Gli errori del filosofo Vasco Rossi

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Nonostante il caldo d’agosto, Vasco Rossi è più attivo che mai su facebook, in particolare sui temi che gli stanno più a cuore, primo fra tutti quello della «legalizzazione degli stupefacenti». A questo proposito, negli ultimi giorni (ndr) è stato impegnato in un botta e risposta con il dottor Giovanni Serpelloni, responsabile del Dipartimento Politiche Antidroga. Naturalmente non è nostra intenzione inserirci del duello tra i due, che prosegue a suon di comunicati e controrepliche.

Più interessante, invece, può essere per noi – a partire dalle sue stesse affermazioni – un breve esame della “filosofia della droga” dell’autore di Vita spericolata, il quale, scrivendo molto, consente una chiara comprensione del suo sistema di pensiero. Pensiero che prende le mosse da un assunto di fondo, vale a dire il credere «profondamente nella libertà inalienabile di ogni individuo». Prima di tutto la libertà, dunque.

Un’affermazione che, a ben vedere, suona convincente; chi potrebbe mai discutere l’importanza di un valore come la libertà? Certo, sull’assolutezza di questa ci sarebbe molto da dire, ma sul suo essere valore prioritario, no: la libertà è indubbiamente un diritto fondamentale di ciascuno di noi, a prescindere da sesso, credenze politiche o religiose. E bravo Vasco, allora, che sceglie di esordire con questa convincente premessa.

Peccato che quanto detto fin qui venga subito negato da Rossi che, poche righe sotto, riporta la seguente constatazione: «Essere dipendenti da qualcuno o da qualcosa è sempre stato necessario ad ogni individuo nell’intero arco della storia umana. Tutti si fanno più o meno del male, consapevolmente o meno, con ogni tipo di dipendenza: da un amore, da una passione, da una donna, da un lavoro, da una paranoia, da sostanze, dalla brama di potere, dal successo, dal denaro, da lotte usuranti per la supremazia sul branco».

Incredibile: nel giro di pochissimo siamo passati dall’elogio della «libertà inalienabile di ogni individuo» al riconoscimento della dipendenza come qualcosa che è «sempre stato necessario ad ogni individuo nell’intero arco della storia umana». Il che ci può stare, dal momento che è fuori discussione, tanto più alla luce del fatto che – come capì già Aristotele – siamo animali sociali, che nella dimensione relazionale vi sia una forte componente di dipendenza che ci contrassegna per sempre: il neonato dipende dalla madre; il bambino dai genitori; l’adolescente dagli amici; l’adulto dall’amore del partner; l’anziano “dagli altri” lato sensu.

Niente di male, allora, nel riconoscersi dipendenti pur essendo per natura inclini alla libertà. Decisamente meno convincente, invece, è l’equiparazione che fa il cantante tra la nostra costitutiva dipendenza relazionale (dalle persone) e la dipendenza consumistica (dalle cose), considerata anche nella sua variante-stupefacenti. Com’è possibile mettere sullo stesso piano la “dipendenza” dall’amato o dall’amata e la dipendenza dalla cocaina o dall’eroina? E’ assurdo. Anche perché, se è fuori discussione che in amore si possa anche soffrire, è certo che con la droga la dimensione della sofferenza abbia il sopravvento.

Senza considerare che con gli stupefacenti – a differenza che con l’amore – a farne le spese, oltre che la salute, è proprio la «libertà inalienabile di ogni individuo». Ecco dunque un primo, macroscopico errore del filosofo Vasco Rossi; ma non è il solo. Nei suoi scritti su facebook, infatti, il cantante prosegue proponendo un altro ragionamento assai discutibile anche se, in verità, molto diffuso poiché presenta una parvenza – ma solo una parvenza, come vedremo – di logicità.

Scrive Rossi: «Il problema della droga […] non è la droga come sostanza (che è sempre esistita da quando è iniziata la storia del genere umano, e cercare di eliminarla è una guerra persa in partenza oltre che insulsa) ma sono piuttosto i motivi che oggi spingono le persone a farne abuso, a ricorrere alla droga». Considerazione che può essere condivisa, anche se in sé al quanto banale e pericolosa dal momento che preliminare ad un attacco al cosiddetto “proibizionismo” vigente, che alimenterebbe «alimentare oltremisura, aggravando il problema dell’uso (e dell’abuso) di droga». Anche qui i passaggi discutibilissimi sono almeno un paio.

Anzitutto, non possiamo fare a meno di registrare come il Blasco, da un lato, neghi che il vero problema sia la droga salvo poi riproporre lui stesso «il problema dell’uso (e dell’abuso) di droga». E qui sorge un dubbio: se Vasco Rossi nega – ed è libero di negarlo, ovviamente – che l’uso della droga sia un problema, perché poi parla dell’abuso della droga come di un problema che si può aggravare? Insomma, il consumo di droga è un problema o no? Non è forse il caso di chiarirsi le idee, prima di vergare pensieri palesemente contraddittori?

Detto, questo, andiamo al cuore del ragionamento del cantante. Che è questo: siccome l’uso di droga esiste da sempre, tanto vale trascurarne anche giuridicamente il divieto ed impegnarsi, semmai, nell’esplorare le ragioni che «spingono le persone a farne abuso». Un ragionamento – dicevamo poc’anzi – che sicuramente trova molti d’accordo, soprattutto fra i più giovani. Peccato che sia un finto ragionamento, dal momento che fa a pugni con la logica. Per due ragioni.

La prima è che se davvero l’esistenza di un fenomeno difficilmente estinguibile fosse una buona ragione per giustificare l’abbandono della lotta ad esso, dovremmo per coerenza riconoscere anche la necessità di legalizzare anche pratiche quali il furto, lo stupro e l’omicidio. O forse c’è qualcuno disposto ad affermare che furto, stupro ed omicidio non siano realtà presenti in ogni civiltà a noi nota? Attenzione: non è una provocazione, ma solo la logica conseguenza del Vasco-pensiero.

Una seconda e altrettanto grave contraddizione sta nel fatto che si dovrebbero indagare le ragioni che «spingono le persone a farne abuso». Scusate, e la libertà? Se davvero crediamo «profondamente nella libertà inalienabile di ogni individuo», chi siamo noi per sondare le ragioni che spingono qualcuno a fare ricorso agli stupefacenti? In base a quale legittimazione saremmo autorizzati – se davvero la libertà è un valore supremo ed assoluto – a fare il lavaggio del cervello a quanti liberamente scegliessero la via delle droghe?

Come possiamo vedere, il Vasco-pensiero anche su questo è contraddittorio. E non potrebbe essere diversamente dal momento che è permeato da una colossale illogicità di fondo, ossia quella per cui vi sarebbe la libertà di drogarsi. Ma la droga è l’esatta negazione della libertà! Ed è assai curioso che gli alfieri dell’autodeterminazione – solitamente assai vigili, quando ad essere oltraggiata è la libertà personale – non notino la terribile minaccia che risiede in questa idea, che è poi quella di base per coloro che si battono per la legalizzazione delle droghe.

Come mai? E’ una bella domanda. Ma la verità, forse, è che né gli uni né gli altri – né i difensori dell’autodeterminazione assoluta, né gli avversari del “proibizionismo” – hanno davvero a cuore la libertà di cui tanto (e sovente a sproposito) parlano.

Articolo tratto dal blog giulianoguzzo.wordpress.com

Classe '84, sociologo. Sono veneto, ma lavoro a Trento. Appassionato di bioetica, scrivo per alcuni siti e riviste e per tutti quelli che amano e odiano le mie opinioni. Soffro di grafomania ma non ho alcuna intenzione di farmi curare.