Gli eroi

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Chi è un eroe? Noi, cresciuti (si spera) nel mito di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Don Pino Puglisi, Rosario Livatino, Libero Grassi, Giuseppe Fava, ci chiediamo oggi chi siano i veri eroi. Perché mai? Ho nominato persone che sono morte per la libertà, per la giustizia, per l’amore e la dedizione nel loro lavoro, nella loro missione. Ho nominato dei martiri, veri e propri testimoni di come dovrebbe essere vissuta la vita di ciascuno di noi. Ho nominato degli eroi.

Alla domanda “chi è un eroe?”, quindi, la risposta è spontanea: l’eroe è una persona pronta a dare la vita per valori positivi, per ideali condivisibili, eterni, ma non ancora realizzati. Perché, dunque, qualcuno oggi si ostina a storpiare questa definizione? Perché si continua a pensare che l’eroe debba necessariamente morire per diventare tale? Se pensiamo che l’eroe sia ontologicamente qualcuno destinato alla morte, perché abbiamo bisogno di eroi? Solo il sacrificio estremo può suggellare la vita di un eroe?

Se considerassimo la figura dell’eroe in questa prospettiva, nessuno avrebbe mai l’interesse a vivere le proprie virtù e a realizzare i propri ideali, anzi il termine stesso si gonfierebbe di ambiguità, designando una persona fuori dalla norma, fuori dalla nostra portata, eccezionale. Abbiamo usato il condizionale, ma di fatto è quello che succede oggi: abbiamo frainteso l’eroismo. Per spiegare meglio questo concetto voglio portare alla vostra attenzione un esempio eclatante: Roberto Saviano. Sì, proprio lui, l’autore del chiaccherato Gomorra, un libro che con la sua pesantissima accusa al clan dei Casalesi, ha attirato critiche, applausi, ma soprattutto minacce. Sì, perché dal 2006 Saviano vive con la scorta. Non può muoversi senza che qualcuno gli copra le spalle, neanche per andare a prendere un caffè al bar. Lui non si definisce eroe, crede semplicemente che i veri eroi siano i suoi lettori, coloro che appoggiano la sua battaglia contro la criminalità. Lui crede che chiunque possa essere eroe, adempiendo i propri doveri di cittadino con costanza e passione. Questa visione ovviamente ha il grande obiettivo di smontare l’identità eroismo=follia, e di donare alla parola “eroe” la dimensione quotidiana e spontanea che più gli appartiene: l’eroismo è negazione di tutto ciò che è disonesto, corrotto, ambiguo, feroce, mafioso.

Sorge però un problema serio: perché un giornalista che si scaglia contro la camorra deve essere considerato un ciarlatano, un esibizionista, un uomo ambizioso? Leonardo Sciascia, tanti anni fa, parlò di Paolo Borsellino come “professionista dell’antimafia”. Di sicuro si sbagliava, seppure sia vero che tanta gente sfrutti l’antimafia come copertura. Così come sbagliava chi credeva che Giovanni Falcone avesse organizzato personalmente il suo attentato (fallito) all’Addaura. Ora tutti (o quasi, perché qualcuno pensa ancora che il loro nome faccia cattiva pubblicità alla Sicilia) riconoscono Falcone e Borsellino come eroi, ma solo perché sono morti. Se non fossero morti, mi viene da pensare, tutti avrebbero continuato a guardarli male, come personaggi in cerca di notorietà, perché così erano trattati.

E così la storia si ripete: tutti contro Saviano…la scorta non è necessaria, ha incassato tantissimi soldi con le sue pubblicazioni, trasmette un immagine dell’Italia pessima, farebbe bene a starsene al posto suo. Questo suona davvero male se a dirlo sono persone di spicco, gente apparentemente pulita, questori, politici, opinionisti. Parlare da una poltrona è facile, si sa. Chi, tuttavia, scende in campo con l’arma infallibile della parola e della disobbedienza civile, non lo fa di certo per comodità, ma perché è un eroe. Un eroe quotidiano. E tutti possiamo essere eroi.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.