebbe scoperta la circoncisione».

Dove vi sentivate, in qualche modo, al sicuro?
«Da nessuna parte. Ma noi, mio fratello, io, mio padre e mia madre, e i nonni materni, ci rifugiammo a Morbello, un paesino della provincia di Alessandria, tra Ovada e Acqui. Vivevamo costantemente nel terrore di essere catturati e internati. I genitori ci imposero di non parlare e mai giocare con gli altri bambini. La domenica dovevamo sempre dimostrare di essere come gli altri, fingerci cattolici, andando in chiesa a pregare e assistere alla Messa. La sera, quando andavamo a letto, sotto le coperte, esclamavo più volte sottovoce il mio nome, per paura di dimenticarlo, e mio padre – ricordo ancora con tenerezza – ci faceva recitare sottovoce lo Shema’ Israel (Ascolta Israele), la tipica orazione ebraica, e a me quei suoni, quelle parole mi riempivano il cuore e l’anima di dolci sensazioni. Al minimo sentore del pericolo di una retata, scappavamo sulla montagna».

Le retate erano frequenti?
«Sì, i fascisti e i nazisti rastrellavano spesso la zona alla ricerca di partigiani o di ebrei. Chi faceva la spia e denunciava un ebreo, poteva guadagnare dai nazifascisti 5000 lire d’allora, per ogni persona internata. Quasi mai venimmo denunciati, perché i partigiani e i contadini ci volevano bene e ci proteggevano. Chi ci avesse fatto del male, sarebbe incorso nella loro vendetta, perciò nessuno, di quelli che ci volevano invece male, osava denunciarci».

Non eravate soli, c’era chi vi poteva aiutare?
«Esisteva una rete di protezione veramente efficace, per fortuna, c’era una solidarietà grande da parte degli abitanti della zona nei nostri confronti. Noi venivamo avvisati sempre in tempo e riuscivamo a nasconderci, grazie all’aiuto dei contadini e dei pastori di quei luoghi, che si dimostrarono sempre pieni di gratitudine verso mio padre – e lo ricordarono sempre con affetto, venni a sapere da loro stessi o dai loro nipoti –, perché lui si dava un gran da fare, con le sue lisce e morbide mani d’impiegato statale, per nulla callose o indurite come quelle dei contadini, nell’aiutarli a zappare la terra, potare le vigne, spaccare le pietre. Lavorava a giornata per loro. Io stesso facevo il pastore, badavo alle pecore, mungevo il latte, raccoglievo la legna, in cambio mi davano un po’ di formaggio o un uovo…».

Prima ha accennato ai partigiani…
«Infatti, durante le mie giornate solitarie, passate nei campi e nei boschi, mi capitò d’incontrare dei partigiani, ed ebbi da loro qualche incarico “di responsabilità”, per esempio, quello di portare dei messaggi da recapitare giù al paese e viceversa. Lo facevo volentieri, all’insaputa dei miei genitori. Mi piacque la loro amicizia e solidarietà e mi sentivo importante (avevo solo 7 anni). Ma il destino mi fece assistere anche a scene raccapriccianti (eravamo in tempo di guerra), che sogno ancora adesso… E poi è giusto che menzioni come nella Resistenza era attivissimo anche un mio zio, Massimo Teglio, ebreo anche lui, notissimo aviatore: faceva parte della Resistenza di Genova. Insieme a don Francesco Repetto aveva aiutato tanta gente a sfuggire dalle grinfie dei nazifascisti. Era stato soprannominato dai tedeschi la Primula rossa, e su di lui avevano messo anche una grossa taglia. Sulle sue imprese hanno fatto recentemente anche una fiction televisiva, “Fuga per la libertà”, interpretata dall’attore Sergio Castellitto, e avevano convocato me come consulente storico. Posso citare di lui un episodio che mi riguarda da vicino. Un giorno si avvicinò presso la nostra casetta una automobile stranissima. Eravamo spaventati a morte, pensavamo: “Ora ci prendono! Ci hanno scoperto!”. Ma dietro quella macchina c’erano alcuni contadini, i cui volti ci erano familiari, e dei bambini in festa. Dall’auto uscì un prete, e un altro prete era al volante. Sul davanti della macchina notammo le bandierine del Vaticano. Si trattava dell’ennesimo travestimento di nostro zio, la primula rossa, che era venuto a trovarci, con indosso una tonaca, portandoci da mangiare e del denaro. Ma ci aveva portato anche una triste notizia: i nostri zii, i nostri cuginetti (una bambina di un anno e mezzo e un bimbo di sei) e i nonni erano stati presi dai tedeschi e portati ad Auschwitz. Non era riuscito a salvarli. Loro non ce l’avevano fatta… Ma anche mio padre aveva rischiato di finire nei campi di concentramento».

Che cosa successe a suo padre?
Un giorno i tedeschi avevano fatto un rastrellamento e razziato le case del paese. Avevano preso anche mio padre. Furono momenti di panico indicibili. Insieme con la mamma, io e mio fratello raggiungemmo la colonna motorizzata dei soldati della Wermacht, che, con i loro prigionieri e il loro bottino, si stava allontanando. Un signore, che ci aveva avvisato della cattura di mio padre, mi mise in mano una stecca di sigarette. Vedemmo nostro padre, con le mani legate dietro la schiena, e due soldati molto giovani che lo scortavano, ma erano distanti dal resto della truppa. Mi avvicinai e diedi loro le sigarette. Cercammo di suscitare in loro un po’ di compassione, barattavo la vita di mio padre con una stecca di sigarette. A un tratto si udirono degli spari. Erano i partigiani che attaccavano la colonna. I due tedeschi, colti di sorpresa, spaventati dalle raffiche dei proiettili, senza dire niente, afferrarono le sigarette, ci lasciarono nostro padre vivo, e raggiunsero il resto della colonna. Ero felice: avevo salvato da morte certa mio padre…».

Alla fine della guerra vi ritrovaste ancora uniti?
«Alla fine della guerra, tornammo a Genova, e mio padre fu subito reintegrato in servizio presso la Marina. Per qualche anno tornò finalmente la normalità e la serenità. Purtroppo mio padre era succube di una forte depressione. Verso la fine del 1949 si suicidò. Nostra madre si occupò di noi, facendo molti sacrifici per farci studiare. Ma era molto apprensiva e ci soffocava con la sua ansia e le sue attenzioni. Io a 14 anni me ne andai a vivere da solo. Riuscii a trovare lavoro presso la Olivetti. Anche mio fratello, diciassettenne, se ne andò di casa, ma all’età di 22 anni, dopo che aveva conseguito brillantemente la laurea in Fisica nucleare presso la Normale di Pisa, si suicidò. Da parte mia, sono ancora qui e sto ora parlando con lei. Dopo aver seguito le tracce del mio passato e recuperato la memoria del mio vissuto drammatico di bambino-nascosto, dal 2005 tendo ad andare nelle scuole, e nei locali pubblici, e parlare ai bambini, ai giovani, alla gente della mia esperienza di bambino ebreo, scampato ai campi di concentramento, ma vittima delle persecuzioni razziali. E lo faccio tuttora».

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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