Federica Fornabaio

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Dietro una canzone c’è sempre un mondo. Compositori, musicisti, arrangiatori, tecnici del suono. E quando serve, anche chi dirige un’orchestra. Come Federica Fornabaio, 24 anni da Andria (Bari).
Qualcuno la ricorderà, elegante, sul palco dell’ultimo Sanremo far volteggiare nell’aria la bacchetta mentre dirigeva i professori che accompagnavano prima Arisa e poi Marco Carta. Risultato: en plein completo, visto che entrambi i cantanti hanno vinto il Festival nelle rispettive categorie, “Giovani” e “Big”.

Un bel traguardo anche per lei. È la prima direttrice d’orchestra donna a vincere doppiamente all’Ariston e con una carta d’identità “verde”. Un exploit nato non per caso, visto che Federica “mastica” note fin dalla tenera età, esattamente da quando ha 6 anni e i genitori, assecondando il suo talento naturale, le fanno studiare pianoforte.

Sui tasti bianchi e neri Federica ci scrive la vita. Affronta i classici, vince concorsi, scarica sentimenti, compone brani. Poi nel 2007 incrocia l’attrice teatrale Laura Seragusa e insieme danno vita al bel progetto Lafé du Cafè ispirato al Teatro Canzone di Giorgio Gaber.
È in questo contesto che, un anno dopo, Federica scrive il suo primo arrangiamento per un brano al Festival di Ghedi, impressionando il Maestro Bruno Santori. È lui che invita la giovane a studiare da direttrice d’orchestra, obiettivo che centra con scioltezza e che la porterà a Sanremo.

Adesso, però, Federica ha dato il via a un’altra avventura, probabilmente la più personale di tutte: un album da solista, intitolato a suo nome, di composizioni al pianoforte. Nove brani originali, più due temi da celebri film, Le valse d’Amelie e Merry Christmas Mr. Lawrence, che disegnano un ritratto delicato e un po’ malinconico della sua autrice. Fotografie che dai tasti in bianco e nero prendono i colori pastello di storie da raccontare in punta di dita, per afferrare ogni volta la scintilla dell’emozione.

In un mondo chiassoso e spesso caotico, arriva il tuo album che somiglia a un’oasi di pace.
È proprio così e, un po’ da egoista, direi che è la “mia” oasi. Nel senso che, ogni volta che compongo, tendo a isolarmi da tutto ciò che accade al di fuori della mia stanza. Sono sola con il pianoforte, con me stessa, e cerco di scaricare le tossine e le tensioni accumulate sullo strumento.

Il pianoforte, dunque, come rifugio?
Senza dubbio. E lo è sempre stato nella mia vita, in particolare negli anni in cui frequentavo il liceo, particolarmente difficili per me. È in quel periodo che ho iniziato a scoprire la mia personalità, a cercare una mia strada in un mondo che faceva fatica a capirmi. Non a caso, a 17 anni, ho composto il mio primo brano, Ricordi in fuga, che ho messo anche nell’album, quasi per necessità.

Come mai ti sentivi a disagio?
Mi sono sempre sentita un po’ aliena rispetto ai miei coetanei. Mi consideravano incapace di divertirmi perché d’estate frequentavo corsi di piano o di pittura invece di fare le solite vacanze. Scelte che richiedevano dei sacrifici, ma che non mi spaventavano: nella mia famiglia c’è sempre stata l’abitudine a conquistarsi le cose con il sudore della fronte che, tra l’altro, dà anche più soddisfazioni ad ottenerle. In ogni caso, a me piaceva studiare e lavorare ai miei progetti.

Dal pianoforte sei passata alla direzione d’orchestra, un salto non scontato. In quale modo è avvenuto?
In effetti, non tutti seguono questa strada, ma il passaggio è nato un po’ casualmente. L’interesse per l’arrangiamento è stato stimolato dal lavoro con Lafé du Cafè. È lì che ho incominciato a scrivere i brani pensandoli non solo per piano ma per più strumenti. E quando ho potuto mettere in pratica le mie idee al Festival di Ghedi per la prima volta, il Maestro Santori mi ha invitato a frequentare il suo corso.

Hai diretto Arisa e Marco Carta. Ti sei trovata a tuo agio nell’ambito della musica leggera rispetto alla classica?
Non amo classificare la musica. Il mio stesso album non saprei incasellarlo in un genere. Conta l’emozione che un brano suscita, al di là degli stili. Non ho mai percepito una canzone pop come qualcosa di semplice, ma bensì di complesso. Poi per il pezzo di Arisa mi sono sentita più coinvolta perché mi ricordava il lavoro svolto con Lafé du Cafè.

Qualcuno ti paragonerà a Giovanni Allevi. Ti sei preparata a ribattere?
Lui ormai incarna, nell’immaginario comune, il compositore al pianoforte, ma credo che l’associazione si limiti a questo. Tutti abbiamo orecchie e cervello per saper distinguere un disco dall’altro.

Se non ci fosse stato Allevi, però, ti avrebbero fatto incidere un album di pianoforte?
Non voglio dire “no”, ma mi limito a un “non lo so”. Ricordo che prima di Allevi, che ha avuto comunque una risonanza mediatica pazzesca, c’erano già stati dischi di Ludovico Einaudi per solo piano che avevano ricevuto ottimi riscontri, tant’è che lui è sempre impegnato in tour da “tutto esaurito”.

Come descriveresti la tua musica?
Emotiva e descrittiva. Ogni brano nasce da una serie di immagini che scorrono nella mente, immagini che mi suggeriscono stati d’animo: dalla paura alla felicità fino alla sofferenza. Quella che considero una vittoria è riscontrare nel pubblico la stessa visione che io ho avuto nello scrivere un brano.

Sei appassionata di fotografia. Quanto l’immagine si lega ai tuoi pezzi?
È un connubio fortissimo. L’immagine più potente ed evocativa in assoluto è il mare: mi piace osservarlo, mi affascina e mi spaventa allo stesso tempo, ne sento la bellezza e il mistero, come ho provato a descrivere nel brano intitolato appunto L’ossessione del mare.

Le tue composizioni, in linea di massima, mi pare nascondano una certa malinconia stemperata in leggerezza.
È vero, i miei pezzi hanno sempre una linea malinconica, ma la leggerezza di cui parli è in fondo la mia speranza di poterne uscire, di raggiungere la serenità.


Articolo tratto da Dimensioni Nuove

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