Gangnam Style: storia di un successo

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Ci sono musiche che non chiedono il permesso prima di entrare, motivetti orecchiabili che si fanno spazio scortesi, sgomitando, e rimbalzano in testa inconsapevolmente, senza che nessuno li abbia invitati. Nel tentativo di rappresentare la loro forza dilagante, li si è soliti chiamare “tormentoni”: canzoni che magari molti non ascoltano di propria volontà, ma che tutti sentono (anzi, che tutti sono costretti a sentire).

Poco da discutere a tal proposito: Gangnam Style rientra  comodamente all’interno di questa categoria, e l’abito appena descritto gli calza a pennello, forse più che ad ogni altra canzone in passato. Il cliccatissimo video del rapper coreano Psy, pubblicato su youtube alla metà di Luglio, ha fatto salire vertiginosamente e in poco tempo il numero delle visualizzazioni, e ormai rasenta la sconcertante cifra del miliardo. Ma non è tutto: non solo il mondo del web, persino la radio e la televisione sono saturi del – si deve ammettere – accattivante ritmo,  avvalorato dallo strano e divertente clip, che ha contribuito in maniera decisiva all’espansione su scala planetaria del fenomeno .

Non si tratta di scegliere, ma di essere scelti. Il Gangnam Style si presenta indifferentemente a tutti coloro che mastichino almeno i rudimenti del mondo virtuale; e neppure per gli analfabeti del web esiste via di scampo. L’occhialuto e singolare rapper fa capolino dovunque : nei cartelli pubblicitari, nei locali, nelle stazioni di servizio, addirittura tra le morbide coperte del proprio letto, quando a tarda ora un nottambulo automobilista sfreccia sotto casa facendo risuonare tutto il quartiere del ritornello “Oppa Gangnam Style!” (senza tenere in considerazione, poi, il ruolo egemonico che ricopre su facebook).

Ed ecco che per il mondo vengono organizzati oceanici flash-mob, migliaia di ragazzi riuniti,che con discutibile sincronia tentano di riprodurre i difficili passi della danza equina; e tutti a ballare: non importa il motivo, lo si fa e basta, forse perché sarebbe strano non farlo. Non è necessario comprendere le parole, non conta se alcuni ritengano inglese un testo coreano: il Gangnam Style è dovunque, e nessuno, soprattutto se giovane, può tirarsene fuori.

Un  successo che è segno dei tempi, edificato su premesse fino a qualche anno fa inesistenti , quali facebook, twitter, youtube: strumenti che hanno certamente ricoperto la funzione di canale preferenziale, quasi un tappeto rosso su cui far sfilare il successo del singolo (tra l’altro sostenuto, sul piano “reale”, da una non indifferente vendita di cd).

E in fondo, cosa c’è di male?  Sbaglia chi condanna complessivamente il tutto. Certo, quello che accade è qualcosa poco razionale, che continua ad andare avanti per inerzia, agevolato dall’elasticità dei moderni mezzi e – si deve dire – dalla leggerezza di molti, che quasi si compiacciono nell’aderire acriticamente a certe tendenze. Ma tutto questo può spingerci a riflettere su quali siano le proporzioni, la gittata di una semplice e piccola conflagrazione mediatica. In questo caso, nulla di preoccupante: solo un video, magari di non grande spessore, ma certamente divertente e incapace di crear danni (forse solo l’appiattimento mentale di alcuni, ma rappresenterebbe una goccia nell’oceano). E se si trattasse d’ altro? se il medesimo missile virtuale contenesse, in futuro, una polvere da sparo ben più nociva?

Lontano da noi ogni apocalittico allarmismo! Senza osservare con eccessivo sospetto questo successo dilagante! Ma svegli, e senza  superficiale leggerezza.

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.