Fiorella Mannoia

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Anche per Fiorella Mannoia ci sono “certe piccole voci che a volte vanno al cuore”, come recita il verso di un suo celebre brano, Le notti di maggio. “Piccole voci” che possiamo pensare anche come canzoni, diventate spesso grandi canzoni, che nel suo ultimo album, Ho imparato a sognare, hanno i connotati delle cover.
Per Fiorella, abituata ad avere alla sua “corte” le firme migliori del nostro cantautorato che le donano brani inediti, è la prima volta che si avventura in un disco fatto interamente di pezzi già incisi da altri artisti.

Un nuovo, straordinario capitolo che arricchisce una carriera brillante e mai banale, iniziata nei primi anni ’70 e che prende la giusta direzione nel 1987 quando, al Festival di Sanremo, canta Quello che le donne non dicono, composta per lei da Enrico Ruggeri.
È il primo battito di un cuore caldo e pulsante per la miglior musica italiana, a cui se ne aggiungeranno numerosi altri. Scrivono per Fiorella generazioni di autori: Fossati, De Gregori, Cocciante, Ron, Battiato, Ligabue, Bersani, Jovanotti, Ferro, per fare dei nomi. E lei li ripaga con interpretazioni maiuscole e intense.
Le stesse che si ritrovano in Ho imparato a sognare, dove l’artista romana rilegge e fa “sue” canzoni note di Cremonini, Battisti, Fossati, Negramaro, Zero, Negrita, The Rokes, Fabi e Ferro. In più, Caffè nero bollente, primo timido successo datato 1981 proposto con un fresco arrangiamento, e il recente duetto con Noemi L’amore si odia. E Fiorella ci dimostra, ancora una volta, in quanti modi si può declinare un’emozione.

Per quale motivo hai deciso di incidere solo ora un album di cover?
In effetti, essendo un’interprete che vive delle canzoni degli altri, mi stupisco io stessa di essere arrivata solamente oggi a mettere su disco brani già editi. Oltre tutto, è da tempo che nei miei concerti ripropongo pezzi altrui che mi piacciono. Comunque, a essere sincera, era nei miei programmi: si trattava solo di entrare in studio.

Come hai scelto i brani?
Avendone cantati tanti durante la mia carriera, ho selezionato quelli eseguiti negli ultimi due anni di tour, come C’è tempo di Fossati, Mimosa di Fabi, E penso a te di Battisti. Ho poi aggiunto altri pezzi che farò nei prossimi concerti: è il caso di Ho imparato a sognare dei Negrita o La paura non esiste di Ferro; mi sono insomma messa avanti con il lavoro.

Quanto è stato difficile “entrare” nell’anima di queste canzoni?
Scelgo una canzone perché mi dà delle emozioni o semplicemente mi piace quando l’ascolto. Per esempio, Estate dei Negramaro, oltre alla bella melodia, mi incuriosiva per il modo in cui è cantata, che mi ha costretta ad usare per la prima volta il falsetto. Non sapevo quale risultato avrebbe dato, ma mi stimolava l’idea. D’altra parte, mi piace mettermi alla prova affrontando artisti con linguaggi diversi dal mio, come nel caso di Cremonini o di Ferro: in fondo, le sfide sono il sale dell’essere un’artista.

Quest’ultima sfida mi pare ampiamente vinta: le tue versioni fanno dimenticare gli originali.
Ogni volta che affronto una cover, la mia speranza è appunto di farla diventare una canzone nuova. Il complimento più grande che mi possano fare è quando mi dicono che prima della mia versione magari non avevano mai fatto caso al testo o capito bene il brano. Ecco, vuol dire che il mio lavoro è servito, che sono riuscita a reinterpretare un pezzo, cosa ben diversa che farne una semplice cover.

I brani dell’album sono stati suonati quasi in diretta insieme alla band. Perché hai lavorato con questo metodo?
Gli arrangiamenti sono di Luca Scarpa, pianista che suona con me da tanti anni, con cui mi sono confrontata in un primo tempo nello scegliere l’abito più adatto per le canzoni. In una seconda fase, abbiamo riunito la band in una sala prove, come si faceva in passato, e lì sono stati suonati i pezzi, seguendo però gli interventi e i suggerimenti dei musicisti per migliorarne la resa. È un modo di lavorare che non si usa quasi più, ma credo che abbia dato degli ottimi risultati sul piano qualitativo e di feeling.

Nel cd c’è anche il duetto con Noemi, uscita bene dalla scorsa edizione di X Factor. Cosa ti ha convinta a farle un po’ da “madrina”?
Mi sembra carino che un artista affermato prenda sotto la sua ala protettrice un esordiente. Ho conosciuto Noemi l’anno scorso quando sono stata ospite a X Factor e mi aveva colpito la sua voce particolare. Poi, circa un anno fa, mi ha chiesto di cantare con lei: ho sentito il brano, mi è piaciuto ed è nata non solo una collaborazione, ma un’amicizia. È una ragazza con i piedi per terra, genuina, che ha capito che il suo lavoro è cominciato solo ora e spero di incidere ancora delle canzoni con lei.

Cosa pensi dei talent show tipo X Factor?
Sono gli unici spazi a disposizione di un giovane che pensa di avere una bella voce. Altrimenti dove va? Le case discografiche interessate a lanciare un nuovo artista lo spediscono a X Factor. È ovvio che ci vorrebbe altro, ma ci dicono che la musica in tv fa poca audience, cosa che dovrebbe interessare poco visto che si paga un canone. I soldi per programmi imbarazzanti, però, ci sono sempre. La verità è che servirebbe un investimento forte nella cultura in generale e quindi anche nella musica, ma è pura utopia: in questo campo siamo sempre stati il fanalino di coda in Europa e oggi somigliamo a un vagone scassato fermo su un binario morto.

Hai intitolato il cd Ho imparato a sognare. C’è ancora spazio per i sogni nella nostra società?
Bisogna sognare. Non dobbiamo permettere a nessuno di toglierci i sogni e quindi le speranze, perché sono il motore della nostra esistenza. Ognuno sogna ovviamente cose diverse, che siano poi una migliore qualità della vita, una casa più grande o un’auto nuova, non ha importanza: è fondamentale che non si spengano i sogni, altrimenti si spegne la vita. Certo, non sempre si realizzano, ma è necessario averli e alimentarli, anche se mi rendo benissimo conto che viviamo in un mondo difficile.

Un mondo, ha scritto tempo fa Giorgio Bocca, in cui le immagini artificiali sommergono le cose reali.
Senza dubbio si sta attraversando un periodo di grandi difficoltà dove non si vede una via d’uscita. Un mese fa ho letto sui giornali la lettera aperta di un padre che invitava il figlio laureato ad andarsene perché l’Italia non ha più nulla da offrire. Sono cose tristi, ma d’altra parte il nostro Paese non investe nella ricerca, è fermo rispetto ad altre nazioni, impantanato nelle beghe personali dei politici che alla gente non importa nulla. Litigano per i loro processi, per la leadership, per una poltrona: basta, vorrei qualcuno che si occupasse dei cittadini seriamente, vorrei vivere in un Paese normale. Ben venga chiunque abbia questa obiettivo.

Cogitoetvolo