Eutanasia, ovvero quello che i malati non vogliono

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Come c’era da aspettarsi la scomparsa di Tony Nicklinson (1953-2012), l’uomo inglese affetto dalla sindrome locked-in che dal 2010 lottava per il diritto a morire e deceduto la settimana scorsa per cause naturali, ha riacceso il dibattito sul tema della cosiddetta «dolce morte». L’eutanasia è giusta? A certe condizioni è lecito chiedere di farla finita oppure l’indisponibilità della vita umana è un valore «non negoziabile», che quindi non ammette eccezioni? Queste le domande attorno a cui non si finisce d’interrogarsi e, spesso, di dividersi.

Ci sono però, sempre in tema di “fine vita”, anche altri interrogativi almeno altrettanto urgenti eppure quasi sempre elusi. Per esempio: chi richiede davvero l’eutanasia? Qual è la reale volontà dei malati? I “casi mediatici” come quello di Nicklinson sono realmente rappresentativi delle istanze di coloro che versano in condizioni di difficoltà? E se non lo sono, perché vengono continuamente riproposti e seguiti dai mass media?

Uno sguardo più ampio rispetto a quello offertoci dai titoli di quotidiani e telegiornali può farci scoprire storie davvero sorprendenti. Come quella di madame Maryannick Pavageau, francese affetta da oltre trent’anni dalla sindrome locked-in – la stessa di Nicklinson – e insignita nientemeno che della Légion d’honneur per il coraggio con cui non ha mai smesso di battersi contro l’eutanasia. Particolarmente toccanti sono le sue parole allorquando, parlando a nome di quanti versano nella sua medesima condizione, lamenta che sovente in risposta allo sconforto viene loro offerta solo una cosa: il diritto a morire, ipocritamente presentato quale «geste d’amour».

Facile, a questo punto, l’obiezione: ma quello Pavageau, come quello Nicklinson, è comunque un caso singolo. Chi ci assicura che quello della signora francese sia un caso più significativo? Una risposta l’abbiamo e ci proviene dalla ricerca scientifica; precisamente dalla più vasta indagine mai eseguita, e pubblicata lo scorso anno, proprio sui soggetti affetti dalla sindrome locked-in. Ebbene, gli esiti di questo studio – condotto su un campione di ben 168 persone – sono stati piuttosto netti: appena il 7% ha manifestato pensieri o intenzioni di morte. Un dato quanto meno sorprendente se si considera, per esempio, che è 10 volte inferiore a quello (67%) rilevato sondando il parere degli italiani sull’eutanasia.

Cade così un falso mito, e cioè l’idea che quella eutanasica costituisca una priorità rivendicata dai malati più gravi, che dovrebbero essere gli esclusivi titolari del “diritto a morire”. Ebbene, non è così. E’ vero invece che frequentemente taluni casi singoli, quasi sempre contrassegnati dalla volontà del protagonista di ottenere la propria morte, divengano oggetto di interesse mediatico prolungato, dando così l’impressione – in vero fallace e fuorviante – che versare in condizioni difficili o drammatiche equivalga ipso facto a ritrovarsi in una condizione orribile, insopportabile, da superarsi presto e con la morte.

In realtà, come abbiamo visto, a questa diffusa percezione corrisponde un riscontro fattuale di segno opposto: i malati non chiedono affatto la «dolce morte». E quando si verificano casi particolari nei quali la persona chiede l’eutanasia, è bene – senza far venir naturalmente meno il rispetto e l’attenzione che ciascuna persona merita, tanto più se malata o disabile – considerare che non di rado quanti versano in una condizione difficile o terminale risultano affetti da depressione; uno su cinque lo è, per esempio, tra i malati di cancro.

Pertanto una richiesta di morte, più che ad un reale desiderio – per il quale rimarrebbero comunque valide delle obiezioni di carattere morale, che non abbiamo qui lo spazio di approfondire – equivale spesso ad una richiesta di aiuto o ad una sofferenza morale prima che fisica, spirituale prima che corporea. Esemplare, a questo proposito, il processo celebratosi «in Olanda nel 1973 contro il dott. Potsma, accusato di aver soppresso la propria madre, malata terminale di tumore. Alla richiesta se i dolori della donna avessero raggiunto il limite dell’intollerabilità, l’accusato risposte: “No, non erano intollerabili. Certamente le sue sofferenza fisiche erano aspre. Ma erano le sue sofferenze spirituali ad essere divenute insopportabili”».

Ora, stando così le cose è doppiamente evidente come giammai la «dolce morte» possa costituire una soluzione accettabile dal momento che – anche sorvolando il non trascurabile lato morale – trattasi di risposta fisica ad una sofferenza morale. Una sofferenza che deve essere individuata e affrontata con decisione ma anche, e soprattutto, con umanità. Senza farsi tentare dalla scorciatoia d’un presunto «geste d’amour».

Articolo pubblicato sul blog  giulianoguzzo.wordpress.com

Classe '84, sociologo. Sono veneto, ma lavoro a Trento. Appassionato di bioetica, scrivo per alcuni siti e riviste e per tutti quelli che amano e odiano le mie opinioni. Soffro di grafomania ma non ho alcuna intenzione di farmi curare.

  • pat_etica

    Ci voleva, dopo una lunga notte che ha visto i cogitanti alquanto assopiti, un articolo finalmente leggibile. Apprezzo molto l’impostazione della problematica, solo un passaggio non condivido teoreticamente: per quanto in numero esiguo, per quanto molti di questi malati e depressi, per quanto ve ne possa essercene uno solo, non può essere la maggioranza a togliere a questo singolo un qualsiasi diritto, al di là delle strumentalizzazioni mediatiche. «La maggioranza ha più forza, non più diritti dell’individuo».
    P.S. forse sarebbe bene iniziare a interrogarci sulle parole che usiamo, che non è solo un problema di linguistica e di filosofia del linguaggio, ma soprattutto un problema metafisico: ad esempio, il cardinal Martini ha rifiutato l’accanimento terapeutico – come titolavano i giornali – o «le normali cure dovute ai malati in questi casi» – come le definì Wojtyla parlando di Welby?

  • Cogitoetvolo

    Cara pat_etica, con i nostri articoli cerchiamo di accontentare un po’ tutti. Questa volta è toccata a te 🙂