Eutanasia

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Cogitoetvolo affronta un’altra tematica delicata. Al di fuori delle forme di accanimento terapeutico, oramai i progressi della tecnologia e della medicina permettono di insistere nell’uso di terapie su malati terminali che però, spesso, non ne traggono giovamento. Sia perchè si tratta degli ultimi momenti di vita, sia perchè queste terapie consentono la prosecuzione di una sopravvivenza comunque dolorosa. Ed è in questi casi che c’è chi, sempre più insistentemente, avanza la proposta di legalizzare l’eutanasia affinché ognuno possa autodeterminare la propria vita e la propria morte. La proposta dell’eutanasia è, a ben guardare, una strada comoda per ovviare a tante situazioni di cui farsi carico: è una scorciatoia per ridurre la spesa pubblica, è un rifiuto dell’impegno umano e anche medico a fianco del malato e infine equivale a fuggire di fronte alla paura della morte e/o del dolore. Se, dunque, l’eutanasia, può essere per alcuni un modo per “scrollarsi”, con atteggiamento infantile, le proprie responsabilità di dosso, essa si presenta comunque come un attentato alla vita … nonostante si cerchi di sfuggire all’imbarazzo di considerarla un “omicidio” con giochi linguistici che ci presentano l’atto dell’eutanasia come un gesto pietoso. Ma a questo punto è doveroso porci una domanda: esiste un diritto di morire? Non dimentichiamo che ad ogni diritto corrisponde un dovere e parlare di “dovere di uccidere” suscita un certo orrore … Il “diritto ad essere sottratto alla vita” esigerebbe, da parte del medico, un corrispettivo dovere configurabile come un “aiuto a morire” gravato, in questo senso, da un compito paradossale e contraddittorio. Il problema è non solo etico ma, prima ancora, deontologico: la medicina, nella sua “intrinseca vocazione alla cura”, può dare una cura che pone fine ad ogni altra cura? Quando si parla di eutanasia si sente dire spesso di pazienti che sono affetti da malattie terminali che, in piena coscienza, chiedono di essere aiutati a morire perché non sono più capaci di reggere quella situazione. Di sicuro questi casi sollevano un problema di fondo che riguarda il concetto stesso di medicina: lo scopo del medico, infatti, è quello di tutelare la vita e non di sopprimerla. E quindi, anche in questo caso, il medico ha il dovere di tenere la fiamma viva o almeno di accompagnare lo spegnimento della fiamma nel miglior modo possibile, senza che questo voglia dire che debba spegnerla lui. Il fatto che la morte sia la necessaria conclusione della vita (tutti prima o poi ci arriviamo), non giustifica che quando la vita non è più paragonabile ad una “fiamma viva” ma ad un’ “esile fiammella”, essa possa essere spenta. Qualcuno allora potrebbe domandare: è possibile vivere bene nonostante tutto? Come reagire di fronte alla sofferenza del malato? Non è più logico porre fine a questa situazione di sofferenza? La domanda di aiuto a morire è una domanda che non può essere evasa né da parte del medico né da parte di chi si trova in una situazione di vicinanza al malato ma, a mio avviso, in quella domanda va letta la ricerca di una qualità della vita migliore che non si esaurisce tanto nella mera assenza di sofferenza fisica quanto piuttosto nella privazione della sofferenza morale. E’ la ricerca del senso che bisogna intraprendere accanto al malato. E’ questo, infatti, il “luogo” in cui si manifesta la dignità umana, l’appartenenza al genere umano, l’essere uniti agli altri uomini. Dunque, se si vuole parlare di un diritto a morire con dignità occorre rivedere in una prospettiva relazionale il concetto di dignità dell’essere umano che in quanto finito non può essere se non essere-con-l’altro chiamato alla cura e bisognoso di cura. In questa prospettiva, il diritto a morire con dignità allora non chiama in causa il dovere da parte di terzi a porre fine all’esistenza di un soggetto sofferente quanto, piuttosto, quello di riconoscere le esigenze più profonde di chi soffre, ovvero, il dovere di vedere nei momenti “privativi” dell’esistenza la possibilità della solidarietà con gli altri e, se si possiede una visione soprannaturale della vita, anche con l’Altro.

Laureato in scienze della comunicazione e si occupa di comunicazione e relazione con i media in vari campi: scrive su Chiesa, giovani, cultura e società. E' formatore al centro Elis, di ragazzi delle scuole superiori. Ama molto stare con i giovani ed è molto appassionato del mondo degli adolescenti.