Giappone: gli studi umanistici non producono innovazione

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L’illusione del progresso e del benessere hanno sempre reso l’uomo macchina tra le macchine; ma scienza e tecnica sono in grado di dare un senso alla realtà?

I dipartimenti incentrati sugli studi umanistici non rendono, dunque è lecito tagliare i fondi ad essi destinati. E’ la conclusione a cui sembra essere giunto il governo giapponese. Nello scorso giugno è stato chiesto alle 86 università del paese di “abolire” i corsi di studio non necessari, aumentando le risorse in favore di quegli atenei che coinvolgono le attività pratiche. L’azione del governo di Shinzo Abe è severa e decisa: alle facoltà umanistiche verrà a mancare il 40% del sostegno economico, garantito in passato proprio dalle casse statali. A detta del presidente, il paese non necessita di nuovi insegnanti, visto il netto calo delle nascite.

All’indomani della decisione, il quotidiano giapponese Asahi Shimbun si chiedeva: “Le università servono solo a soddisfare le esigenze immediate della società?”. Il governo giapponese sembra esserne fermamente convinto e in una nota dichiara: “Il governo considera la formazione universitaria parte della sua strategia economica e vuole favorire i programmi scientifici per aumentare la competitività del paese a livello globale”. Il fine, dunque, è quello di rimanere al passo con la crescente richiesta di personale qualificato e con i continui cambiamenti del sistema industriale. La situazione si è aggravata ulteriormente quando, in luglio, 26 atenei hanno deciso di aderire alle direttive del governo: non ospiteranno più corsi umanistici e di scienze sociali.

Eppure la clamorosa azione del governo giapponese è solamente la punta dell’iceberg di un problema più generalizzato. Nell’opinione pubblica e nella cultura odierna l’economia va acquistando un ruolo primario: in una condizione sociale ancora di forte incertezza si guarda al profitto immediato, per vincere lo spettro di una crisi mai domata. Puntare sull’economia e sulla produzione sfrenata appare oggi come l’unico modo per evitare il pericolo di default. Chi di noi non sembra esserne convinto? Gli studi umanistici non garantiscono un futuro: questo ripete l’opinione pubblica. L’azione del governo giapponese dimostra un sentire ormai comune: l’assolutizzazione di scienza e tecnica, al fine di un benessere maggiore, di una ricchezza maggiore. Eppure l’illusione del progresso e l’ambizione alla ricchezza e al benessere hanno sempre reso l’uomo macchina tra le macchine, un prodotto finito, lui stesso costruito rapidamente per soddisfare un determinato processo produttivo. Ciò che l’opinione pubblica, rea di essersi lasciata scivolare addosso senza troppa preoccupazione l’iniziativa giapponese, non ha previsto è il danno a lungo termine: né la scienza né la tecnica sono in grado di dare un senso alla realtà. Un uomo proiettato al futuro, che osserva e giudica la realtà esclusivamente tramite quello che il filosofo tedesco Martin Heidegger definisce “linguaggio calcolante”, è un uomo dimezzato, che fonda la propria vita sulla quantità, dimenticando la qualità dell’esistenza, il suo senso. E’ un uomo disinformato, che non ha coscienza di sé, svuotato della domanda che gli è propria, mero strumento, ingranaggio al servizio dell’economia. Un uomo finalizzato a dominare la realtà, a sfruttarla in nome della razionalità tecnica, incapace di meravigliarsi di fronte ad essa. Un uomo privo di domande. Probabilmente è questo il dono più grande che gli studi umanistici portano con sé: suscitano domande, sono l’estrema conseguenza della curiositas umana, di un uomo che desidera andare oltre il reale, che avverte in sé la tensione ad un di più che lo sfruttamento del finito non potrà mai soddisfare. A chi ritiene che tali studi non siano spendibili nel mondo del lavoro basterebbe ricordare l’esempio di Copernico: la scoperta che rivoluzionò il modo stesso di guardare al mondo in cui viviamo si fonda su basi prettamente filosofiche ed ha trovato nella metafisica la sua ispirazione, prima d’essere sperimentata scientificamente.

In luglio Masayuki Kobayashi, rettore dell’università di Tokyo, ha espresso il suo disappunto: i dipartimenti incentrati sulle discipline umanistiche sono configurati per generare benefici a lungo termine, all’interno del tessuto sociale. Il 9 settembre la Keidanren, lobby che riunisce i maggiori industriali del paese, gli ha fatto eco: “servono persone in grado di risolvere problemi che spaziano dal campo scientifico a quello umanistico”, contestando l’idea che il mondo degli affari ricerchi solo personale pronto per l’uso. Ampiezza di vedute e multidisciplinarietà, sono queste le qualità richieste. All’indomani dell’inizio del nuovo anno accademico è giusto riaffermare il valore dell’istruzione umanistica, specialmente nel nostro paese. Puntare su di un vantaggio a lungo termine, su di un uomo che non si ferma al prodotto ma cerca di andare oltre, di migliorarsi, di vivere intensamente, ebbene questo significa cambiare le cose. Non rallentare l’innovazione, ma stimolarla.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.

  • TE

    Ottimo articolo e ottima riflessione, diversi economisti iniziano a denunciare il problema che nella teoria economica era stato già evidenziato da Becker, parlando di capitale umano e conoscenza. Il problema è che molto spesso nei paesi asiatici la cultura, come in generale i servizi di carattere sociale, sono considerati in modo strumentale agli obiettivi di crescita economica. Un pericolo non solo per la cultura, ma anche per tutti quei diritti umani “esigibili” cioè che derivano dalla fornitura di un servizio da parte dello stato.