Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta. Cioè?

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“Queste cose accadono solo in Italia”. È un’espressione che frequentemente ricorre sulle labbra degli Italiani che, quando parlano di sé, si sa, sono un po’ disfattisti. Un sentimento di fierezza nazionale, però, emerge indiscusso quando la Nazionale disputa le sue partite importanti. Tutti, allora, sono orgogliosi di unirsi agli Azzurri e canticchiare, persino con un pizzico di emozione, l’Inno nazionale. Qualcuno è anche capace di ripetere le parole iniziali della prima delle cinque strofe di questo lungo canto: “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta”. L’autore del testo era un patriota del Risorgimento, Goffredo Mameli, un genovese infervorato dalle idee di Mazzini. Poco più di un ragazzo: morì quando aveva solo 22 anni. Come tutti i giovani, si lasciava prendere da facili entusiasmi quando gli parlavano di cause nobili e di progetti capaci di cambiare la storia. Gliene parlarono anche i “fratelli” a cui egli stesso si rivolge nell’accorato appello a liberare l’Italia, “pronti pure alla morte” per renderla unita, indipendente e potente come l’antica Roma.

Ma chi sono i “fratelli”? Con questo termine in codice si riconoscono vicendevolmente gli appartenenti ad una delle organizzazione più ramificate ed influenti che esistano nel mondo: la Massoneria. Il giovane Mameli era uno dei “fratelli” e massone era il Ministro della Guerra nel governo della neonata Repubblica italiana, tale Cipriano Facchinetti, che nel 1946 propose di adottare “Fratelli d’Italia” come Inno nazionale.

Non si tratta solo di un piacevole divertissment letterario e musicale: il secolo XIX, quello in cui nacque il Regno d’Italia, conobbe rapidi e profondi mutamenti storici: un po’ dappertutto in Europa si affermarono le idee dei liberali, eredi della Rivoluzione francese, gli ordinamenti giuridici più antichi furono stravolti, alcune dinastie scomparvero, i confini geo-politici di non pochi Stati furono ridisegnati, i governi dei paesi europei più potenti si spartirono quasi tutta l’Africa e buona parte dell’Asia, l’alta borghesia si arricchì e i poveri diventarono più poveri. Pensare che l’Europa del XIX secolo sia nata per caso equivarrebbe a gettare in aria le ventisei lettere dell’alfabeto e pretendere che ne esca composta la Divina Commedia. Dietro questi cambiamenti epocali c’erano loro, i ‘fratelli”. Un acuto osservatore degli avvenimenti a lui contemporanei, il protestante tedesco Eckart, scriveva nel 1854: “Nessun uomo di stato conosce la sua epoca, anzi ignora le cause degli avvenimenti che si stanno verificando sia nella vita politica sia in quella sociale, se non studia a fondo l’ordine della Francomassoneria e non ne comprende la natura e l’azione”.

Anche nel processo storico che nel giro di pochi decenni condusse all’Unità d’Italia la Massoneria ha giocato un ruolo da protagonista. Basterebbe dare uno sguardo ai nomi degli affiliati. Anzitutto l’ “eroe”, Giuseppe Garibaldi: già iniziato nella loggia irregolare Asilo della virtù nel 1844 a Montevideo, nel 1872 fu nominato Gran Maestro onorario a vita del Grande Oriente d’Italia [l’organizzazione massonica italiana per eccellenza]. E i “fratelli” non gli fecero mancare l’appoggio, come Fauché, procuratore dell’agenzia navale Rubattino, che gli concesse le navi a vapori per la famosa, o meglio famigerata, spedizione dei Mille, o come i “fratelli” inglesi, infiltrati nei posti chiave del governo, che fornirono un aiuto tale che Garibaldi stesso affermò: “Se non fosse stato per il governo inglese, non avrei mai potuto passare lo stretto di Messina”. Aveva ragione: gli fornirono la cifra, astronomica per quei tempi, di 3 milioni di franchi francesi (qualcosa come 30 milioni di dollari) che gli consentirono di corrompere gli ufficiali borbonici: lo ha dimostrato, con i documenti ritrovati ad Edimburgo, lo storico Giulio di Vita. Cavour era già stato prescelto a divenire il Gran Maestro dell’Oriente d’Italia, se la morte non lo avesse colto improvvisamente nel 1861. Un secolo dopo, nel 1988, il Gran Maestro dell’Oriente Italiano, Corona, ha ricordato i nomi di altri illustri patrioti: da Nino Bixio a Benedetto Cairoli. Affiliato era pure il grande e potente alleato francese, l’Imperatore Napoleone III.

Oscar Sanguinetti è uno storico del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Recentemente ha fatto il punto sugli studi che si occupano del legame tra la Massoneria e il Risorgimento. E ravvisa il ruolo della Massoneria nella capacità di tessere le fila del movimento risorgimentale che, come si sa, è stato tutt’altro che uniforme ed ordinato, nel fornire appoggi materiali e sostegno ideale alle varie forze impegnate in esso, spesso prive degli uni e dell’altro, ispirare scelte politiche e propagandistiche “piazzando” i “fratelli” nei gangli dell’esercito, della finanza e della politica stessa. “Ovunque si avverte – scrive Sanguinetti – il digitus di un organismo potente, diffuso e tenace che sostiene, rianima, accompagna le vittorie, propaga le idee, raccoglie i consensi e i fondi, tramsette le parole d’ordine, organizza le cospirazioni, minaccia quando occorre l’avversario, fa espatriare chi «deve» , importa ciò che è «utile» nel frangente, prepara uomini e leader politici”. Del resto, la Massoneria stessa ha rivendicato in più occasioni e sottolineato sempre orgogliosamente il suo ruolo-chiave nel Risorgimento italiano.
L’intervento determinante della Massoneria nel processo risorgimentale è inequivocabilmente rivelato dal tratto che accomuna l’ideologia della prima e l’orientamento assunto dal secondo: l’odio anticattolico. La Massoneria ha una sua ‘religione”, crede in un vago Essere supremo, architetto dell’universo e indifferente alle sorti degli uomini, ha simboli e rituali, noti solo agli “iniziati” (tutti rigorosamente di sesso maschile: le donne sono escluse), e persegue l’avvento di una nuova Umanità. La Chiesa Cattolica è il nemico da combattere. Da tempo sono note le istruzioni della setta dei Carbonari, “emanazione massonica”, secondo lo storico massone Pontevia, attivissima nella prima parte del processo risorgimentale. In una di essa, datata al 1817, leggiamo: “Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della Rivoluzione francese: l’annientamento per sempre del cattolicesimo e ancora dell’idea cristiana, che se resta in piedi sulle rovine di Roma ne avrebbe perpetuazione”.

Non c’è da sorprendersi se, raggiunta l’agognata Unità d’Italia nel 1861 e occupata Roma nel 1870 in barba ad ogni norma del diritto internazionale, la legislazione del neonato Regno fu ispirata dal solito copione massonico: soppressione degli Ordini religiosi, confisca dei beni ecclesiastici (formatisi, si badi bene, soprattutto con le offerte dei poveri nel corso dei secoli), limitazioni all’azione del clero, braccio di ferro con il Papa per impedire la nomina dei Vescovi. Fu quella l’epoca d’oro della Massoneria italiana: il sindaco di Roma osò, per senso delle istituzioni, recarsi dal Papa per fargli gli auguri in occasione del suo giubileo sacerdotale: ne nacque un caso di stato e i Massoni gli imposero le dimissioni, sostituendolo con uno dei “fratelli”, naturalmente.

Attenzione, non è roba del passato: tra i vari provvedimenti “illuminati” dell’Italia unita fermamente voluto dai “fratelli” c’era in programma anche la rimozione dei Crocifissi dai luoghi pubblici. A quanto pare, la storia si ripete ora con l’Europa unita. Insomma, i “fratelli” ci provano ancora, non per nulla anche l’Inno europeo, l’Inno alla gioia, come Fratelli d’Italia, è ispirato ai sentimenti di “fratellanza massonica”: An Freude, musicato da Beethoven, è un testo composto Schiller: anche lui “fratello d’Europa”.

Articolo tratto da Dimensioni.org

 

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