Gioie e dolori della maternità vissuta ma negata

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C’è una sofferenza silente nel cuore di ogni donna che non ha potuto vivere pienamente la propria maternità o perché non ha potuto partorire i propri figli, o perché ha subito aborti spontanei o, infine, perché ha scelto volontariamente di abortire il proprio figlio.

La ricerca scientifica ha dimostrato che nel corpo della donna si installano, dopo ogni gravidanza, cellule che rimangono per tutta la vita nel midollo spinale. È impossibile per una donna dimenticare le sue gravidanze sia mentalmente che fisicamente.
«Nel mondo scientifico non c’è unità di vedute sul fatto che esista una “sindrome”, ossia un insieme di correlati psicopatologici sempre uguali che ricorrono tutti insieme in qualsiasi persona dopo un aborto. Non dovrebbero, invece, esserci problemi da parte di nessuno nel riconoscere che a seguito di un aborto volontario vi siano importanti conseguenze psichiche e l’onere della prova dell’opposto spetta a chi dice esse non esistano, non a chi le cura» (Cinzia Baccaglini, laureata in psicologia clinica e di comunità è psicoterapeuta della famiglia e opera nel territorio di Ravenna).

Si parla di “trauma post-aborto” e di “sindrome post aborto” non per etichettare ma invece per aiutare le donne che hanno difficoltà a riconoscere e confessare la propria sofferenza e iniziare un cammino di “guarigione”.
E non solo le donne che hanno abortito, perché la sofferenza colpisce al tempo stesso e a volte nella stessa misura, il padre, i nonni del bambino, i familiari e gli amici più intimi della coppia. Anche i padri, i nonni e altri membri della famiglia possono subire una perdita traumatica. Il dolore e la perdita hanno bisogno di essere riconosciuti, di espressione, tempo, compassione ed educazione, perché la guarigione sia possibile.

L’aborto procurato (ancor più di quello spontaneo) lascia una ferita nel corpo e psiche della madre. Ferita che difficilmente si rimargina, perché difficilmente la madre che ha abortito viene aiutata a prenderne coscienza.

Provare dolore dopo un aborto è normale e sebbene alcune donne riferiscano solo un trauma lieve per altre l’esperienza è devastante.
C’è chi prova un grande senso di colpa o vergogna dovuta in parte all’impossibilità di condividere il proprio profondo dolore. La tristezza che nasce dal prendere consapevolezza dell’aver perduto il proprio figlio abbassa fortemente il livello di autostima e può portare anche a sviluppare una sindrome depressiva, con pensieri suicidari.
C’è un lutto che non viene vissuto, che non si può “elaborare”. Ci si allontana progressivamente dal/dalla compagno/coniuge, dalla famiglia e dagli amici.
Alcuni sperimentano una grande paura di ricevere una punizione divina, per aver commesso un “peccato imperdonabile”. Altri sviluppano disordini alimentari, disfunzioni sessuali, difficoltà nella relazione con gli altri figli, rabbia verso chi si ritiene corresponsabile, insonnia, incubi relativi all’aborto e tante reazioni di tristezza o depressione si sviluppano in prossimità della data dell’anniversario dell’aborto o della data in cui era previsto il parto.

Prendere coscienza di che cosa sia l’aborto e delle sue conseguenze è sicuramente il primo passo da fare non solo per ridurre gli aborti, aumentando la consapevolezza del gesto nei futuri genitori, ma anche per aiutare tutti coloro che hanno già preso questa decisione e adesso stanno soffrendo, in silenzio.

Esistono oggi associazioni che si avvalgono di professionisti, medici e psicoterapeuti, che hanno il fine specifico di aiutare chi ha abortito.

Difendere la vita significa anche difendere la propria vita e quella dei nostri cari dalla sofferenza devastante, dai più ancora oggi ignorata, che una scelta, apparentemente semplice, come quella dell’aborto, può causare.

Articolo di Valentina Raffa

Cogitoetvolo