Gli Arctic Monkeys ci prendono in giro?

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Nessuno meglio degli Arctic Monkeys sa chi sono gli Arctic Monkeys. E non sono nulla di male, state sereni.

Nell’ascoltare il loro ultimo lavoro, Tranquility Base Hotel + Casino, si prova la stessa sensazione di quando si osservano certe strane statue contemporanee: cosa rappresenta, qual è l’intento dell’autore, dove sono gli occhi? E gli Arctic Monkeys, del resto, non ci hanno dato neanche uno spunto per farci un’idea esatta, scegliendo di non pubblicare nessun singolo prima dell’uscita dell’album, lo scorso 11 maggio.

Il disco si è rivelato presto una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde dell’ industria musicale: applaudito e disprezzato, acclamato e calunniato, comprato e rivenduto. Quindi, con grande coraggio ed onestà intellettuale, io e Sabrina Sapienza abbiamo deciso di analizzare questo atipico neonato musicale scegliendo di mostrarne le due nature parecchio contrastanti.  

Se Tranquility Base Hotel + Casino non fosse degli Arctic Monkeys…

Per gli amanti del jazz, dei viaggi nel tempo, dei suoni soffusi e delle atmosfere alla “Il Grande Gatsby” questo disco sarà una vera e propria rivelazione. Una piccola perla nel forziere di un genere musicale che mai prima d’ora Turner & co. avevano osato aprire, o meglio, che mai prima d’ora avevano osato aprire esponendolo alle fauci della folla mediatica sotto il nome di Arctic Monkeys. Proprio per questo, se ad un average fan comparisse improvvisamente in riproduzione casuale una canzone come American Sports (terza traccia dell’album) – privata del suo biglietto da visita che è l’affascinante e caldo timbro di Alex Turner  – probabilmente riderebbe di gusto qualora gli venisse rivelato che a comporla è stato proprio uno dei suoi gruppi “indie rock” preferiti. Perché di rock – né tantomeno di indie – non ha proprio nulla.

From indie rock, to…?

Come si evince sin dai primissimi secondi della prima traccia – Star Treatment – il gruppo ha fatto una brusca inversione ad U sull’autostrada del business musicale percorsa fino ad ora, scegliendo l’ignoto: una strada dove ci sono ancora “lavori in costruzione”.

Ed è Turner stesso a volercelo annunciare, infatti l’album si apre con testuali parole:

 

I just wanted to be one of the Strokes,

now look at the mess that you made me make

I The Strokes sono uno dei gruppi “padri fondatori” del genere indie rock, nato verso la fine degli anni ‘90, un po’ per noia e un po’ come pretesto per colmare l’enorme vuoto lasciato dalla scomparsa di Kurt Cobain. Genere in cui gli Arctic Monkeys sono nati, cresciuti e maturati, sguazzandovi per una dozzina d’anni, sino ad oggi. Da quando hanno posto le prime basi per imparare a nuotare con Whatever people say, that’s what I’m not (2006), fino a conquistarne totalmente il territorio con AM (2013), diventato già un cult della scena. E quindi, perché abbandonare un territorio così sicuro? Perché decidere di avventurarsi in un mare pieno di squali af-fama-ti?

The Last Shadow Puppets, Alex Turner o Arctic Monkeys?

Che ci sia lo zampino di quel folle genio creativo di Alex Turner, dietro a tutto questo, è evidente. Il frontman della band ha deciso di attuare una sorta di golpe all’interno del gruppo, riuscendo a fondere tutti i suoi paralleli percorsi creativi in uno: Tranquility Base Hotel + Casino.  Il salto spazio-temporale nei floreali seventies ed i fantascientifici universi Bowiani erano già stati sperimentati nell’ultimo album dei The Last Shadow Puppets, Everything You’ve Come To Expect (2016). Qui Turner e lo storico amico Miles Kane – altro fondatore del gruppo – anticipano questo forte desiderio di rottura con il passato della band con un susseguirsi di riff e citazioni vintage presenti anche in TBH+C. I ritmi più soft, le atmosfere da lounge bar, il pianoforte come anestetico dei graffi lasciati dalla violenza delle chitarre nei precedenti dischi, invece, sono state rubate da Turner a Turner stesso. Una sorta di auto-plagio dall’EP Submarine (2011), colonna sonora dell’omonimo film ed esordio solista del cantautore british.

Che tutto questo sia studiato? Che sia frutto di un brusco risveglio mattutino, seguito da un’immensa illuminazione? O gli Arctic Monkeys – specialmente Alex Turner – si stanno semplicemente divertendo a prenderci in giro? Non lo sapremo mai.

… ma Tranquility Base Hotel + Casino è degli Arctic Monkeys

E quindi arrendetevi, arrendiamoci. Quest’album è frutto di un cambio di rotta, d’identità, non si sa se permanente. Ci impone di riflettere su chi gli Arctic Monkeys fossero e siano, e su dove vogliano arrivare. Di chiederci come sarà un loro prossimo concerto – e, di chi ci sarà, dati i moltissimi biglietti già rivenduti dai fan storici che si sono sentiti traditi da questo “nuovo” gruppo – vista la spaccatura tra presente e passato, e soprattutto cosa abbiano voluto dirci davvero.

Già il fatto che ci stiamo chiedendo cosa quest’album significhi vuol dire che è un’opera che merita attenzione, dedizione, ed i vecchi fan delusi dal cambiamento di stile si sforzeranno di meditare a lungo sulle tracce, ascoltarle più volte, cercarne le lyrics. Con la precedente prole musicale degli Arctic non abbiamo fatto così: le parole ci raggiungevano da sole, si piazzavano comodamente nella nostra testa ed i ritmi erano trascinanti per quanto ben distanti dal classico panorama indie radiofonico.
Queste nuove Scimmie Artiche hanno invece tutt’altro modo di presentarsi: l’abbandono del protagonismo delle chitarre elettriche nelle tracce fino a Golden Trunks è quasi traumatico al primo ascolto. La scomparsa dei ritornelli rende difficile tenere a mente dei testi che hanno a tratti la visionaria follia apocalittica dei Radiohead di Hail to the Thief o dei Muse di The Resistance. Il piano ed il clima Seventies rimandano l’ascolto ad un altro momento della giornata, magari stasera, non adesso che c’è il sole, che siamo di corsa in un 2018 frenetico.

Take it easy for a little while, come and stay with us, it’s just an easy flight

È lo stesso Turner in Four out Five a dare al fan af-fan-nato le risposte che cerca. In soldoni: stai tranquillo, resta con noi, è un volo sereno. Nessuno meglio degli Arctic Monkeys sa chi sono gli Arctic Monkeys. E non sono nulla di male, state sereni. Sono solo, come lo siamo tutti, una realtà in continua evoluzione.

 

 

 

Elisabetta Ciavarella

Elisabetta, per gli amici assolutamente non Betta. Divoro libri a colazione, manuali di Anatomia a pranzo, a cena invece preferisco il cibo vero. Quando non scrivo, penso, quando non penso, scrivo. Credo fermamente nell'esistenza degli universi paralleli, nell'auto-ironia, nei numeri primi, nell'utilizzo corretto della punteggiatura, nel potere della Forza, nel numero 42, nell'equazione di Dirac, negli ossimori e nella serendipità. Mi piace definirmi senza troppe definizioni.