Gaza, umanità violata

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Israele o Palestina? Mossad o Hamas? Progresso o terrorismo? Convivenza pacifica o guerra? Domande che si rincorrono da almeno sessant’anni, da quando cioè le Nazioni Unite riconobbero a Israele il diritto di raggiungere la terra promessa, rinnovando un patto stipulato migliaia di anni prima tra Dio e Mosè. Tra Dio e il popolo eletto. Domande che si rincorrono mentre lì fuori piovono missili e proiettili, e le sirene non smettono di urlare tra le rovine di civiltà dimenticate dagli uomini e dalla Storia. Chi ha ragione? Chi è nel giusto? Chi si difende dai missili e afferma il proprio diritto di esistere? Chi prova a uscire dal ghetto e a scavalcare le tristi mura costruite dal nemico? Chi vede trucidati i propri figli in una guerra senza regole o chi ha visto morire i propri genitori in un campo di sterminio? Provate a rispondere voi. Ditemi se è possibile dare ragione a qualcuno, se manca la Ragione.

Non possono sintetizzarsi in poche righe le origini del conflitto tra israeliani e palestinesi, ma alcuni aspetti vanno comunque isolati per capire qualcosa di ciò che accade intorno a noi. Per evitare, soprattutto, di ridurre la nostra conoscenza al più ottuso tifo da stadio. Da una parte abbiamo il popolo d’Israele, un popolo in fuga da quando esiste. Un popolo che ha sviluppato, nei millenni, un forte sentimento di orgoglio e di appartenza, custodendo gelosamente le proprie tradizioni e la propria fede come unici strumenti per non scomparire nel turbine dell’odio razzista di ieri e di oggi. Uno Stato, quello israeliano, che nel frattempo è diventato una delle più grandi potenze militari ed economiche mondiali, un’oasi di civiltà e di cultura occidentale in una terra spesso minacciata dall’integralismo islamico. Uno Stato che gode dell’appoggio degli Usa, ma è circondato da pericolosi nemici, predicatori di sterminio, negazionisti della prima ora, terroristi che usano Dio per giustificare i propri deliri di onnipotenza. Israele teme per la propria incolumità, teme che possano ripetersi quelle sciagure che non sono mai state dimenticate, quelle tragedie che vivono nel cuore e nel sangue di chi ha subito la diaspora o l’ha sentita raccontare dai propri genitori e nonni.

Dall’altra parte ci sono i nemici di Israele, è ovvio. Molti Stati della Lega araba (Algeria, Sudan e Siria in testa) hanno più volte esplicitato la propria volontà di annientare lo Stato ebraico, mentre Paesi come la Mauritania e il Marocco (oltre a Bolivia e Venezuela) hanno sospeso con Netanyahu & co. qualsiasi rapporto diplomatico. Tutto qui? Non di certo: per completare il quadro è necessario citare l’Iran, il Paese che rappresenta il pericolo maggiore per Israele, a causa del forte antisemitismo di Stato e del proprio consistente arsenale atomico.

E poi c’è Gaza. Una striscia di terra, le briciole cadute dal banchetto del ricco padrone. Campi profughi, povertà, un’umanità distrutta da guerre di conquista, da coloni impertinenti, dalle mire espansionistiche di “falchi” come Ariel Sharon. Una situazione insostenibile, nata con la poco salomonica divisione delle terre da parte dell’Onu, aggravata dall’embargo ebraico e da quell’inguardabile distesa di cemento che taglia in due le case, i terreni, gli uliveti, i cuori.

Gaza… umanità violata, lager del nuovo millennio, ghetto senza via d’uscita. Cristiani e musulmani dividono il pane, dividono le angosce di chi inevitabilmente nasce con il rancore verso il vicino, ma non smette di immaginare la pace. Le suore cattoliche danno una mano, piangono nel vedere gli occhi di quei bambini che non smettono di gioire, nonostante il fango e la miseria.

Israele e Palestina forse non si conosceranno mai a fondo. Hamas, che pretende di farsi chiamare Resistenza, non conosce le sensazioni di chi corre verso i bunker con i propri figli alla ricerca di un riparo dai missili. Le autorità israeliane, dal canto loro, non conoscono i visi dei bambini palestinesi uccisi dall’artiglieria e dalle bombe.

Non conoscono i loro occhi, ancora colmi di gioia per una partita giocata nel fango e nella miseria.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.