Etica dell’igiene

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Quando si sente parlare di etica, si pensa subito a “casi estremi”: clonazioni, chimere, eutanasia, aborto? Eppure molto spesso possiamo parlare di “bioetica della vita quotidiana”, che riguarda le vicende più semplici di tutti i giorni.
Uno degli ambiti in cui la riflessione bioetica merita un approfondimento è quella che potremmo chiamare “l’etica dell’igiene”: il vero e proprio culto della pulizia sviluppatosi negli anni del dopoguerra è un concetto assolutamente buono o nasconde dei tranelli?

Certamente l’introduzione nelle nostre case di acqua corrente e servizi sanitari ha determinato una netta diminuzione di malattie infettive. Tuttavia bisogna riflettere sul netto cambiamento di abitudini: dalla carenza di lavaggi quotidiani dovuta al fatto che l’acqua era un bene prezioso, all’alto numero di essi. Certamente oggi il “lavarsi” è diventato un piacere, e questo ha i suoi vantaggi, la cura del corpo è cosa buona e l’igiene salva numerosissime vite. Bisogna tuttavia riflettere su dei fatti che sembrano essere il rovescio della medaglia del nuovo fenomeno.

Per esempio, l’eccesso di abluzioni (lavaggi) porta ad un enorme consumo di acqua, in gran parte potabile, e ad un’immissione, nelle acque di scarico, di sostanze inquinanti.
Oppure la perdita dei ferormoni prodotti dalla pelle ha fatto perdere una forma di comunicazione interpersonale non basata sul linguaggio orale, a vantaggio di profumi e odori indotti dal mercato.
E ancora, la mancanza di contatto con germi “buoni” che talora costituiscono le basi per la protezione contro quelli patogeni con maggior rischio di susseguenti infezioni e di allergie.

Allora sorge una domanda: quanto l’uso di cosmetici e saponi, necessari solo in parte a scopo di prevenzione di malattie, è una reale scelta e quanto è indotto dal mercato pubblicitario? Nuove nicchie di mercato si aprono infatti giorno dopo giorno per questo tipo di mercanzia, un tempo priorità del mondo femminile, e oggi estesa a maschi, ma anche presente verso i bambini, e ? non ultimi ? gli animali domestici.

Il reale punto caldo però è valutare quanto la propensione estrema per l’igiene sia legata a cliché neanche indotti dal mercato, ma a una cultura omologante. Se ci pensiamo bene, l’avversione verso la “sporcizia” ha certo superato i limiti dell’igiene. Si considera sporcizia un minimo di forfora, l’acne giovanile fisiologica, il comune sudore, i cosiddetti “peli superflui”, come se non fossimo più in grado di fare i conti con i normali processi e cambiamenti del nostro corpo.

Probabilmente il problema è qui: siamo spaventati dal nostro stesso corpo, che ormai deve necessariamente essere perfetto. L’ideale oggi è l’uomo glabro o la donna senza nessun segno dell’età.

Tutto questo ci rimanda ad una più profonda paura, che non è tanto la paura di invecchiare, quanto quella di non rientrare nelle regole standard per avere diritto ad una reale cittadinanza in questo mondo. E’ l’omologazione universale, che inizia già in età infantile, quando le bambine si trovano a giocare con bambole-modello dall’aspetto anoressico, e i maschietti con cartoni animati “palestrati”: tutti ovviamente senza segni di età né di imperfezioni. Modelli perfetti ed utopici che lanciano solo un messaggio: fai di tutto per diventare come noi.

Dunque, il timore di non essere accettati, di non corrispondere a quella perfezione a cui tutti aspirano, ci porta ad un altro aspetto dell’ “etica dell’igiene”: l’etica della qualità della vita.

Secondo voi Cogitanti, fino a che punto l’igiene è da considerarsi necessaria? E quando diventa una vera e propria ossessione?

Articolo tratto dal sito Zenit.org e riadattato dall’autore.