Facebook, Whatsapp o piccioni viaggiatori?

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4 febbraio 2004: nell’università di Harward Mark Zuckerberg dava vita a facebook.
Oggettivamente Zuckerber ha avuto un’idea davvero niente male.
Se non fosse che, come tutte le belle idee, anche quella di facebook è degenerata.
Quella che nasceva come una piattaforma di condivisione di foto e messaggi, quella che insomma doveva essere una semplice “piazzetta” di paese in cui fare quattro chiacchiere o mostrare qualche foto all’amico, è poco a poco diventata una realtà virtuale.
Facebook ha iniziato a insediarsi nelle nostre vite, diventando sempre più un elemento quasi vitale per ogni adolescente e non.

Io per primo ricordo che quando, alle tenera età di dodici anni, creai il mio account facebook, non vedevo l’ora di ritornare a casa dopo la scuola solo per riabbracciare il mio PC e per postare una sventagliata di foto e stati esplicativi di ogni mia azione quotidiana.
Ma alla fin fine bisogna guardare anche gli indubbi lati positivi che questa piattaforma ha (inutile che ve li elenco, dopo dieci anni di “mi piace” e “condividi” li conosciamo tutti) se è usata con discrezione.

Il mio articolo potrebbe anche finire qui; se non che, cinque anni dopo, Jan Koum e Brian Acton fondano whatsapp.
Cosa c’è di male direte voi? Anzi!
Possiamo mandare messaggi con facilità dallo smartphone senza spendere soldi in promozioni telefoniche, basta avere internet, inoltre le decisamente meno rapide e “fantasiose” chat di facebook diventano una ruota di scorta per quando, per una qualche ragione, siamo impossibilitati ad usare whatsapp.
A questo punto della storia, precisamente il 19 febbraio 2014, quel vecchio (mica tanto, ha trent’anni) furbacchione di Zuckerberg, avvertendo il pericolo, decide di applicare una tanto vecchia quanto efficace regola del marketing: “Batti la concorrenza, a meno che tu non abbia 19 miliardi di euro per comprarla”. Proprio così; whatsapp, da un paio di mesi a questa parte, appartiene al fondatore di facebook.

Il problema, allora, se c’è, qual è?
Fermandomi un attimo a riflettere mi sono reso conto che stiamo diventando schiavi dei nostri telefoni.
Credo che se fossi bravo in matematica riuscirei a fare un calcolo che mi farebbe rendere conto del fatto che trascorro più tempo davanti ai social che a parlare con le persone.
A questa situazione possiamo aggiungere il fatto che i social network, aggiornamento dopo aggiornamento, ci stanno privando sempre più della nostra privacy e della nostra serenità.
Se vi state domandando perché vi parlo di serenità significa che ancora non avete aggiornato whatsapp.
Il buon Zuckerberg ha infatti deciso di colorare le nostre grigie conversazioni rendendo blu le spunte nel preciso istante in cui la persona con cui stiamo parlando apre la chat e quindi legge il messaggio.
Quest’ultima novità, che ha causato più di un “mal di pancia” tra gli utenti, ci priva del “diritto” di non rispondere a una persona che in un dato momento non abbiamo voglia di sentire.
Il problema è proprio questo: dobbiamo inventare vere e proprie scuse per poterci allontanare dal nostro telefono onde evitare di passare per dei maleducati.
La situazione un po’ mi spaventa; i telefoni, e in generale l’elettronica, stanno entrando fin troppo nel profondo nelle nostre vite e ci stanno sempre più legando a loro, rischiando di diventare vere e proprie droghe.

Non fraintendetemi, non ho voluto scrivere questo articolo in tono provocatorio né tantomeno vi sto chiedendo di defenestrare ogni strumento tecnologico da casa vostra per sostituirlo con piccioni viaggiatori pronti a farvi scambiare lettere d’amore con la vostra Giulietta.
Vi voglio fare semplicemente un invito: provate per poco, anche solo per una decina di minuti, a staccare ogni sorta di oggetto elettronico e accarezzando il vostro piccione viaggiatore (sono sicuro che avete già provveduto a procurarvene uno) pensate a come sarebbe la vostra, la nostra vita senza essere schiavi di un social.

Articolo scritto da Omar Qasem

Cogitoetvolo