Global worming? Dubbi globali

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L’esito, a dire il vero poco convincente, della 17esima Conferenza sul clima tenutasi poco tempo addietro a Durban, in Sudafrica, impone una riflessione non soltanto sull’utilità di questi summit – che puntualmente chiudono i battenti con un rinvio delle questioni per le quali erano stati indetti – ma pure su quello che, su tutti, rimane il loro obbiettivo principale: pianificare la riduzione di CO2 al fine di contrastare il riscaldamento globale di matrice antropica, ossia causato dall’uomo.
Ed è in particolare su quest’ultimo punto, a ben vedere, che pare opportuno soffermarsi: siamo davvero sicuri che siano l’uomo e più in generale l’attività umana le cause del global warming?

Il solo porsi simili domande, per molti, suonerà come inutile provocazione. Eppure non lo è affatto dal momento che, in effetti, esistono numerosi indizi che non dico sconfessano, ma certamente mettono in discussione la teoria del riscaldamento globale. Indizi a dire il vero semplici, ma poco considerati. Le temperature, per esempio: se davvero il global warming fosse imputabile all’attività umana, le temperature record sarebbero di questi anni o comunque molto recenti. Una sbirciatina ai dati, invece, dice altro: la temperatura più alta mai rilevata in gradi Celsius – stando alle rilevazioni dal 1880 al 2005 – risale addirittura agli anni ’20; precisamente al 13 settembre 1922, quando ad Al’azizyah, in Libia, la colonnina di mercurio segnò 58 gradi (Cfr. Battaglia – Ricci, Verdi fuori rossi dentro, Free Foundation 2007, p.32 ). Non solo: anche la temperatura dell’intero pianeta non ha toccato gli apici di recente.

Infatti, come ha dovuto ammettere persino James Hansen, direttore dell’Istituto Goddard della NASA, nonché una delle fonti preferite del verdissimo Al Gore, i dati della temperatura globale indicano che il decennio più caldo da qui a centinaia di anni è stato, nel Novecento, quello degli anni ‘30 e non – come invece ci si aspetterebbe – quello degli anni ’90. Allo stesso modo, piaccia o meno alla propaganda ambientalista, l’anno più caldo per la Terra è anch’esso piuttosto datato: 1934. Stiamo parlando, come si sa, di anni nei quali circolavano molto meno di un millesimo delle automobili che circolano ora, anni nei quali non esistevano un centesimo delle industrie di oggi, eppure la temperatura era più alta: com’è possibile, se davvero il riscaldamento è causato dell’uomo?

Come se non bastasse, i teorici del global warming devono fare i conti con un’altra rilevazione, anch’essa alquanto problematica: tra il 1940 e il 1975 – durante cioè il periodo del boom economico che seguì la seconda Guerra Mondiale – la Terra si è raffreddata. Nessuno può negare che, in quei trentacinque anni, l’esplosione demografica e industriale abbia prodotto inquinamento a dismisura, eppure il pianeta anziché riscaldarsi si raffreddava. Altro dato che smentisce la vulgata catastrofista è l’aumento, sulla Terra, della copertura verde: dall’82 al ’99, dicono le rilevazioni satellitari, il verde planetario è cresciuto del 6%! Purtroppo, a smentire l’idea che la Terra si stia surriscaldando senza sosta, vi sono anche delle vittime: nel maggio 2007, a Buenos Aires (dove non nevicava dal 1918), sono morte di freddo 34 persone.

Beninteso: dicendo questo non si intende negare a priori la possibilità che la Terra si stia riscaldando. Certo è che se questo processo è davvero in corso appare quanto meno semplicistico, e pure un po’ presuntuoso, ricondurlo alle sole attività umane. Non a caso circolano da ormai alcuni anni studi che suggeriscono, per quanto riguarda i cambiamenti climatici, una correlazione tra la temperatura terreste e l’attività solare (Cfr. E. Friis-Christensen and K. Lassen, «Science» 254, 698, 1991). E vi sono autorevoli studiosi che a tutt’oggi indicano questa ipotesi come quella più attendibile.

Come il professor Nicola Scafetta, laureato in fisica a Pisa e docente alla Duke University, uno dei più prestigiosi atenei statunitensi, per il quale, proprio in riferimento al trentennio 1910- 1940, si può rilevare come «quello fu un periodo di forte crescita dell’attività solare al pari del ciclo di circa tre secoli noto ai geologi come “periodo caldo medievale”. Mentre un periodo di scarsa attività solare, chiamato dagli astronomi, “minimo di Maunder”, fu quello dei tre secoli attorno al 1600, noto ai geologi come “piccola era glaciale”» (Il Giornale 25/10/2009, p. 18). Sia come sia, se di CO2 si vuole parlare è importante ricordarsi due cose. Anzitutto che esso non è affatto il principale gas serra del pianeta (il vapor acqueo, invece, ne costituisce quasi il 95%), e poi che non è affatto vero – come si è detto a Durban – che «coi 390 ppm di oggi, la concentrazione di CO2 […] mai è stata così alta negli ultimi 300/10.000/100.000/900.000 anni».

Infatti, come ha ricordato recentemente anche il professor Franco Battaglia, docente di Chimica Ambientale a Modena, le oltre 9.000 misurazioni eseguite tra il 1812 e il 1961 in decine di siti hanno rilevato come la concentrazione di CO2, nel corso degli anni, sia oscillata tra 150 e 450 ppm. Dunque anche sulla concentrazione dei gas serra, a quanto pare, ci sarebbe molto da riflettere. Soprattutto prima di continuare a lanciare allarmi su allarmi. Buoni per attirare l’attenzione dei media e, forse, qualche finanziamento in più per la ricerca, ma non certo per fare informazione. Ragion per cui sarebbe auspicale che la 18esima Conferenza sul clima, quando sarà convocata, si possa svolgere fruttuosamente e con un clima sereno, una volta tanto.

 

Classe '84, sociologo. Sono veneto, ma lavoro a Trento. Appassionato di bioetica, scrivo per alcuni siti e riviste e per tutti quelli che amano e odiano le mie opinioni. Soffro di grafomania ma non ho alcuna intenzione di farmi curare.