“Fare il padre”, ma con terrore

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La notizia sconvolgente del padre che torturava il figlio 12enne: rabbia e delusione per un’infanzia che non tornerà.

Cosa c’è di più protettivo dell’idea di famiglia? Mamma e papà sono i primi a tendere la mano quando si è ancora insicuri nel muovere i primi passi, sono una certezza quando si è circondati da gente sconosciuta, sono un rifugio quando non si sa dove andare.

Eppure tutto ciò può non essere scontato, le certezze possono non rivelarsi tali.

Queste riflessioni saltano alla mente quando si leggono notizie come quella che, proprio qualche giorno fa, ha invaso le cronache nazionali e ha avuto un enorme eco nei social network.

Si tratta della notizia proveniente dal paese di Gugliano, vicino Napoli, laddove una donna ha denunciato le violenze cui era assoggettata insieme alla sua famiglia, composta dai tre figli minori, da parte del marito, nonché padre dei bambini.

Le dichiarazioni più agghiaccianti sono quelle del figlio quindicenne, che ha riportato dei racconti risalenti a tre anni fa, quando, quindi, aveva solo 12 anni, dicendo che in alcune occasioni veniva costretto, a torso nudo, a rimanere fuori casa al freddo invernale dove veniva bagnato con secchi di acqua gelata, mentre, in altre occasioni, veniva torturato con scariche elettriche.

Sono parole che suscitano un profondo senso di tristezza: quale padre farebbe questo al figlio? E soprattutto, perché? Pare che il padre non avesse problemi di alcool o di droga, e che il suo comportamento fosse un modo “per imporre la sua autorità sulla famiglia”.

Che spiegazione è questa? Siamo ormai lontani dai tempi della famiglia patriarcale, o della più antica patria potestas. Viviamo in un contesto in cui la legge definisce pari i coniugi, e li configura quali pari responsabili del mantenimento della prole, oltreché quali protagonisti, a condizioni di parità, delle decisioni relative alla vita dei figli. Non ha alcun senso pensare di dovere imporre la propria autorità sulla moglie, non risponde a nessuna logica pensare di essere superiore alla moglie perché uomo, e, quindi, capofamiglia. Non è neppure logico pensare di dover trasmettere un’idea di autorità ai figli con questi metodi: l’autorità da dover trasmettere ai propri figli deve essere sinonimo di rispetto e amore per coloro che hanno dato la vita, e che si dedicano ai figli.

È vero anche che queste sono le risposte logiche ad una spiegazione illogica di un comportamento altrettanto illogico. In prima battuta, va biasimato, a prescindere da qualsiasi spiegazione, il comportamento non solo di un padre, ma di una persona, che sevizia in tal modo un’altra persona, pari a se stessa. Sono atteggiamenti bestiali, e sono ancora più ingiustificabili quando commessi nel pieno delle proprie facoltà mentali. Quando, poi, la spiegazione che viene data è fuori da ogni razionalità, estranea al contesto sociale in cui viviamo, non può che crescere la delusione e la rabbia: chi restituirà a quel ragazzino un’infanzia serena? Porterà con sé per sempre il ricordo di un padre violento, e lo stesso varrà per la moglie e per gli altri figli.

“Fare il padre” non è la stessa cosa di “essere padre”. Fare il padre richiede impegno e dedizione, è una scommessa da vincere giorno per giorno, e non è semplice come “esserlo”. Vero è che nessuno può insegnare il mestiere di genitori, ma l’amore per i propri figli, il rispetto per il coniuge, la cura di essi sono le uniche direttive che bisognerebbe seguire nei rapporti familiari, per far sì che la famiglia risponda a quell’ideale di rifugio e protezione cui bisogna aspirare.

Rossella Angirillo

Laureata in Giurisprudenza, ho sempre affrontato la vita con intraprendenza e determinazione: è difficile distogliermi da un mio obiettivo e non mi spaventano le nuove sfide. Tra codici e sentenze, nel tempo libero accontento la mia parte sognatrice: sono molto riflessiva, e mi piace affidare alla scrittura tutti i miei pensieri.