La generazione più povera: l’allarme del Censis per il futuro dei millennials

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Carriere discontinue e caratterizzate dal precariato, così l’Italia rischia di avere 5,7 milioni di nuovi poveri entro i 2050. E quei poveri siamo noi.

Un’intera generazione è a rischio povertà. È questo ciò che emerge dal focus Censis Confcooperative “Millennials, lavoro povero e pensioni: quale futuro?” e il destino del nostro Paese – ma non solo – non rappresenta uno scenario roseo per tutti i giovani nati tra il 1980 e il 2000. L’allarme riguarda il nostro futuro previdenziale, quasi inesistente, in cui 5,7 milioni di noi si troveranno in condizioni di povertà, anche dopo una vita passata a lavorare. I fattori più preoccupanti riguardano il ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, la discontinuità contributiva e la debole dinamica retributiva che caratterizza molte attività lavorative.

Per molti non è una novità e forse il vero dramma è proprio questo. Affrontiamo gli studi senza grandi prospettive per il futuro, cosa che vent’anni fa era impensabile. Ci interroghiamo costantemente su ciò che apprendiamo, chiedendoci se ci porterà davvero da qualche parte, in una corsa disperata ad arricchire il proprio cv, finendo alla fine per accettare qualunque cosa che “faccia curriculum”. Basta fare un giro in qualunque ateneo italiano per rendersi conto che chi affronta gli studi superiori non lo fa certo con serenità. L’ansia che abbiamo per il nostro futuro si alimenta negli anni del limbo universitario, in un’altalena in cui cerchiamo di dare il massimo per poi temere di star perdendo un sacco di tempo.

Intanto dall’esterno ci giungono le voci di chi nel mondo del lavoro c’è già e salta da un impiego all’altro, non sempre retribuito, con la stessa ansia di acquisire esperienza. E il dato che emerge dal rapporto è sotto gli occhi di tutti: lavorare non basta. La presenza di nuove tipologie di lavoro fa si che nel nostro Paese ci siano 171.000 giovani sottoccupati, 656.000 con contratto part-time involontario e 415.000 impegnati in attività non qualificate. Numeri che indicano in molti casi un’imposizione a lavorare poco o a lavorare gratuitamente. Una concessione, quella degli stage, che viene mascherata come un’opportunità di fare esperienza e che poi non fa altro che continuare a rimandare il momento per poter entrare attivamente nel mondo del lavoro.

Ma se pensiamo che l’erba del vicino sia sempre più verde, ci pensa un articolo uscito sul giornale olandese De Groene Amsterdammer (e uscito in italiano sulla rivista Internazionale) a smontare le nostre teorie. Anche l’istituto nazionale di statistica olandese, il Centraal bureau voor de statistiek (Cbs), rileva che il numero di contratti a tempo indeterminato diminuisce a favore di altre tipologie di lavoro e quasi un terzo degli under 34 ha contratti di questo tipo. Bassi salari, impossibilità di accumulare patrimoni e risparmi per le pensioni, grossi rischi di indebitamento: secondo il report Global wealth 2017 della banca svizzera Credit Suisse siamo “unlucky millennials”. Ma l’autore dell’articolo sottolinea anche un altro aspetto: la nostra è la generazione più istruita della storia. Com’è possibile che il rapporto tra istruzione e salario futuro, che ha funzionato con una proporzionalità diretta per i nostri genitori, non sia più valido per noi?

Una risposta prova a darla Malcolm Harris nel suo libro Kids these days, un’indagine sul tipo di capitalismo in cui noi millennials stiamo crescendo. Un capitalismo ben diverso dalle origini: il capitale monetario ha lasciato il posto al capitale umano. La società ci richiede di accumulare competenze che aumentino la nostra produttività. Gli stage ci servono proprio ad acquisire queste competenze e li affrontiamo con la convinzione che ci offriranno un posto di lavoro migliore. Per questa speranza barattiamo il nostro tempo e le nostre energie gratuitamente: per essere sempre un passo davanti agli altri, in una competizione spietata dove i nostri coetanei sono prima di tutto i nostri concorrenti.

Una competizione che viene alimentata già a livello universitario, nel momento della scelta del tipo di formazione superiore da intraprendere. I test d’ingresso per qualunque facoltà cozzano con l’idea che ormai tutti hanno di un’istruzione democratica. Non c’è niente di democratico nell’inserire le nuove generazioni in un sistema di accesso all’istruzione che somiglia alle corse dei cavalli, dove tutto si basa sulla performance, dove non puoi permetterti di sbagliare perché altrimenti qualcuno ti impedirà di realizzare i tuoi sogni. E, una volta dentro, quel sistema non cambia: è una corsa all’esperienza all’estero, che solo i più abbienti possono permettersi per le spese che questo comporta. Solo chi ha una famiglia con un capitale monetario da investire può permettersi di avere veramente un’istruzione democratica, una libera scelta nella formazione. In Olanda il debito medio di uno studente universitario ammonta a 24mila euro per laureato: tanto costa comprarsi la possibilità di guadagnare meglio in futuro.

Così Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, commenta la situazione del nostro Paese: «Queste condizioni hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata. Lavoro e povertà sono due emergenze sulle quali chiediamo al futuro governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri». Ma non solo: che garantisca ai figli la percezione di avere delle opportunità.

Federica La Terza

Ogni riccio è un capriccio, un'idea e una curiosità. Il bisogno di andare oltre la superficie, oltre ciò che appare, mi ha spinto a coltivare a livello accademico il mio interesse per la scienza. Di fronte a tutto ciò che passa sotto la lente di ingrandimento della mia curiosità, cerco sempre di ricordarmi che per trovare risposte bisogna fare le giuste domande.