Gli amanti fiamminghi

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Maestro di trame intricate e lunghi flashback, Paolo Maurensig tesse le sue storie sempre con grande cura e stile elegante.

Ma dopo i brillanti La variante di Luneburg e Canone inverso negli ultimi romanzi sta cadendo un po’ nel manierismo. Si legge sempre con interesse, ma manca forse l’ispirazione genuina che i lettori gli hanno riconosciuto nelle prime opere. Forse proprio come al protagonista de Gli amanti fiamminghi, uno scrittore famoso ma da tempo bloccato.

In questo libro, pubblicato per la prima volta nel 2008, recentemente ristampato per gli Oscar Mondadori, atmosfere e personaggi sono in puro stile Maurensig, misteriosi e suggestivi. Al centro del racconto ci sono due coppie di amici: il protagonista, un romanziere inaridito che non ha il coraggio di scrivere una storia d’amore- non se ne sente capace- con la moglie Manola, di origini argentine, pittrice molto creativa e dal carattere solare; e con loro Jacopo, amico di infanzia del protagonista, ex collezionista d’arte caduto in disgrazia e rinato grazie a un secondo matrimonio con una ricca donna, Emma, sensibile e forte. I quattro decidono di partire per una vacanza in Provenza. In una tappa del viaggio si fermano in una strana locanda e qualcosa si incrina nei loro rapporti. Inizia qui un ‘romanzo nel romanzo’, Gli amanti fiamminghi per l’appunto, scritto in corsivo, che spiega (forse) tante cose…

All’ultima pagina si arriva subito, perché il ritmo e incalzante e rapido. Il finale, sospeso e un po’ misterioso, è da tragedia greca, con morte e solitudine. E, come negli altri libri dello stesso autore, non capisci bene il senso globale di tutta la storia. E’ come se la conclusione dovessi scriverla tu, mettendo insieme tutti gli elementi che l’autore ti ha dato, come un rompicapo. E’ questo lo stile di Paolo Maurensig, al quale, al di là della maggiore o minore fortuna dei suoi romanzi, va riconosciuto genio e grande conoscenza della lingua. Quando ci si imbatte in un romanzo scritto in bell’italiano, con scelte lessicali ponderate e uno stile elegante ci si rifà la bocca: parole come prillare, scartafacci, o panoplia non si incontrano spesso nella letteratura di largo consumo…

E qua e là si trovano interessanti considerazioni, come queste sullo scrivere:

«Per evitare delle incomprensioni mi limito a dire che per capire se ciò che scriviamo ha qualche valore, la prova dovrebbe essere una sensazione di stupore che ci coglie nel rileggere ciò che abbiamo messo sulla carta. Quando siamo sulla strada giusta deve assalirci il timore di poter morire prima di aver portato a compimento il nostro lavoro. Dovremmo inoltre avere la sensazione che ciò che mettiamo sulla pagina provenga da lontano, dal nostro essere più profondo, e che ciò di cui scriviamo non sia solo quanto appartiene al nostro vissuto, ma vogliamo che appaia anche di tanto in tanto un apporto oserei dire esterno, anche se –mi affretto a dirlo per non creare equivoci- in realtà non può che appartenere a noi stessi, ma quello che ci aspettiamo è un quid che ci lasci stupiti.  La parola giusta sarebbe epifania, ma mi trattengo dal pronunciarla. Preferisco parlare di qualcosa che si è staccato da noi per ritornare dopo molto tempo, come un astronauta che ha viaggiato alla velocità della luce e ritorna in un mondo in cui sono tutti invecchiati. Dobbiamo sentirci come un ladro braccato, che tiene ancora la refurtiva in tasca, di cui non riesce a sbarazzarsi, e che si sente addosso gli occhi di tutti e legge il sospetto in ogni sguardo. E’ questo che dobbiamo provare perché in fondo, siamo dei ladri: tutto il mondo lo sa e si aspetta che restituiamo la refurtiva, cioè la pagina scritta.

E così passiamo un quarto della vita chini su un quaderno. A volte sembra che le parole ardano di luce propria, ma quasi sempre il candore di un foglio oltraggiato dal nero inchiostro (migrazioni di animali oltre una regione innevata?) finisce per avere il sopravvento sui colori della fantasia. Mentre aspettiamo che la luce di un astro, scoppiato ai limiti dell’universo, si rifletta sulla nostra retina provocando, prima della cecità assoluta, un parossistico aumento delle nostre capacità visive, non ci accorgiamo affatto che lo stesso foglio bianco ha su di noi l’attrazione di una lampada ad acetilene proiettata sul volo cieco di una falena, la stessa mortale vertigine. Forse, la nostra segreta aspirazione è che tutto affondi assieme alla nostra coscienza, e da questo naufragio possa salvarsi solo un giornale di bordo, abilmente falsificato» (pagg.46- 47).

 

 

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Gli amanti fiamminghi
Autore: Paolo Maurensig
Genere: Romanzo
Editore: Mondadori
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 181
Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.