Fenomeno Volo

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Tra amici con la puzza sotto il naso quando parli di Fabio Volo ti guardano come ti guarderebbero se decantassi le prelibatezze di un Cheesburger Menu Maxi di McDonald’s durante un pranzo in un restaurant di Parigi. Uno sguardo accompagnato del labbro superiore che si accartoccia in una smorfia che senza dirlo vuol dire bleah.

Poi però ci sono i cinque milioni i libri venduti in dieci anni, e adesso in tutti i cinema il primo film tratto da un suo romanzo. E allora le cose sono due: o la gente preferisce il McDonald’s alla nuovelle cuisine francese (cosa che può anche darsi) oppure il fenomeno Volo merita almeno un poco di attenzione.

Ecco perché mi sono andato leggere due dei sei romanzi del dj-scrittore-speakerradiofonico-attore più famoso del momento. Per capirci qualcosa. Ed ecco quello che mi sembra di aver capito.

Primo. Vende tanto e conquista le topten delle classifiche perché parla come pensa e pensa come pensano le persone. Quasi quasi non inventa nulla. Butta sulla carta i pensieri di migliaia di persone, specialmente della fascia 30-40 anni. Storie sentimentali difficili, relazioni che sembravano solidissime e finiscono in nulla, ragazzi e ragazze disillusi dopo un rampante inizio di carriera professionale e brillanti sogni di successo, il desiderio di partire e ricominciare sempre per potersi sentire ancora all’inizio della vita vera, l’impossibilità di rapporti sinceri e definitivi, la voglia profonda di autenticità e la delusione nel non trovarla da nessuna parte. Una generazione si racconta nelle pagine di questi romanzi. I protagonisti di queste storie, sempre raccontate in prima persona e con uno stile molto giovane holden, hanno un’interiorità travagliata che li porta a cercare qualcosa che però vedono come irraggiungibile e quindi vivono in un disagio nel quale però, paradossalmente, si trovano a proprio agio (o almeno così appare). Non c’è che dire: Volo si fa interprete di un sentire comune e lo descrive proprio bene.
A chi volesse avere un piccolo saggio di quanto affermo suggerisco di leggere il brano riportato qui, tratto da Il giorno in più.

Secondo. Il periodare non ha nessuna pretesa letteraria e i libri si consumano così, come una birra fresca, che va giù senza neanche accorgersene. Anzi, parlare di periodare fa anche un po’ impressione, perché in effetti di periodi in senso stretto ce ne sono pochi. E tutto così. Frasi spezzate. Brevissime. A volte solo una parola. Moltissimi punti. Pochi punti e virgola. Subordinate zero. Flussi di coscienza. Collegamenti funambolici. Tipico di molta narrativa contemporanea. Che alla lunga però stanca. Una cosa tipo: Sono seduto al tavolino di un bar. Vedo una bella ragazza che entra con una cane. Il cane fa la pipì per terra. Mi ricordo di quando ero piccolo e mia nonna mi regalò un cucciolo (segue tutta la storiella del cucciolo). Ecc. ecc. (l’es. è tratto ancora una volta da Il giorno in più). Tutta questa frammentazione linguistica è specchio di una frammentazione interiore, e ben si sposa con quel disagio descritto nel punto Primo, ne è l’espressione più adeguata.

Terzo. Molte metafore tratte dalla vita quotidiana fanno sentire il lettore un po’ a casa, ma a volte rischiano di scadere nella banalità. Un esempio? La vita è come un tram. «Sembra che guidi il tram, che sia padrone del mezzo, in realtà è uno che semplicemente frena  e accelera. C’è il binario. Lui al massimo decide la velocità, ma neanche tanto, perché persino le fermate sono prestabilite e devono rispettare un orario. E così capita anche a noi: liceo, università, lavoro, matrimonio, figli, capolinea! Finisce che decidiamo solo quanto tempo  metterci. Tutta la straordinarietà della vita ridotta a due funzioni: accelerare o frenare. Punto. Abbiamo l’illusione di guidare la nostra vita.» (il brano è tratto da Un posto nel mondo). Oppure, a proposito di scelte difficili: «Io, per esempio, non sono in grado di capire qual è la scelta giusta per vivere il mio destino. Io non so esattamente  cosa è giusto per me, sono più brava a vedere cosa è giusto per gli altri. È come quando sei in autostrada  e nella direzione opposta c’è una coda infinita a causa di un incidente. Mi è capitato l’altro giorno. Andavo  tranquilla e osservavo. Quando sono arrivata alla fine della coda vedevo le macchine che si avvicinavano e avrei voluto avvisarle. Vedevo queste persone andare verso un destino che io conoscevo. Io sapevo dove si stavano infilando, ma loro, inconsapevoli, guidavano con serenità. Però io non riesco a capire cosa succede nella mia corsia. Come si fa a capire veramente qual è il proprio destino?» (ancora da Un posto nel mondo).

Quarto. Col passare del tempo, romanzo dopo romanzo, aumentano le pagine a sfondo sessuale (con relazioni sempre un po’ avventurose e vissute in modo disimpegnato, quasi come un gioco o un passatempo). Il che di solito non è un buon segno. Ricorrere a questo tipo di descrizione morbosa per tenere attaccato il lettore alle pagine è sempre una scorciatoia, che ti evita la fatica di dire cose interessanti o di cercare di dirle bene. Prendere il lettore per gli istinti e non per la testa. Il colmo l’ho trovato in Il giorno in più, quando il protagonista -che è andato a New York per cercare di conoscere una ragazza di cui si è innamorato dopo averla incontrata tante volte sul tram e non avere avuto mai il coraggio di abbordarla- conosce una tizia (sposata, peraltro) nella sala d’aspetto di un hotel e dopo due giorni se la porta a letto, così, come se niente fosse. Ma insomma, va bene l’avventura, va bene il realismo, va bene tutto, ma una cosa così estemporanea e priva di passione la trovo una caduta di tono pazzesca!

Ultimo. Sono certo che la Mondadori si sarà ampiamente rifatta degli investimenti in pubblicità a tappeto per i rimanzi di questo loro beniamino. Ai signori del colosso editoriale -coi quali mi complimento per le copertine, specialmente l’ultima, quella di Le prime luci del mattino, che trovo molto accattivante- chiedo: dateci romanzi che non siano solo intrattenimento, ma che ci insegnino a vivere. A Fabio invece, se mai leggerà queste righe, chiedo: grazie, apprezziamo molto lo spaccato di società che ci offri nelle tue storie, ma… perchè non sfruttare il tuo successo e il seguito di lettori per proporre soluzioni, lanciare progetti, insegnare le virtù dell’impegno sociale e della crescita costruttiva? Perchè non formare il gusto della gente e farla pensare? So che puoi farlo (trovo che lo hai fatto, come attore, per esempio nel film Casomai). Ho letto su Sette del Corriere della Sera che ami leggere e ti nutri di classici. Poi mi scrivi l’elogio del pirito (una delle pagine peggiori de Il giorno in più)…

 

Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.