Generazione “speriamo che non”

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Speriamo Che Non è un costrutto sintatticamente errato: la speranza finanzia tutta ridente i tentativi dell’uomo di essere pienamente se stesso.

La speranza è stata progettata come sentimento nobile e candido. Scienziati della lingua l’hanno distillata con cura nei loro laboratori, accertandosi che fosse il termine più propositivo e fresco dell’intera umanità. Imbottigliata e distribuita nelle menti di ogni abitante della Terra, sgorgava felice dalle loro bocche, finché mediante una di esse non venne trasformata in negazione: qualcuno, in preda alle sue personali tensioni, coniò l’orribile Speriamo Che Non.

SCN dilagò ampiamente nei secoli, vivendo parassitario già nei cavernicoli, che iniziarono, tremanti, a Sperare Che Non venissero attaccati dalle bestie selvagge, o scappassero le prede, o crollassero le rocce. Nel Medioevo SCN conobbe un periodo di grande splendore: speravano tutti che non finisse il mondo. Rotolò lungo i secoli riducendo gli uomini ad un mucchio di paurose formichine, preoccupate di un pericolo in perenne agguato, dal quale si sentivano immuni non affrontandolo, ma Sperando Che Non si realizzasse.

Così la speranza s’è ridotta ad un paracadute, un rosario da implorare in caduta libera, un mantra che funge da antistress. Dunque l’uomo attuale nasce da una donna che sperava di non essere incinta, ma che, rimastaci, ha sperato che la gravidanza non si complicasse e il piccolo non nascesse malato, poi che questi non cadesse dal fasciatoio, ingoiasse un giocattolo o cadesse per terra nel tentativo di camminare. Crescendo quel bambino spererà di non colorare fuori dai bordi, di non venire interrogato prima dalla maestra e poi dai prof, che le sue bugie non vengano tradite, che i suoi amici non lo abbandonino, di non rimanere disoccupato, di non fallire come padre e come nonno, di non morire troppo presto.

Speriamo Che Non è un costrutto sintatticamente errato: la speranza è per, la speranza è incentivo al fare; finanzia tutta ridente i più folli tentativi dell’uomo di essere pienamente se stesso. Non avrebbe mai potuto immaginare di diventare lo scudo dei vigliacchi del vivere.

E’ la Speranza, non l’etica, non l’ideale, ad essere tradita nel momento in cui la nomina il furfante: “Speriamo che non mi scoprano”. E siamo tutti noi i furfanti quando mettiamo le mani avanti. Quando costruiamo male i palazzi e i viadotti e speriamo che non crollino. Quando c’infiliamo in guerre opportunistiche e speriamo che non sbarchino gli immigrati. Nel non votare, ci auguriamo una buona politica. Trascurando gli affetti, confidiamo che restino. Tarpando le ali ai giovani, auspichiamo loro il futuro che meritano. Lasciando tali gli abbandonati, preghiamo che non facciano gesti avventati; e se una dodicenne si lancia da una finestra così i suoi bulli “saranno contenti”, vuol dire che le nostre non-speranze sono state vane, avremmo dovuto incrociare più strette le dita.

O forse, o meglio, o instancabilmente, agire.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.