Esercizi di speranza

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Il fatidico suono della campanella ha raggiunto tutta l’Italia, accompagnato dai sospiri annoiati di migliaia di studenti. Inizia un nuovo anno di studi, in cui ogni giorno almeno uno studente si sveglierà sperando di essere in qualsiasi altro luogo, fuorché nelle quattro mura scolastiche. Un nuovo anno in cui pochi ragazzi si sentiranno davvero privilegiati e protetti dalla scuola. In una società dove sempre più persone ritengono che la scuola non dia più speranza per il futuro, è necessario guardare verso un’altra terribile realtà che continua a far discutere negli ultimi giorni: quella siriana.

Secondo l’ultima stima dell’UNICEF, attualmente si aggira intorno ai 4 milioni il numero di bambini colpiti dal conflitto che sta distruggendo il paese. Non tutti possono permettersi di raggiungere  zone più sicure, come il Libano, la Giordania o uno dei tanti centri di supporto forniti da organizzazioni umanitarie. E se pensiamo che circa il 73 % dei bambini rifugiati ha meno di undici anni, possiamo solo immaginare gli effetti devastanti che questo conflitto lascerà sulle loro vite. Queste profonde ma invisibili cicatrici si traducono in frequenti incubi notturni, interminabili silenzi, a volte freammentati da comportamenti compulsivi. “Un bambino di quattro anni continuava a sparare con la sua pistola giocattolo”, racconta Antonio Guterres, a capo dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Un’intera generazione rischia di essere defraudata oltre che della sua infanzia, anche della possibilità di ricevere un’educazione e quindi di avere un futuro.

In una situazione del genere sono pochi i fortunati che riescono a raggiungere i banchi scolastici. Nella città di Damasco, circa 1 su 5 scuole non ha visto l’inizio del nuovo anno. E anche nei paesi vicini ci sono sempre più famiglie che scelgono di mandare a lavorare i propri figli maschi e di far sposare le ragazze. Eman Jabbra ha solo dieci anni ma sa già cosa vuole fare nella vita: aiutare le persone in difficoltà. “Era così spaventoso vedere gli aeroplani e gli elicotteri. Non riuscivo a non sentire il rumore delle bombe” racconta Eman ad un reporter della CBC, inviato in Libano in una scuola allestita da un’agenzia di aiuto ai rifugiati. “Sono felice di essere qui. Sto imparando molto”.

Quando si effettuano le stime delle vittime di guerra, compaiono numeri che si riferiscono solo ai deceduti o ai feriti. Quando a scuola parliamo di Prima o Seconda Guerra Mondiale, o di qualsiasi altro conflitto armato, commettiamo spesso l’errore di utilizzare come strumento di misura un metro con una ridotta sensibilità. E come ogni fisico sa, una misura presa con uno strumento poco preciso, ha un margine di errore enorme. Quando parliamo di guerra, ci limitiamo a quantificare i danni tangibili, quelli che possiamo vedere con i nostri occhi. Ma ci dimentichiamo completamente dei danni psicologici, delle ferite invisibili che oggi stanno marchiando l’anima dei bambini siriani e che un giorno potrebbero marchiare quelle dei nostri figli. Perché è impossibile per un bambino capire ciò che gli sta succedendo. Come fa a giustificare quella violenza gratuita che gli porta via casa, famiglia e, anche se non è in grado di rendersene conto, l’infanzia? Come farà a capire che un colpo di pistola non risolve alcun conflitto, lasciando soltanto una scia di amare parole non dette?

In questo frangente dove non esistono più sicurezze, l’unica istituzione in grado di fornire  un barlume di speranza, o anche solo un attimo di serenità, è la scuola. L’educazione è l’unico strumento che tutti noi abbiamo per essere dei buoni cittadini nel mondo. La scuola ci insegna a dialogare, a cercare di comprendere senza sentire un bisogno innato di prevalere sull’altro. Ci insegna che armi migliori per combattere sono la giustizia e la solidarietà e che la violenza è un seme che, una volta piantato, non smette mai di crescere e di riprodursi. La scuola, anche se noi non ci crediamo più tanto, ci permette di sognare. Lo sanno bene quei bambini come Eman, che tra i banchi di scuola riescono per un attimo a far tacere gli incessanti scoppi delle bombe e a sognare, un giorno, di poter tornare a casa.

 

Federica La Terza

Ogni riccio è un capriccio, un'idea e una curiosità. Il bisogno di andare oltre la superficie, oltre ciò che appare, mi ha spinto a coltivare a livello accademico il mio interesse per la scienza. Di fronte a tutto ciò che passa sotto la lente di ingrandimento della mia curiosità, cerco sempre di ricordarmi che per trovare risposte bisogna fare le giuste domande.