Esseri umani sin dal concepimento

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Riporto alcuni passaggi di un interessante articolo tratto dall’agenzia Zenith. L’articolo, sebbene ridotto rispetto alla versione originale, rimane un po’ lungo ma merita di essere letto perché affronta alcune delle questioni principali legate alla sperimentazione sugli embrioni umani, cercando di rispondere alle tesi più diffuse secondo le quali sarebbe giusto –in alcuni casi addirittura doveroso – usare le cellule embrionali per guarire alcune malattie attualmente incurabili. Il tema della ricerca sulle cellule staminali di embrioni umani continua ad essere oggetto di discussione. I fautori dell’uso di tali cellule embrionali sostengono che l’embrione, nei primissimi stadi di sviluppo, non può essere considerato persona umana. Posizione diametralmente opposta è quella avanzata da due filosofi in un libro di recente pubblicazione. Essere umano dal concepimento Robert P. George, che è anche membro del Consiglio di bioetica che risponde al Presidente degli Stati Uniti, e Christopher Tollefsen, evitano il terreno delle argomentazioni religiose, per illustrare una serie di principi scientifici e filosofici che confermano lo status umano dell’embrione. Nel libro dal titolo “Embryo: A Defense of Human Life”, sostengono che l’embrione ha lo status di essere umano sin dal momento del concepimento. (…) Quando si può parlare di essere umano Il punto è – secondo gli autori – che occorre individuare il momento in cui è possibile identificare l’esistenza di un singolo sistema biologico che ha iniziato il processo che lo condurrà alla maturità di un essere umano. Questo momento decisivo – sostengono – si identifica con il concepimento. (…) Secondo gli autori occorre tenere a mente tre punti fondamentali concernenti lo status umano dell’embrione. embryo.jpgTre caratteristiche 1) Esso si distingue, sin dall’inizio, da qualunque altra cellula della madre o del padre. 2) Ha una conformazione genetica propria del genere umano. 3) È un organismo completo, sebbene immaturo, che è destinato, salvo malattie o violenze, a svilupparsi e a raggiungere i successivi stadi di maturità. Di conseguenza, acconsentire alla distruzione di embrioni umani, anche se ad uno stadio di sviluppo molto precoce, al fine di ottenerne cellule staminali per essere usate nella ricerca o nella terapia clinica, significa dare licenza di uccidere una categoria di esseri umani, al fine di beneficiare altri esseri umani. (…) Per opporsi alla distruzione della vita umana nei suoi stadi iniziali di sviluppo non è necessario ricorrere a principi religiosi o affermare che essa sia dotata di un’anima, aggiunge. La tutela dei diritti degli embrioni Un ragionamento puramente filosofico è sufficiente per determinare ciò che è eticamente lecito fare con gli embrioni umani. In questo senso, difendere i diritti degli embrioni è come difendere le persone dalle ingiustizie e dalle discriminazioni, sostengono George e Tollefsen. (…) Il diritto umano fondamentale su cui concordano quasi tutti i teorici del diritto naturale è il diritto di una persona innocente a non essere lesa o uccisa. La capacità dell’essere umano di ragionare e di decidere liberamente è ciò che lo distingue dagli altri esseri viventi e gli conferisce una dignità superiore. Agire contro la vita umana significa quindi agire contro la dignità umana, a prescindere dall’età della vittima o dal suo stadio di sviluppo, concludono gli autori. Non solo essere umano, ma anche persona Uno dei capitoli del libro riguarda l’obiezione secondo cui, ammesso che un embrione possa essere considerato umano, non necessariamente esso deve essere considerato anche persona e come tale titolata di dignità e di diritti. George e Tollefsen respingono questa idea poiché essa cade nell’errore di considerare alcuni esseri umani inferiori ad altri, sulla base di elementi accidentali. Infatti – proseguono – negare lo status di persona, sulla base delle capacità mentali o di altri parametri funzionali, comporta notevoli conseguenze. Siamo quindi legittimati anche ad uccidere i neonati, dato che essi non hanno la capacità di svolgere le funzioni umane fondamentali? (…) Risposte a considerazioni erronee embrioni.pngUn’altra argomentazione infondata è quella secondo cui gli embrioni non sarebbero degni di uno status morale pieno, perché un’alta percentuale di essi manca di impiantarsi nel grembo della madre o è comunque abortita in modo spontaneo. Secondo gli autori questo è un errore naturalistico, in quanto considera che ciò che avviene in natura debba essere moralmente lecito anche quando causato dall’azione umana. George e Tollefsen sottolineano che, sebbene la mortalità infantile sia stata storicamente molto elevata, questo non ha reso eticamente lecito sopprimere la vita dei bambini a beneficio di altri. Un altro ragionamento utilizzato per difendere la ricerca sulle cellule embrionali è che di fatto esistono migliaia di embrioni congelati indesiderati, creati con le tecniche di fecondazione assistita, che non avranno mai la possibilità di essere impiantati e di raggiungere la maturità. Per questo la scienza potrebbe utilizzarli per il bene della ricerca. Secondo George e Tollefsen è manifestamente ingiusto pretendere che una persona – in questo caso un embrione – sacrifichi la sua vita in questo modo. “Gli esseri umani hanno un diritto morale a non essere uccisi intenzionalmente a beneficio di altri”. Sarebbe anche sbagliato, d’altra parte, condannare centinaia di migliaia di vite umane ad una sorta di limbo sotto zero. Occorre quindi affrontare il processo con cui si creano e congelano tali embrioni, secondo gli autori. Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione sulla loro sorte – raccomandano George e Tollesen – non usando gli embrioni come una sorta di materiale biologico di scorta, ma riconoscendone l’umanità. Questi ragionamenti contenuti nel libro, frutto di onestà intellettuale, ne rendono la lettura preziosa, in un momento in cui la scienza rischia di correre troppo avanti rispetto al dibattito etico. La versione integrale dell’articolo è consultabile sul sito documentazione.info    

Saverio Sgroi

Educatore con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo dei giovani, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono stato il "capitano" fino alla fine del 2016. Poi ho lasciato la barca ai più giovani, con la convinzione che sapranno condurla verso porti sempre più prestigiosi.