Giulio Base, attore e regista per vocazione si racconta

1

Ogni mattina quando si sveglia si chiede sempre cosa gli accadrà di bello. Perché, dice, è importante non smettere mai di stupirsi.

Giulio Base ha sempre sognato di fare l’attore fin da quando era bambino, ma poi ha finito per fare il regista. Sono cose della vita. “Perché la passione per una professione – spiega – va assecondata fino a un certo punto. Quando si è giovani bisogna sapersi ascoltare e capire che non bisogna fissarsi troppo su una cosa, se vediamo che non riusciamo a realizzarla dal punto di vista professionale”. Così quando si è accorto che non riusciva a fare l’attore ai livelli a cui lui aspirava non è rimasto a casa a piangersi addosso. Si è messo in movimento. Ha pensato allora che il suo talento si orientava di più verso un’altra grande passione – quella per la regia –  che è diventata il suo mestiere.

Padre Pio tra cielo e terra, Maria Goretti e Don Matteo sono soltanto alcuni dei suoi grandi successi. “A causa di questi film – ammette divertito – mi hanno poi affibbiato l’etichetta di regista dei santi, ma di questa cosa io sono molto orgoglioso perché tutti i grandi registi si sono confrontati con le vite dei santi”. Dal tre aprile è tornato sul grande schermo con Il Pretore. Il film è tratto dal romanzo di Piero Chiara “Il Pretore di Cuvio” (finora mai portato sullo schermo) che è stato un vero best seller nel 1973 grazie alle doti narrative di Chiara, divertito delatore dei vizi e delle debolezze della provincia lombarda.

Raccontare la provincia vuol dire raccontare il mondo. Perché però portare sul grande schermo un personaggio negativo come quello di Augusto Vanghetta, il pretore appunto, che sembra  racchiudere in sé tutte le bassezze del cuore umano?
Il perché andrebbe chiesto ai produttori del film. Quando mi hanno chiamato per la regia del Pretore sono stato molto contento perché è sempre un grande privilegio per un regista poter raccontare un’opera letteraria. Certo io ho una sorta di pudicizia morale che si potrebbe affacciare in storie come queste, ma non  mi sono tirato indietro. La morale che ho cercato di trarre da questa storia e di consegnare allo spettatore è la stessa, credo, che cercava di dare Piero Chiara: più che giudicare le persone nel bene e nel male, credo che lui volesse ragionare sulla condizione dell’imperfettibilità della famiglia umana. Ognuno di noi sbaglia, ognuno di noi ha delle colpe. Il nostro compito è quello di rimetterci in piedi ed essere pronti a ripulire noi stessi per poter cominciare a pulire il mondo.

La storia del tuo nuovo film è ambientata nel periodo fascista. Che Italia era quella che hai descritto nel Pretore e come è cambiata oggi?
L’Italia descritta nel film è quella prima della seconda guerra mondiale, prima delle leggi razziali. Una Italia forse più spensierata che sapeva divertirsi con cose semplici quali il cibo o la gita al lago ad esempio. Sane abitudini che forse stiamo perdendo. La provincia, naturalmente parlo di quella descritta nel film, appare molto più farisea e ipocrita con un perbenismo di facciata. La storia che racconto è molto simile  a quelle di oggi: abuso di potere, corruzione, adulterio, nepotismo, carriere che vanno avanti attraverso raccomandazioni. Da questo punto di vista sembra che non sia cambiato nulla.

Qual è la vocazione autentica che ogni regista dovrebbe sentire quando racconta una storia?
Per me il regista è un direttore d’orchestra che usa tutte le forze in gioco per raccontare la sua storia. In generale penso che non ci sia una regola sola che valga per tutti. La mia vocazione, da quando mi sono posto l’obiettivo di raccontare storie, è molto alta e ambiziosa ed è quella di voler contribuire, attraverso i miei film, a lasciare il mondo un po’ meglio di quello che ho trovato. Credo che chi fa questo mestiere dovrebbe sentire una enorme responsabilità nel dirigere un film perché in qualche modo si diventa un megafono di pensiero che arriva agli altri. Bisognerebbe mettersi una mano sulla coscienza e cercare di capire che quando si fa un qualcosa che arriva agli altri, è necessario essere responsabili anche se il film o il romanzo che scriviamo non avrà il grande successo che speriamo.

La macchina che usa Francesco Pannofino nel film è la stessa della Vita è bella che ha vinto il Premio Oscar nel 1999. Cosa pensi della storia raccontata nella Grande Bellezza di Sorrentino che ha fatto riportare il Premio cinematografico più ambito in Italia? Ti sembra che sia stata premiata alla fine anche  questa immagine di una Italia corrotta dal vizio, vuota e senza morale?
Come regista trovo che in questo film non ci sia una storia vera e propria che mi abbia rapito. Mi pare che la Grande Bellezza sia un affresco sociale e antropologico di una Roma decadente con personaggi che non sono degli eroi e neanche tanto amati. Anzi sono anche un po’ derisi e sbeffeggiati. Ti dirò che in alcuni personaggi mi sono rivisto e ne ho provato vergogna. In alcuni punti del film, quando ad esempio, ci sono quei dialoghi senza alcun contenuto, mi sono detto: “Questa cosa l’ho fatta anche io e cercherò adesso di non farla più!”. Del resto le storie sono degli specchi che ci riflettono. E’ comunque indubbia la bravura di Sorrentino che ha la grande capacità di essere ipnotico. Del resto se non fosse stato così il film non avrebbe avuto tutto questo successo planetario che ha poi avuto.

Hai frequentato la scuola di Vittorio Gassman che è stato anche il tuo maestro nella vita professionale. Ti sei laureato in lettere moderne, ma perché anche una laurea in teologia nel tuo curriculum vitae?
Mi ha spinto la grande voglia di studiare. Dopo la laurea in lettere presa con grande calma e soprattutto per far contento i miei che hanno sempre compreso l’importanza dello studio, mi sono poi accorto che questa non aveva poi pesato molto sulla mia vita professionale anche se per me è stata un grande strumento di perfezione interiore. Ho poi deciso di studiare qualcosa che mi piaceva veramente e che arricchisse al tempo stesso la mia conoscenza e la mia curiosità. Questa seconda laurea, invece, nel mio lavoro mi ha dato un valore aggiunto. Quando i miei amici mi chiedevano quando avrei conseguito la terza laurea, mimavo sempre il gesto dell’ombrello; adesso ammetto che un po’ di voglia mi sta venendo, ma non mi iscriverò un’altra volta all’università perché avrei la sensazione di rubare del tempo ai miei tre figli.

Come vedono i tuoi figli un papà regista?
I miei figli mi amano, ma se devono criticarmi lo fanno senza alcuna remora. A loro auguro di avere una passione che li accompagni per tutta la vita. Vorrei lasciare loro in eredità un mondo migliore lontano da tutte queste brutture che ci circondano. Personalmente spero di dar loro ogni giorno un esempio positivo anche attraverso il mio lavoro, cercando di dare tutto me stesso alla storia che sto raccontando. A loro cerco di insegnare ogni giorno che vincere vuol dire anche sapersi rialzare. E’ proprio nel ricominciare sempre che sta davvero la nostra forza. Nel non lasciarsi mai scoraggiare dalla tante porte chiuse che incontriamo durante la nostra vita perché nessuna sconfitta è mai definitiva.

Giornalista. Membro della Direzione e Responsabile della sezione Cinema e TV.Scrive anche per Cronachedigusto.it, FoodieDrivers.it, Geapress - Agenzia di Stampa. Vincitrice della Borsa di Studio Norman Zarcone, assegnata dall'Ordine Giornalisti Sicilia