«Goal!»

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Un’Italia senza Mondiale e un Mondiale senza Italia. Perché ci emoziona così tanto?

Ore 22.40, 13 novembre, anno 2017. Milano, Stadio San Siro. Italia-Svezia 0-0. L’arbitro spagnolo Lahoz fischia la fine. La nazionale italiana di calcio, dopo circa sessant’anni dall’ultima volta, non parteciperà al campionato del mondo. Il più grande dramma sportivo della storia del nostro paese.

Sugli spalti, a casa, nei divani, nelle piazze, nei bar, negli ospedali, nelle scuole, nell’Italia intera la delusione, la tristezza, la frustrazione è tanta, tantissima. Ognuno reagisce a modo proprio. Roberto, infermiere, ha guardato la partita al lavoro, in quel reparto diventato quella sera una piccola curva. Spegne con rabbia la TV: «Non vedrò mai più una partita», afferma. Giorgio, un bambino di otto anni, è sul divano accanto al nonno e al papà con indosso la tanto sudata maglietta azzurra. Non riesce a smettere di piangere. Vani sono i tentativi della madre: «Suvvia Giorgio, è solo un gioco, non si piange per queste cose».

Solo un gioco», lo sento spesso. «Perché gridate, perché urlate? Cosa ci troverete di così bello nell’incitare un branco di individui rincorrere una palla?.

E questa sera, ho spento anch’io la TV, e in silenzio, ho cercato di rispondere a queste domande. Spiegare cosa rappresenta per un tifoso il calcio, sono sincero, è molto, molto difficile. Cos’è un goal? Cosa provoca quell’impeto di voce improvvisa, quell’urlo involontario che esce dalla gola, in qualsiasi posto, in ogni situazione, come d’istinto, quando quel corpo di forma sferica si insinua dentro una rete: «Goal!».

Pier Paolo Pasolini, amante del calcio e del suo ‘divin Bologna’, cercando di descrivere quest’emozione, la definiva «ultima rappresentazione sacra», un sistema di segni vero e proprio, un linguaggio non verbale, passando senza sforzo alcuno dai fonemi linguistici ai ‘podemi’ in campo, i giocatori, unità minima di quel sistema fantastico e tremendamente espressivo.

Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti dei ‘goal’. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica.

Forse la stessa emozione che inghiottì una domenica del 1933 il noto poeta Umberto Saba. Non un tifoso, non un cultore di calcio, eppure gli bastò assistere a una partita della Triestina per far scattare la scintilla.

Trepido seguo il vostro gioco. Ignari esprimete con quello antiche cose meravigliose.

Gli sono bastati 90 minuti per capire la forza di questo sport. Un’energia che esce dal semplice rettangolo di gioco e riunisce sotto un unico fiume e fede le pluralità di ‘anime’ – ebraica, italiana e slava – che nella Trieste degli anni ‘30 popolavano la città. L’ultima poesia della sua raccolta dedicata al gioco del calcio è intitolata proprio Gol. Il momento culminante del gioco, la rete segnata: nei versi iniziali il portiere che ha subito la rete, in lacrime, poi il goleador, il ‘vincitore’, e alla fine nell’ultima strofa l’impassibilità del portiere della squadra che ha segnato il quale, nella sua freddezza, ha il cuore ricolmo di gioia.

E questa sera, cosa dire? Quel tanto agognato, ricercato goal, non è arrivato. Ci restano sono le lacrime del nostro capitano Buffon, la consapevolezza di un’Italia senza Mondiale e un Mondiale senza Italia. So benissimo che ci mancheranno le chiacchiere da bar, i caroselli al termine delle partite, quel soffio di malinconia che ci spingerà a ricordare tutte le imprese dei mondiali passati, a ricordare dove eravamo e con chi eravamo: Riva, Mazzola, Rossi, Tardelli, il presidente Sandro  Pertini, l’arbitro Moreno, Lippi, Berlino, Grosso, l’urlo «Campioni del Mondo!».

Questa è sicuramente una di quelle sere nelle quali sia io, sia Roberto, sia il piccolo Giorgio, e tutti i tifosi italiani e amanti del calcio invidiamo tantissimo chi del calcio non si è mai innamorato. Ma sappiatelo, solo fino a stasera. Domani è un altro giorno e come nelle più  classiche storie d’amore, quell’urlo improvviso mi continuerà a emozionare ancora: «Goal!».

Giuseppe Currao

Studente di ingegneria, amante del mondo, della bellezza,dei numeri. La scrittura mi pemette di unire la letteratura con la scienza, due mondi apparentemente distanti ma in verità molto vicini, complementari, indispensabili l'uno per l'altro. Cerco di vivere la mia vita alla costante ricerca di un'incognita"x", in grado di dare una risposta a tutte le mie domande, permettendomi di volgere lo sguardo oltre la "siepe". Come scriveva Montale"sotto l’azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai, perché tutte le immagini portano scritto: più in là”!