La via di fuga

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Il secondo episodio delle avventure londinesi di Zaìra Harrison

Per chi si fosse perso il primo episodio, eccone il link

L’uomo procedeva a passo svelto camminando nervosamente per la sala. Indossava dei caldi pantaloni in flanella ed un’elegante giacca in tweed grigia a trama unita che presentava tre bottoni ovali, doppie tasche oblique con pattina ed un solo spacco sul retro. Sotto la giacca, il cui taschino sinistro conteneva un fazzoletto ripiegato, portava una camicia bianca con il collo a linguetta, una cravatta blu ben annodata ed un gilet in cashmere abbinato. In generale l’uomo presentava un look abbastanza classico. Alle sue spalle, un altro lo seguiva con fare incerto. Costui appariva decisamente più giovane e di bell’aspetto. Indossava un completo spezzato e Zaìra immaginò che potesse avere non più di una quarantina d’anni. Portava dei pantaloni verdi ed un paio di sneakers in pelle morbida. Le spalle larghe erano coperte da una giacca in velluto marrone a coste larghe che, sbottonata, si apriva su un dolcevita beige. Aveva l’atteggiamento ambivalente di chi ha preso una decisione risoluta ma al contempo non riesce a liberarsi da bizzarri sensi di colpa. Ad un tratto decise di interrompere il silenzio e disse in un tono impregnato da un’aria di scuse: «Earnest, ho cercato di fare il possibile, credimi». L’altro si fermò di colpo, chiuse le palpebre per pochi istanti e prese fiato inspirando una notevole quantità d’aria. Poi si voltò all’indietro e gli rispose con la rigidità e il contegno di un cavaliere templare: «Evidentemente non è bastato». Lo guardò con occhi di fuoco. Faceva sul serio adesso e proseguì digrignando i denti: «Per venti lunghissimi anni ho cercato quel maledetto orologio in ogni dove. Ho persino instaurato questa messa in scena, recitando la parte di un vecchio proprietario di un negozio di antiquariato. E, quando finalmente sono riuscito ad entrarne in possesso, capitai nelle mani di una serie di incompetenti, per poi affidarmi al grande Patrick Knight, attendibilissimo professore dell’Oxford University. Eppure anche tu hai fallito miseramente».
«Non basta essere uno studioso esperto di simbologia antica, per queste faccende. Inoltre non posso permettermi di impiegare tutte le mie energie lavorative in un’operazione sulla quale non avremo probabilmente la minima speranza di riuscita», proseguì il professore con aria frastornata.

I due continuarono a discutere, non accorgendosi della ragazza nascosta sotto il tavolo che, nel frattempo, trattenne quasi il fiato in modo da non fare il minimo rumore.

A diversi lustri di distanza da lì, nella stessa nazione, un uomo e una giovane donna camminavano velocemente fra i vicoli deserti di Londra, avvolti in una notte gelida. Gli alberi erano spogli ormai e sui rami rinsecchiti si trovavano appesi numerosi pipistrelli. Ad un tratto i due imboccarono un cunicolo angusto delimitato da muri molto alti. Dopo averlo percorso quasi interamente, si voltarono indietro per avere la certezza di non essere seguiti. E, mano nella mano, scesero lungo una scala che conduceva ad una cripta lugubre, la cui penombra era rischiarata soltanto da una serie di candele disposte in forma circolare che emanavano una luce soffusa. L’uomo tirò a sé il corpo dell’amata e l’abbracciò intensamente. «Tornerò presto», le sussurrò all’orecchio cercando di rassicurarla. La giovane si strinse nelle spalle e gli abbozzò un sorriso con aria preoccupata.

Patrick si passò le dita fra i folti capelli scuri: «Trovo che la tua preoccupazione sia un tantino eccessiva. Non può essere tornato».
«Seguimi», tagliò corto Earnest, allontanandosi di una decina di metri. I suoi occhi azzurro cielo brillavano svegli su un viso abbronzato, coperto qua e là da diverse chiazze di barba bianca.
Il professore posò un piccolo scrigno su una cassettiera di castagno e gli andò dietro calpestando tre diversi tappeti in stile orientale. Poi, Earnest tirò un’elegante tenda damascata che celava una pesante porta d’acciaio. E, attraverso un meccanismo digitale che andava nettamente in contrasto con il resto dell’ambiente, digitò un codice su un tastierino a combinazione e la serratura scattò. Oltre la soglia si apriva un atrio illuminato da una lancinante luce bianca… «Cccoosa??? È impossibile!» esclamò sconcertato il professore. A quella vista Zaìra si sentì accapponare la pelle. “Oh, mio Dio” pensò tra sé e sé.

A una dozzina di chilometri di distanza, quattro amici discutevano seduti in un vecchio british pub in stile vittoriano. «Come mai non è ancora qui?» chiese Susan con tono preoccupato.
«Non ne ho la minima idea. Ho provato più volte a chiamarla ma dà la segreteria», le rispose Paul.
Al culmine della tensione, Susan continuava a muovere le gambe facendo tremare l’intero tavolino. «Pensi che possa esser finita nei guai?»
«Mi sa che vi state agitando troppo senza alcun motivo», sbottò Liam.
«Come puoi essere così superficiale? Sei sempre il solito menefreghista!», lo rimproverò Susan.
«In effetti non è da lei, Liam, ritardare senza preavviso», aggiunse Paul.

Con l’intenzione di non voler rimanere lì un minuto in più, Zaìra sgattaiolò fuori dalla tovaglia in cerca di una via per fuggire. Aveva a disposizione pochissimo tempo. Non sapeva infatti quando i due uomini sarebbero tornati. Doveva sbrigarsi. Ma in mezzo a tutti quei mobili non sapeva come raccapezzarsi. Dove poteva essere l’uscita? Zaìra si guardò intorno confusa perché… improvvisamente, sentì dei rumori provenienti da… dalla cassettiera di castagno. Di colpo vi fu uno scatto e lo scrigno che vi era stato appoggiato sopra dal professore Patrick si spalancò. Il cofanetto conteneva un piccolo orologio d’oro da taschino tipicamente inglese. Il quadrante, protetto da un coperchio intarsiato, era rifinito elegantemente e riportava al centro, in rialzo, una bellissima rosa dei venti. Agganciata alla cassa vi era una sottile catenina in stile classico. Sembrava davvero un segnatempo realizzato da un’arte antica. La ragazza lo osservò incantata e con suo grande stupore, ad un tratto l’orologio spiegò un paio di ali d’aquila, anch’esse d’oro, e volò via dallo scrigno. Quasi fosse un fuoco fatuo, salì a mezz’aria e cominciò a planare per il grande salone. Zaìra, udendo dei rumori e temendo che i due uomini fossero sulla via del ritorno, decise d’impulso di seguire l’orologio che, oltrepassato l’arco a sesto acuto di ingresso, proseguiva lungo uno stretto corridoio. Dopo un paio di svolte, la ragazza notò nascosta nella penombra, una piccola porta in legno alta circa 60 cm e larga 40 cm. «Per fortuna sono bassa», pensò la ragazza tra sé. Al posto della maniglia, vi era una sorta di gigantesco anello medioevale annerito dalla ruggine, un anulus. Zaìra lo sollevò, gli fece fare un giro completo in senso antiorario e premette quella che un tempo doveva essere la pietra cardine del congegno. Si udì scattare un meccanismo e l’uscio si aprì su un impervio cunicolo. Zaìra si voltò indietro e vide l’orologio svanire nel buio seguito da un luccichio dorato. A quel punto si accovacciò, oltrepassò la soglia e percorse quella che sperava fosse la sua via di uscita. Una volta fuori, le sembrò di ritrovarsi in un ambiente piuttosto familiare. Cercò di chiarirsi le idee, quando ricevette una spinta brusca da una donna grassoccia che rincorreva il proprio bambino scapestrato. Si era ritrovata alla fermata metro di Southwark. Il buon senso le consigliava di tornarsene a casa. Ma, ecco, la sua accesa curiosità intellettuale prevalse sulla prudenza. Salì sulla metro che partì a tutta velocità, in direzione London Bridge. Rimase seduta in silenzio, ripensando alla strana vicenda vissuta nelle ultime ore. Solo adesso cominciava ad avere un quadro maggiormente nitido della situazione. La sua preoccupazione era passata in secondo piano, soverchiata dall’istinto impetuoso della scoperta. Il cuore le scalpitava in petto. Ad un tratto le squillò il cellulare. Era Susan. «No, non ho dimenticato l’appuntamento. Ma credimi, mi è capitato qualcosa di inimmaginabile».

Illustrazioni a cura di Laura Meneghin

Michela Guidotto

Eternamente in conflitto con l’altra me, vivo sospesa fra la bussola della ragione e le leggi del cuore. L’ardore che provo per Themis mi ha spinta a coltivare gli studi giuridici. Ma, innamorata dell’archeologia e del mondo teatrale, scrivo nottetempo per dar voce alle diverse sfumature della mia identità, in modo da cambiare volto e rimanere me stessa.