Grande Fratello? Preferisco il futuro

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È possibile riscontrare una curiosa analogia tra un certo settore del mondo dello spettacolo e l’allevamento. Immaginate un’azienda avicola che seleziona tra decine e decine di polli un ristretto numero di esemplari, che vengono chiusi in un’aia e lasciati lì a beccarsi l’un l’altro, così mentre sono impegnati a gonfiare le piume si fanno rubare tutte le uova dall’allevatore (e se ce n’è bisogno, anche qualcuno di loro fa un viaggio di sola andata verso la rosticceria). L’aspetto etologicamente paradossale della storia è che per i polli in questione razzolare in quella stia rappresenta il sogno della loro vita e, a pensarci bene, è questo il segreto del Grande Fratello.

Nel Novecento queste due parole saranno anche state il sunto del totalitarismo senza via d’uscita prospettato da Orwell; ma è bastato un programma televisivo in prima serata, dalla formula nemmeno tanto originale, per ribaltare l’accezione del termine. Chiedete alle decine di aspiranti concorrenti per conferma. Vi si parlerà della strada per il successo, dell’occasione della vita e del mondo magico del teleschermo. Come se in dodici edizioni da quel prefabbricato tanto ambito siano usciti gli eredi di David Letterman e Oprah Winfrey. In fin dei conti provare non costa nulla, e se puoi contare su una biografia originale o lacrimevole (meglio entrambi, con l’aggiunta di addominali esplosivi oppure vari quintali di silicone in corpo) hai una marcia in più.

Non è mai mancato tra i fortunati prescelti il ragazzo rapito da bambino, il provincialetto con l’America in testa, la bellona “ocolinga”, tanto per restare in tema orwelliano. Per questo non può che far gola la storia di un vu’ cumprà che si laurea in Ingegneria. Chissà la faccia che avranno fatto i produttori quando hanno incassato il netto “no” di Rachid Kadiri Abdelmoula. Ventisette anni, ne ha passati sedici tra le strade di Torino a chiedere l’elemosina o a vendere fazzoletti e accendini. Una lotta quotidiana, la speranza di avere abbastanza spiccioli a sera da poter entrare in una bottega e comprare un panino. Rachid passa l’adolescenza in un istituto tecnico, l’Itis “Avogadro”: uno dei suoi professori ha l’abitudine di dire “ciò che vale costa caro”. Probabilmente l’insegnante non sapeva che la sua espressione sarebbe stata la massima di quello studente marocchino, uno di quelli di cui si parla abbassando la voce e con un’aria contrita. “Ha difficoltà economiche, non può permettersi la gita di fine anno” e tutte quelle frasi sussurrate che fanno da fondamento alle chiacchiere di quartiere. Così Rachid si diploma e spiazza tutti, entrando al Politecnico. Ma le tasse da pagare sono tante, troppe perché un semplice vu’ cumprà possa dire addio alla sua scatola da esposizione per calare la testa sui libri. Così ogni pacchetto di fazzoletti venduto è un passo più vicino alla meta, le notti si allungano ma gli occhi non devono cedere al sonno. Ci sono le sessioni d’esame da affrontare, infine la laurea. Rachid ha ventisei anni e la sua storia, completa di fotografia di famiglia, finisce sui giornali. “Tanti sacrifici, sorriso da bravo ragazzo e un nome facilmente memorizzabile: pensate che figurone farà questo nel salotto della D’Urso”. Sono sicuro che avranno pensato questo gli addetti al casting del Gf, venendo a conoscenza della sua storia. Eppure almeno per una volta sono rimasti a bocca asciutta. “Preferisco progettare palazzi e il mio futuro di ragazzo normale, ex «vu’ cumprà», con un lavoro vero. – scrive Rachid su La Stampa.it – Perché chi tiene duro e fa sacrifici, un lavoro lo trova”. E infatti per lui è arrivato. Dopo aver ricevuto i complimenti del ministro Kyenge in persona, ha ricevuto tre offerte, tra cui quella di un colloquio con un’importante azienda piemontese. E se può suscitare un certo scoramento nel rilevare che in Italia un ragazzo debba chiedere denaro ai passanti per pagarsi gli studi, RKA è sicuro che non sarà sempre così: “Le passeggiate da vu’ cumprà mi hanno insegnato che per ottenere qualcosa non devi stare mai fermo. La storia è ciclica, dopo le discese ci sono le crescite economiche”.

Avanti, gente: il futuro è nostro. E si trova nelle nostre idee, non in un confessionale.

Cresciuto a pane, Rowling e Topolino, grazie ai libri di Beppe Severgnini ho scoperto la mia grande passione, il giornalismo. Trascorsi nove duri mesi di scuola alle prese con Euripide e Cicerone, durante l'estate collaboro con diverse testate e scrivo racconti. Amo i libri di Stephen King, la saga di Rocky e soprattutto il rock. I miei sogni? Non hanno limiti. Se è vero che, come cantano gli Europe, siamo tutti prigionieri in Paradiso, allora sognare è il modo per liberarci. Che stiamo aspettando? C'è tutto il Paradiso che ci attende! Cell.: 3317181577 Città: Caltagirone (CT) Blog: prigionierinparadiso.blogspot.it