E!State Liberi: qui la camorra ha perso

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Mare, montagna, lago o Casal di Principe? Nuoto, arrampicata, relax o lavoro in territori confiscati alla mafia? Oltre seimila giovani, quest’estate, hanno dato la risposta meno scontata, partecipando ai campi-lavoro di “Libera”, l’associazione che, da statuto, è nata “con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia”. Obiettivi ambiziosi che hanno condotto alla creazione del progetto “E!State Liberi” che consente a migliaia di ragazzi ogni anno di partecipare ad un’esperienza di lavoro sui terreni sottratti alle mafie, sui terreni in cui la legalità ha vinto, da Cinisi (PA) a Cerignola (FG), da Scanzano Jonico (MT) a Casal di Principe (CE).
Tra quelle migliaia di ragazzi anche Rebecca, studentessa universitaria di 21 anni, è partita dalla sua Carpi, cittadina nel modenese, per raggiungere Casal di Principe, paese simbolo della camorra reso tristemente celebre da “Gomorra” di Roberto Saviano.

Cosa ti ha spinta a partire per intraprendere un’esperienza così forte e inusuale?
Tanti i fattori per i quali sono partita: il desiderio di conoscere da vicino una realtà di cui tanto si parla, di incontrare persone che lì combattono tutti i giorni contro un fenomeno che segna quelle terre da anni, di vedere una terra dove – chissà – potrebbe capitarmi di lavorare in futuro siccome studio Giurisprudenza a Bologna. Inoltre per appassionarmi al mio studio sento la necessità di stringere amicizie con coloro che hanno bisogno che io studi con passione e creatività per poter lavorare per la giustizia.

Com’era organizzata la vita durante la settimana? Quale accoglienza avete ricevuto?
Tutti i campi di Libera prevedono alla mattina lavoro nelle terre confiscate alla mafia e nelle cooperative sociali che le gestiscono. Abbiamo coltivato la terra, risistemato piazze e strade lasciate all’incuria, ritinteggiato appartamenti che ospitano disabili, e conosciuto tutte le realtà che nel loro settore combattono la criminalità e l’indifferenza. Al pomeriggio vi erano i momenti di formazione, l’incontro con testimoni, famigliari di vittime di camorra, responsabili di “Libera”; siamo entrati nel carcere di Carinola, abbiamo visitato una casa che ospita donne che hanno subito violenza, un ex-manicomio che in parte oggi è una fattoria sociale.
Gli abitanti di Casal di Principe sono sempre molto sorpresi di vedere gente “di fuori” nella loro città, che non è sicuramente un’attrazione turistica. La loro accoglienza, proverbiale, è stata confermata: ti invitavano a pranzo se passavi per strada alla mezza, o se entravi a chiedere un bicchiere d’acqua mentre lavoravi ti lasciavano a disposizione il bagno per fare la doccia. Le persone di “Libera” e delle varie cooperative con cui abbiamo lavorato più a stretto contatto ci hanno accolti a braccia aperte e si è subito creato un legame fortissimo in quanto la nostra presenza è segno concreto per loro di una vicinanza e di un sostegno che nelle loro città tante volte non trovano. La loro forza sono le persone che in Italia le sostengono, e la nostra presenza a Casal di Principe è per loro motivo di speranza.

Siamo tutti abituati a organizzare vacanze di piacere, a partecipare a vacanze-studio. Qual è l’essenza del campo di volontariato e formazione concepito da “Libera”? E perché, da quanto hai potuto vedere e vivere, proprio sul lavoro si è concentrata in questi anni la rivincita sulla mafia?
Il campo-lavoro colpisce nel segno sotto tanti punti di vista. Innanzitutto lavorando e sporcandosi le mani, si ha l’occasione di condividere la vita e i giorni delle persone che quotidianamente combattono la camorra e rischiano la pelle per non volere andarsene, lasciando la loro terra bellissima e la loro società in mano a chi le sta distruggendo. Condividendo con loro la fatica si dà un segnale forte anche a chi a Casal di Principe non si impegna affatto per la sua città: gli si dice “ne vale tanto la pena che ho fatto centinaia di chilometri per essere proprio qui”, e così iniziano a sorgere in loro delle domande.
Poi il lavoro è un problema enorme in Italia, ma al Sud particolarmente, e l’hanno capito bene queste persone, a mio parere geniali, che hanno idee imprenditoriali creative per combattere l’illegalità con il lavoro, proprio su quei beni che prima producevano crimine e ora danno da mangiare cose buone, pulite. Quando la camorra era più fiorente, se non avevi un lavoro andavi dal boss e lui ti faceva lavorare e così potevi mantenere la famiglia. Ora che la camorra a Casal di Principe è più debole e il settore dell’edilizia – il loro cavallo di battaglia – ha smesso di tirare, la gente non sa più a chi rivolgersi per sopravvivere. Per questo “Libera” e le cooperative sociali si impegnano a mettere a frutto le risorse che hanno, dando possibilità di lavoro sano alla loro gente. 

Casal di Principe: alla voce corrispondente su Wikipedia la prima delle “voci correlate” è un’eloquente “gomorra”. Com’è vissuta dai casalesi questa univoca identificazione del loro paese con la criminalità organizzata? E dagli altri campani?
In generale i casalesi purtroppo non sono grati a Saviano il quale ha puntato i riflettori sul lato buio di Casal di Principe, sentendosi identificati con quanto di peggio hanno in città. Sentono anche bisogno di essere ricordati e sostenuti per quanto di bello sta nascendo, per l’impegno di vita che alcuni di loro – non la maggior parte, purtroppo – ci stanno mettendo. Soprattutto si sentono isolati, anche dal resto della Campania. Abbiamo incontrato i Giovanissimi di Azione Cattolica della diocesi di Aversa (a 10km di distanza), e alcuni di loro avevano paura di venire a Casal di Principe per timore di sparatorie! Da una decina d’anni – sotto questo punto di vista almeno – non c’è più da temere, ad andare non si corre nessun pericolo, e Casal di Principe può diventare un vero e proprio luogo di resurrezione e di riscatto che consiglio a tutti di andare a conoscere da vicino!

“Non c’è bisogno di essere eroi, basterebbe ritrovare il coraggio di aver paura, il coraggio di fare delle scelte, di denunciare” scriveva don Peppe Diana, sacerdote ucciso dalla camorra nel 1994 per il suo impegno antimafia proprio a Casal di Principe. Come sono rese visibili queste parole dall’operato quotidiano di chi è chiamato a quel coraggio?
Proprio una ventina di anni fa, con la morte di don Peppe Diana, alcuni giovani di Casal di Principe hanno preso quel coraggio di cui parla e hanno iniziato a muoversi, a parlarsi, a organizzarsi. Abbiamo conosciuto gente che ha lavorato e lavora contro ogni speranza. Dicono “vent’anni fa non ci immaginavamo neanche fosse possibile avere centinaia di giovani da tutta Italia nei beni confiscati. Non pensavamo nemmeno possibile che potessero essere confiscate centinaia di ville e di terre dei camorristi, lì dove fino a dieci anni fa si sparavano per strada”. Abbiamo conosciuto persone che ammettono di aver paura ogni volta che una macchina li segue per troppo tempo, ogni volta che sentono una frenata brusca davanti al cancello di casa. Persone che, nonostante questo, nonostante il timore per i loro figli, sanno che non possono fare passi indietro per il bene e per il futuro del loro popolo. Proprio don Peppe aveva diffuso un documento che portava un titolo oggi famoso, una citazione biblica: “Per amore del mio popolo non tacerò”. Per amore del loro popolo, loro non stanno in silenzio, non si danno pace, e costruiscono con il lavoro una vita alternativa a quella che per decenni è stata l’unica scelta possibile a Casal di Principe: la camorra, o la connivenza con essa.

Un campo-lavoro a Casal di Principe, a più di seicento chilometri da casa, eppure sono molti i “Casal di Principe” italiani; quale atteggiamento hanno i casalesi verso il resto dell’Italia in cui seppur meno clamorosamente, e quindi forse più pericolosamente, la mafia agisce?
Una delle cose che mi ha più stupito è stato vedere che là sono molto più preoccupati per noi al Nord che per loro al Sud. Loro ormai hanno “gli anticorpi”, sanno come la camorra si muove, dove si muove, che volto ha. Conoscono i camorristi per nome e cognome, sanno dove abitano, li incontrano al bar, e sanno dove vengono seppelliti i rifiuti tossici, dove vengono appiccati i roghi. Il problema del Sud è un problema di presenza dello stato e di effettività della sua azione.
Il problema del Nord invece è diverso e più pericoloso: le imprese mafiose appartengono a prestanome, la camorra si nasconde dietro ad affari economici e finanziari, così che il cittadino medio può pensare che non ci sia. Eppure la camorra si lancia dove ci sono giri di denaro, dove ci sono affari, e soprattutto al Nord trova quello che cerca.

Considerando la tua esperienza, la consiglieresti ad altri giovani?
Assolutamente sì! È stata fondamentale per capire tanti aspetti della vita del nostro Paese e delle nostre città, ma soprattutto per recuperare la speranza che la routine e la fatica mi rubano molto spesso. Là, infatti, si impara a guardare a ciò che è, a partire dalla situazione presente, per progettare e realizzare il bene e la giustizia. Senza lamentarsi, senza abbassare lo sguardo, mai da soli!

Mi piace scrivere e leggere tutto ciò che stuzzica la mia curiosità, motivo per cui ho deciso di studiare Fisica. Amo la musica, in particolare quella classica: suono il pianoforte e canto come soprano in un coro da camera.