Generazioni di pace: Gaza e i suoi giovani

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1948. Nasce ufficialmente lo Stato d’Israele.

1948. Il conflitto israeliano-palestinese, accesosi qualche decennio prima ma fino ad allora trattato con indifferenza da gran parte delle potenze mondiali, divampa nei territori contesi e comincia ad interessare prepotentemente governi, giornali e televisioni.

Da più di 60 anni razzi, carri armati e violenza insanguinano quella piccola striscia di terra che si affaccia al Mar Mediterraneo. Runan, una bambina di 5 anni schiacciata sotto le macerie della sua casa, Adila, madre incinta di 4 mesi, Sami, Othman, Khalil: questi sono solo una microscopica parte degli “effetti collaterali” che i due schieramenti sono disposti a sacrificare per adempiere ai loro progetti politici.

Yusuf ha 24 anni, è Palestinese e ha un sogno. Ha perso sua madre il 27 dicembre 2008, in un giorno che per sempre porterà il nome di “Sabato nero del massacro”: l’operazione israeliana “Piombo fuso” risponde all’offensiva di Hamas spezzando poco meno di 300 vite.

Myriam ha 19 anni, abita nella striscia di Gaza, è ebrea e anche lei ha un sogno. Il 18 dicembre 2008 si salva miracolosamente dal lancio di razzi voluto da Hamas, ma assiste impotente alla distruzione del suo paese. Insieme a tre dita della mano destra, Myriam perde la sua mirabile abilità nel dipingere paesaggi della sua terra.

Yusuf e Myriam camminano a testa alta, mano nella mano. Nessuno dei due crede che la religione dell’altro sia la causa dei loro dolori e condividono con speranza lo stesso sogno. Come gran parte dei giovani che abitano queste terre, sono convinti che la soluzione al problema non sia così difficile come vogliono farci credere. In molte zone la convivenza dei due gruppi è pacifica e naturale, l’integrazione si traduce in una comunità tranquilla e multietnica con cui sarebbe stimolante condividere la propria esistenza. Tanti giovani palestinesi e israeliani, così come Yusuf e Myriam, vivono quotidianamente in stretto rapporto, dialogano scambiandosi pensieri, paure, punti di vista e sognano un Paese libero in cui vivere serenamente.

Tasneem, 9 anni, viene trovata stretta in un ultimo abbraccio al padre Mohamoud. Un razzo spegne in un soffio l’intera famiglia Aldalu. La morte più ingiusta e tragica, tra le tante, è forse quella di Eyad, 18 mesi appena. Eyad che così piccolo non può conoscere ciò che gli accade intorno e a cui è stata preclusa per sempre la possibilità di conoscerlo; Eyad e il suo sorriso che forse avrebbero potuto illuminare di gioia e speranza il buio che governa la realtà delle persone che lo amavano.

La ragione risiede in entrambe le parti, così come il torto, ma la conseguenza inevitabile è che i più deboli soccombano sempre, senza distinzione di etnia, sesso, religione o età. Perché la guerra svaluta senza cura il valore della vita umana, preferendo ad essa un’utilità a breve termine, una vittoria e un potere talvolta fatui e tentatori. L’esistenza di civili del tutto estranei a lotte d’odio o a desideri di dominio sugli altri, siano essi bambini, donne o uomini la cui unica colpa è di occupare il proprio posto nel mondo, è una piccola inezia nella strada di coloro che non ripudiano la guerra, ma la proclamano strumento di libertà.

La cosa più onesta sarebbe ammettere che non c’è niente che il mondo possa fare se il fiore della pace non nascerà dal terreno stesso della Palestina. Ma sorge spontaneo chiedersi per quanto ancora le due fazioni rivali riusciranno a mantenere silenziosa la voce dei giovani che reclamano una terra in cui vivere in pace senza guerra, senza morti, senza bombardamenti. E se è giusto che il mutismo delle nazioni di tutto il mondo continui ad essere indifferente alle parole di Yusuf: “io sogno di avere un Paese” o alla preghiera di Myriam per un cielo sgombro di razzi e disturbato solo dal canto degli uccelli.

La coscienza mondiale è chiamata ad avere il coraggio e l’umanità di unirsi a questo coro, che ha reso la pace il proprio baluardo ideologico. Forse così sarà finalmente possibile far rinascere in seno a quell’umile culla di Betlemme una nuovo germoglio di libertà, rispetto e pacifica convivenza.

Articolo scritto da Irene Pivetta

Cogitoetvolo