Filosofia: perché farsi dilemmi sui dilemmi altrui?

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Prof, perché studiamo ancora filosofia? Perché la filosofia ci abilita a pensare, a porre delle domande oltre la semplice quotidianità.

L’interrogativo è già di per sé un dilemma. E cinque anni di lotte metafisiche mi hanno insegnato che un modo brillante di occuparsi di un problema è quello di dargli un nome e consegnarlo a qualcun altro come il più grande quesito.
Così mi rivolgo alla diretta interessata.

Prof, perché studiamo ancora filosofia?
Perché la filosofia ci abilita a pensare, a porre delle domande oltre la semplice quotidianità.

E’ davvero l’applicazione pratica a rendere tale una disciplina?
Dipende da cosa intendiamo per applicazione pratica. Se la vediamo come utilizzo immediato per la risoluzione di un problema, ovviamente la risposta è no. Ma se per pratica intendiamo tutto ciò che razionalmente può esserci utile per vivere, certamente sì.

Quindi è più importante studiare il pensiero di altri o imparare a pensare?
Le due cose si completano, perché è fondamentale imparare a pensare, ma è utile farlo nel confronto con gli altri, non solo con gli altri contemporanei, amici, professori, ma anche attraverso il confronto con altri che ci hanno preceduto e hanno inciso sul sapere.

Qual è stato il commento più originale ad una sua spiegazione?
Quando, spiegando il momento speculativo di Hegel, che è la riaffermazione della tesi arricchita della sua negazione, un ragazzo si è bloccato, mi ha guardato e con un sorriso mi ha detto: “Professoressa, ma è impazzita?”.

Trasmettere un’idea contorta è più un’impresa o un’arte?
Secondo me è senz’altro un’arte.

Come crede avrebbe reagito il mondo se fosse stato uno studente del ventunesimo secolo a proporre  la metafisica di Aristotele, il Sistema hegeliano o le monadi di Leibniz?
Probabilmente ne sarebbe rimasto affascinato, perché Aristotele, Hegel e Leibniz non avevano soltanto qualcosa da comunicare, ma mettevano le persone nella condizione di filosofare, avevano un grande fascino. Quindi credo che sarebbero rimaste ammaliate, anche al giorno d’oggi.

Meglio una vita di filosofia o una filosofia di vita?
Meglio una filosofia di vita.

Si è mai trovata spiazzata nel trasmettere un concetto assurdo, come un’insegnante di arte che spieghi il Dadaismo?
Effettivamente no, perché nella mia didattica ho sempre cercato di fare esempi che possano attivare il vissuto dei ragazzi.

Cosa risponde agli utilitaristi (o forse i pigri) che per il futuro propongono lo studio delle sole materie scientifiche?
Che questa prospettiva mi atterrisce, perché non mi farei mai curare da un medico che possa essere un esperto in chirurgia ma che non abbia una sua idea di mondo, del paziente o della relazione umana. E’ impossibile pensare ad una società solamente tecnicista.

Ci sono ancora domande che la filosofia non si è mai posta?
Sicuramente, perché la migliore domanda è quella che ancora devi fare.

E’ mai riuscita a dare delle risposte certe?
Il bello della filosofia è il piacere di questo continuo ricercare, che però non significa non giungere mai a dei capisaldi: i pilastri devono esserci, ma essi vanno sempre più arricchendosi. Sono certe le riflessioni che portano ai valori indubitabili, è certo questo crescendo di conoscenza.

Le è mai capitato di cadere nel cliché del “Di che droghe fa uso costui?”? Se sì, con quale filosofo?
Qualche alunno me l’ha chiesto. Soprattutto quando parlavamo dell’infinto di Bruno, o quando col razionalismo di Spinoza ci avventuravamo in discorsi su una sostanza onnipresente e onnisciente. Nelle classi movimentate i metafisici hanno sempre creato problemi.

Perché non esistono- o almeno, non studiamo- donne filosofe? La parola “filosofessa” ha un suono troppo volgare?
Non è una questione di volgarità, è frutto di una cultura che è da sempre stata di impronta maschile, perché fino al Novecento i professori universitari erano uomini, e lo stesso vale per i filosofi, a partire dall’antica Grecia. E’ una questione legata al ruolo della donna nella società e nel sapere.

Su cosa avrebbe scritto il suo trattato? Come lo avrebbe intitolato?
“Essere felici”.

Aristotele o Platone?
Platone.

Hegel o Schopenhauer?
Hegel.

Zuppa o pan bagnato?
Zuppa?!

C’è ancora chi cerca l’arché? Viviamo in un periodo filosofico che qualcuno un giorno studierà?
Credo di sì. Per quanto apparentemente la filosofia si orienti sempre più verso l’epistemologia, cioè verso la ricerca del metodo scientifico per eccellenza, quindi la filosofia della scienza, in realtà non sono mai finiti né mai finiranno gli interrogativi sul senso dell’esistenza, sull’essenza del mondo, sulle ragioni profonde del vivere. Continuerà la ricerca di una vita che vada al di là delle apparenze.

Filosofia in una sola parola.
Meraviglia, stupore.

C’è un “di più” che chi la studia può vantare?
La capacità di andare oltre lo scontato, oltre l’ovvio; la capacità di articolare un ragionamento, di argomentare un’idea per quanto complessa.

Essere o non essere?
Assolutamente essere! “Esserissimo”, se si potesse dire.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.