Eugenetica e aborto / 2

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Continuiamo a leggere questo interessante articolo tratto da Documentazione.info, che fa una panoramica sulle ideologie che sostengono l’eugenetica, ossia la selezione di coloro che non sono adatti o degni di nascere.   c. Evoluzionismo ed evoluzionismo sociale.  Punto cardine dell’evoluzionismo è che tutte le specie viventi derivano da uno stesso progenitore (alcune scuole, però, ammettono l’esistenza di più progenitori: la cosa non cambia di molto per il nostro discorso). A forza di “prove ed errori”, da questo unico essere si sono evoluti (cioè diretti verso una forma più perfetta) tutti gli esseri che oggi popolano la Terra e che, sempre attraverso questo processo di mutazione casuale, popoleranno la Terra del futuro. In pratica una caratteristica morfologica che si sia prodotta casualmente in un esemplare e che risulti particolarmente idonea per la sopravvivenza dello stesso verrà passata alle generazioni successive per il fatto che il soggetto “mutato” avrà maggiori possibilità di sopravvivere (e dunque di procreare) rispetto agli altri. I due fattori chiave di questo processo sono evidentemente i grandi numeri ed il tempo. Grandi numeri perché, evidentemente, il caso non ha, per definizione, un progetto: produce mutazioni in maniera del tutto random. E non è sempre detto che una mutazione sia, solo perché è una mutazione, vincente: quante giraffe con le gambe lunghe ed il collo corto e quante con le gambe corte ed il collo lungo sono dovute nascere per ottenerne una con le gambe ed il collo entrambi lunghi? Ma ancor di più: quanti “protopesci” sono dovuti estinguersi per poter ottenere una mutazione tale da dotare il nuovo individuo di polmoni anziché di branchie? Ecco, dunque, che oltre ai grandi numeri è necessario un grande tempo: le mutazioni non sono istantanee e, se va bene, si producono da una generazione all’altra. Realisticamente, però, sono necessarie parecchie generazioni perché una mutazione (che ricordiamo è casuale) diventi sufficientemente “stabile” perché possa aversi in tutte le generazioni future (i genetisti chiamano queste caratteristiche “dominanti”). Insomma: per passare da un essere unicellulare ad un uomo (o, se vogliamo, ad un delfino, ad un bonobo, ad una gallina…) sono dovute intervenire tante e tali modificazioni vincenti (e, ancora una volta: casuali) da richiedere miliardi di “vittime” e miliardi di anni. Alcuni studiosi (relata refero: non entro nel dibattito) hanno calcolato che non sarebbero nemmeno sufficienti gli anni di vita della nostra Terra. Quali sono le conseguenze di questo processo per il nostro discorso? A livello antropologico se l’uomo discende dalle scimmie, si deve riconoscere che tra gli esseri “inferiori” (un termine oggi politicamente scorretto) e l’uomo non vi è salto, non vi è sostanziale differenza. Ma vi è di più: se discendiamo dalle scimmie perché non dovrebbe essere valida anche per noi la “morale” delle scimmie (e qui, allora si scopre che molte specie animali hanno comportamenti omosessuali, sono poligame, infanticide, che uccidono o abbandonano gli esemplari più deboli o anziani…)? O, ancora più radicalmente: se tutto è in evoluzione, perché anche il concetto di “bene” e di “male” non dovrebbero essere in evoluzione e, dunque, frutto di evoluzione essi stessi? E qui si scopre come gli “antichi” fossero a favore di questa o quell’altra pratica (dall’aborto all’omosessualità) mentre noi oggi ne siamo contro. Visione riduttiva dell’uomo Insomma: l’evoluzionismo “pialla” l’uomo al livello delle altre specie viventi dal punto di vista biologico ed antropologico, mentre la sua variante “sociale” lo “pialla” dal punto di vista della trascendenza. Ora, ogni tentativo di negare la dimensione trascendente dell’uomo è storicamente fallito: la natura umana è fatta per il trascendente, ha una naturale “sete” di infinito. I filosofi hanno descritto questo status di dipendenza dall’Assoluto. Ricerca della perfezione, rifiuto dell’handicap L’eugenetica, nella storia recente, ha assunto il volto di Hitler e dei campi di sterminio, ed è dunque normale che qualsiasi medico non tolleri che un suo atto sia descritto come eugenetico. Ma tant’è: dal momento in cui io stabilisco a priori delle caratteristiche indesiderabili ed opero in modo da eliminare i portatori di queste caratteristiche o fare in modo che i portatori (eventualmente sani) non abbiano figli, sto compiendo un atto in perfetta linea con la definizione galtoniana di eugenetica. Personalità di spicco come il dott. Carlo Bellieni hanno parlato di handifobia, neologismo che indica la paura dell’handicap(pato), di ciò che non può essere controllato, dominato, calcolato. Padre John Flynn, LC, ha parlato di “screening estetico” per indicare la (maniacale) ricerca della perfezione del nascituro eliminando chi perfetto non è. La strada che troppo spesso viene intrapresa, dunque, è quella della selezione eugenetica piuttosto che quella, più faticosa ma anche più arricchente, della ricerca delle cause (e possibilmente di cure) per determinate patologie. Le considerazioni da fare sono almeno tre: una sulla effettiva validità di un “elenco” di caratteristiche (in)desiderabili, una seconda sull’eliminazione dei “non-adatti”, una terza sul numero degli aborti. Leggi tra qualche giorno la terza e ultima parte dell’articolo, tratto da documentazione.info

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