Eroina sotto copertura

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Varsavia, 16 novembre 1940. La costruzione del muro di cinta era ormai stata ultimata, fu issata anche una barriera di filo spinato per delineare la zona presidiata; questo atto delimitò il confine definitivo fra l’umano e il disumano. L’area venne edificata come campo di quarantena al fine di scongiurare il pericolo di eventuali epidemie e per questa motivazione, migliaia di famiglie furono costrette a trasferirsi nei grigi palazzi di quel fittizio quartiere residenziale. Con la diffusione delle politiche antisemite, la città inglobava il più grande ghetto d’Europa. Eppure il cuore di Varsavia pulsava in quelle 500mila anime “concentrate”, più o meno consapevoli, nel luogo della vergogna, batteva in quei vagoni dell’unica via tramviaria recanti la scritta: “nur fur Juden”, nella stella di David cucita al petto, nelle 184 calorie giornaliere previste dalla loro razione alimentare, nelle lunghe file di disoccupati alla ricerca di un posto di lavoro e in quella condizione, forse l’unica, che accomunava tutti: essere Ebrei. Talvolta nell’esasperata frenesia quotidiana del ghetto, si udiva pronunciare, quasi con timore reverenziale, il nome Treblinka; si raccontava che intere famiglie vi venissero deportate, ma che nessuno vi avesse mai fatto ritorno. Solo poco tempo dopo, il campo di concentramento Treblinka si rivelò il più grande scenario d’orrore disumano dell’intera Polonia.

In quel tempo Irena Sendler, una giovane polacca cattolica, operava all’interno del ghetto come infermiera del Dipartimento di prevenzione contro le malattie infettive. Irena nutriva in cuor suo un odio profondo per le politiche razziali dell’epoca, perciò, divenuta membro del movimento di resistenza polacca ZEGOTA, iniziò ad operare attivamente per offrire una speranza di salvezza alle vittime di quella ingiusta prigionia. La volontà di opporsi al deragliamento della dignità umana  e la sua ardente fede in Dio le istillarono il coraggio necessario per fronteggiare il titano della disumanità che stava schiacciando il mondo intero. Grazie al ruolo che ricopriva, aveva libero accesso al quartiere presidiato e poteva parlare liberamente con gli Ebrei residenti, cercando di convincere le madri a consegnare i loro figli al movimento, per poterli sottrarre ai campi di concentramento. Confondendosi dunque tra la folla, Irena nascondeva i bambini a lei affidati, in sacchi di iuta o nel fondo della cassetta degli attrezzi, li caricava nell’ambulanza e si allontanava dal ghetto, eludendo la sorveglianza delle guardie. La giovane donna aveva addestrato il suo cane in modo che abbaiasse in presenza dei Tedeschi e li infastidisse a tal punto da indurli ad allontanarsi da quel mezzo prezioso che nascondeva al suo interno tante piccole vite.

Una volta raggiunta la periferia di Varsavia, Irena attribuiva ai bambini false identità e li smistava tra famiglie cattoliche senza figli, conventi, monasteri e preti cattolici, con la promessa che avrebbero riabbracciato i loro veri genitori al termine della guerra. Per facilitare l’opera di riunione tra i bambini e le proprie famiglie, la giovane donna scriveva delle liste riportando entrambe le identità delle persone salvate, le richiudeva in barattoli di marmellata e li sotterrava ai piedi di un melo. Nel 1943 fu arrestata e torturata dalla Gestapo, le furono spezzati tutti gli arti ma, fedele ai suoi ideali, non rivelò mai il luogo di sepoltura delle liste. Fu condannata a morte, ma lo ZEGOTA riuscì a corrompere i sui esecutori, i quali, pur avendola liberata, la fecero comparire nella lista dei giustiziati. Irena continuò la sua missione da latitante fino alla fine della guerra, riuscì a salvare 2.500 bambini dallo sterminio, ma pochissimi furono riconsegnati alle loro famiglie; solo mille ebrei del ghetto sopravvissero all’Olocausto.

27 Gennaio 2013. Giornata della Memoria. “Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria”. (I. Sendler, nella lettera al parlamento polacco del 2007, un anno prima della sua morte).

Articolo scritto da Silvia Sartorello

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