Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani

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Sicuramente il Marchese Massimo d’Azeglio, uno degli uomini politici piemontesi protagonisti del processo di unificazione dell’Italia, non aveva previsto che la celeberrima frase con cui commentava la nascita del Regno d’Italia proclamato nel 1861 sarebbe diventata proverbiale. A dire il vero, pare che quella frase, “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani”, non l’abbia mai detta. Tutto sommato è stato preferibile che altrettanta popolarità non sia stata acquisita da una “perla”, questa sì che l’ha scritta, che leggiamo nel suo Epistolario: “In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. La dice lunga su che cosa pensassero i “patrioti” piemontesi degli altri Italiani. Però con una guerra espansionistica, nel marzo 1861, il pur piccolo Regno di Sardegna diventò il Regno d’Italia mentre al Sud la gente ancora piangeva per le stragi operate, solo pochi mesi prima, dal generale sabaudo Cialdini sull’inerme popolazione civile di Capua, con l’approvazione e l’elogio del Primo Ministro di casa Savoia, Camillo Benso di Cavour.

Forse il Marchese Massimo d’Azeglio avrebbe fatto meglio a dare ascolto a suo fratello, meno noto nonostante fosse un filosofo di primo ordine. Si chiamava Prospero Taparelli D’Azeglio. Divenne Gesuita e premise il nome di Luigi. Formulò un principio chiaro e convincente in un suo saggio intitolato Della nazionalità. Esistono – asserisce questo pensatore cattolico – le nazioni. Si tratti di popoli dai tratti culturali comuni e che abitano in un territorio omogeneo. Non esiste però nessuna necessità storica secondo la quale la nazione debba costituirsi in uno Stato. L’edificazione di uno Stato-nazione può essere auspicata, favorita, promossa purché sussistano alcune condizioni, quali il rispetto della giustizia, la volontà maggioritaria del popolo, il miglioramento delle condizioni di vita. Il nostro gesuita, soprattutto prima della deriva rivoluzionaria del 1848, guardava con una certa simpatia ad una confederazione degli stati italiani. Ma le cose andarono ben diversamente.

Per questo motivo, Taparelli d’Azeglio, dalle pagine della Civiltà Cattolica, la prestigiosa rivista dei Gesuiti che nell’Ottocento fu una delle poche voci della “stampa libera”, espresse la sua disapprovazione per lo sviluppo che ebbe il Risorgimento italiano. Manu militari furono invasi i piccoli e i grandi Stati della penisola, alcuni, come il Regno delle due Sicilie, all’avanguardia in campo economico e culturale: basti pensare ai 200 km di ferrovia, o al fatturato del complesso siderurgico di Pietrarsa, che riforniva buona parte dell’Europa. Insomma, come se, in tempi recenti, per fare l’Europa unita, uno Stato – che so, la Germania o la Spagna – avesse invaso gli altri stati e avesse detto: “ora siamo uniti”. Per un pensatore del calibro di Taparelli d’Azeglio, e per ogni persona che crede nella giustizia, il diritto internazionale non può ammettere ciò che accadde in Italia nel secolo XIX.

Fu una sparuta minoranza di “patrioti” che riuscì a prevalere, con l’appoggio internazionale ricevuto, per motivi diversi ed opposti, dall’Impero francese e della Gran Bretagna, che per i propri interessi economico-politici aiutarono diplomaticamente e militarmente l’espansione del Regno di Sardegna. Del resto, il filosofo Augusto del Noce ha significativamente definito il Risorgimento italiano “un capitolo dell’imperialismo britannico”. Stando al ragionamento del Taparelli d’Azeglio, la costituzione della “nazione italiana” in Stato fu un colpo di mano antidemocratico: i numeri parlano chiaro. Nel Regno di Sardegna al tempo di Cavour, il Parlamento è eletto dall’1% della popolazione di questo piccolo stato. Questi parlamentari (la maggior parte dei quali parla francese e non italiano!) sostengono la politica spregiudicata del governo “liberale”. “I liberali di Cavour – osservava lo storico marxista Antonio Gramsci – concepiscono l’unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento nazionale dal basso, ma come conquista regia”. Questa gente “fa l’Italia” ma gli Italiani continuano a rimanere estranei a questo Stato-nazione. Alle elezioni del 1861, le prime del neonato Regno d’Italia, secondo la legge elettoriale, gli aventi diritti al voto erano 418.850, cioè l’1,29% della popolazione. L’astensionismo fu forte: il primo Parlamento dell’Italia fu eletto da 239.853 votanti.

Taparelli d’Azeglio aggiunge: si faccia pure uno Stato-nazione purché le condizioni di vita della gente migliorino. Macché! Un fiscalismo esoso fu imposto per tentare di pareggiare il bilancio disastroso: il Regno di Sardegna, unificata l’Italia, aveva portato in “dote” il suo spaventoso debito pubblico accumulato con le “guerre d’Indipendenza”. La gente reagì come poté: al Sud, alcuni tentarono la resistenza armata, furono chiamati “briganti” e sterminati da un esercito di 120.000 uomini che mietè vittime molto più numerose che le tre guerre d’Indipendenza che furono ingaggiate. La maggior parte se ne andò: milioni e milioni di Italiani emigrarono. Nel nuovo Stato-nazione avevano fame ed erano ammalati. Sfogliando gli atti parlamentari, datati 12 Marzo 1873, sulle condizioni sanitarie del paese: “la tisi, la scrofola, la rachitide, tengono il campo più di prima; la pellagra va estendendo i suoi confini; il vaiuolo rialza il capo; la difterite si allarga ogni giorno di più”. Miseri, senza mezzi ed istruzione, gli Italiani che andarono oltre oceano trovarono spesso un solo aiuto per la loro promozione umana: preti e suore, come i Salesiani che si occuparono dell’educazione dei figli degli emigrati in Argentina e Brasile, o le suore di Francesca Cabrini che svilupparono una rete di istituzioni assistenziali nella città italiana più grande del mondo: New York, dove c’erano 600.000 italiani.

Ma preti e suore furono uno dei bersagli del Risorgimento italiano. Prima il Regno di Sardegna e poi il neonato Regno d’Italia, che ne adottò la legislazione, decidevano unilateralmente se gli Ordini religiosi potessero continuare la loro attività o dovessero essere soppressi. In nome del principio “libera Chiesa in libero Stato”, il Regno di Sardegna abolì 335 case religiose scacciando coloro che vi abitavano: 5.489 persone. Con un solo scopo: incamerare soldi e proprietà per sostenere le “guerre d’indipendenza”. Angela Pellicciari da anni studia il Risorgimento. Ha avuto la pazienza di leggersi gli atti delle sedute del Parlamento piemontese nel decennio passato alla storia come quello di “preparazione”, 1849-1859. E di questo si discuteva: come giustificare la confisca dei beni ecclesiastici. In quel parlamento, quasi del tutto isolata si levò la voce di un senatore cattolico: il conte Clemente Solaro della Margarita. Era un gentiluomo: anche quando il re Carlo Alberto lo dimissionò, a dispetto dell’eccellente politica diplomatica di colui che era stato suo ministro per gli Affari Esteri, rimase sempre devotissimo alla monarchia sabauda. Sollevò un’obiezione che pesa come un macigno sul Risorgimento italiano: in base a quale diritto lo Stato si arrogava la decisione di requisire i beni di cittadini, tra l’altro dediti ad attività caritative? In altri termini: la violazione del diritto di proprietà non è una deriva autoritaria dello statalismo, inaugurata dai governi liberali dell’Ottocento e poi proseguita da quelli totalitari del Novecento? Clemente Solaro della Margarita, inoltre, da fine giurista, faceva notare l’incostituzionalità dei provvedimenti vessatori contro la Chiesa Cattolica, dal momento che l’articolo 1 dello Statuto albertino, conservato in vigore anche dal Regno d’Italia, dichiarava il Cattolicesimo romano “religione di stato”. Poco importava ai liberali piemontesi che vollero fare l’unità d’Italia: con disinvoltura, nel 1857, quando i Cattolici vinsero le elezioni, il Governo le annullò pretestuosamente.

In quegli stessi anni, un prete coraggioso e senza peli sulla lingua, il teologo Margotti, a Torino dirigeva un giornale cattolico, L’Armonia, che implacabilmente documentava le malversazioni del governo piemontese e il suo “sacrilego latrocinio”. Fu lui a formulare il principio “né eletti né elettori”: l’obiezione di coscienza in nome della quale i cattolici si astennero dalle votazioni politiche fino al 1904. Lo arrestarono e lo condannarono a quindici giorni di carcere. Anche questa un’eredità che il Regno di Sardegna consegnò alla sua creatura, il Regno d’Italia. Tra i preti arrestati negli anni successivi c’era pure don Davide Albertario. Sull’Osservatore cattolico faceva notare che il governo del Regno spendeva somme folli per le spese militari. Nel 1898 sfilò con gli operai a Milano per protestare contro l’ingiustizia sociale: chiedevano pane. Fu condannato a tre anni di carcere. Gli andò bene: il re d’Italia decorò con alte onorificenze il generale Bava Beccaris che sparò sui manifestanti. Morirono a centinaia.
Cattolici come il filosofo Taparelli d’Azeglio, il politico Clemente Solaro della Margarita, il teologo Margotti, il giornalista don Albertario non hanno mai accettato un’Italia fatta non solo senza, ma anche contro gli Italiani. Hanno protestato. Hanno sognato un altro Risorgimento che si compisse nel rispetto dei più basilari principi della giustizia sociale e del diritto internazionale. La loro lezione rimane attuale.

Articolo tratto da dimensioni.org

 

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